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I MIGLIORI DEL 2004
di Raffaele Meale

The Agronomist, L'agronomo, Jonathan Demme (USA)
Before Sunset, prima del tramonto, Richard Linklater (USA)
Le cinque variazioni, Lars von Trier e Jorgen Leth (Danimarca)
Coffee and Cigarettes, Jim Jarmusch (USA)
Collateral, Michael Mann (USA)
Le conseguenze dell'amore, Paolo Sorrentino (Italia)
The Corporation, Mark Achbar e Jennifer Abbott (Canada)
Donnie Darko, Richard Kelly (USA)
2046, Wong Kar-Wai (Hong Kong)
Fahrenheit 9/11, Michael Moore (USA)
Ferro 3, La casa vuota, Kim Ki-Duk (Corea del sud)
Un film parlato, Manoel de Oliveira (Portogallo)
Hero, Zhang Yimou (Cina)
Gli incredibili, Brad Bird (USA)
Kill Bill Vol. 2, Quentin Tarantino (USA)
Japón, Carlos Reygadas (Messico)
The Manchurian Candidate, Jonathan Demme (USA)
Mare dentro, Alejandro Amenabar (Spagna)
Occhi di cristallo, Eros Puglielli (Italia)
Primavera, estate, autunno, inverno.e ancora primavera, Kim Ki-Duk (Corea del sud)
Primo amore, Matteo Garrone (Italia)
Le regole dell'attrazione, Roger Avary (USA)
School of Rock, Richard Linklater (USA)
Se mi lasci ti cancello, Michel Gondry (USA)
Il signore degli anelli, Il ritorno del re, Peter Jackson (USA)
29 Palms, Bruno Dumont (Francia)

fonte: www.cinemavvenire.itEd eccoci giunti anche alla fine del 2004, al limitar del primo anno di vita di Puorz du cinéma. Appena dodici mesi fa proponevo un riassunto dell'annata passata, premiando le opere che a mio parere avevano caratterizzato la distribuzione su suolo nazionale. Perché proprio su questo si basa l'organigramma del mio elenco. Se dovessimo infatti esulare dal contesto puramente italiano, ben altri sarebbero i titoli da salutare con peana e fanfare festose; come sarebbe stato possibile infatti elidere dalla lista del 2003 opere dello splendore di "Gozu" e "Graveyard of Honor", entrambe di quel genio che risponde al nome di Takashi Miike? O anche "Casa de los babys" di John Sayles, "Goodbye Dragon Inn" di Tsai Ming-Liang, "Interstella 5555" di Kazuhisa Tankenouchi, "Last Life in the Universe" di Pen-ek Ratanaruang, il mai finito - e per questo ancora più affascinante e ammaliante - "Silence Between Two Thoughts" di Babak Payami e così via? Viviamo purtroppo in un microcosmo cinematografico povero e gravido d'ignoranza, schizoide nella scelta dei prodotti da mandare sul mercato (ma con tante manchevolezze nei confronti del cinema asiatico che bisogno c'era di immettere in commercio una porcata come "The Park" di Andrew Lau?), ed è con questa insipienza che dobbiamo fare i conti. Per questo, al di là del solito pezzo sulle opere degne di interesse che sono uscite nelle sale cinematografiche italiane - anche qui il discorso si farebbe ulteriormente complesso, visto che alcuni dei film che cito sono usciti solo a Roma, Milano e Napoli, ad esempio, dato che le sale di provincia avrebbero rischiato troppo economicamente nel lanciarli - mi permetto quest'anno di inserire un piccolo excursus su quanto si è visto in giro per il mondo senza farlo approdare anche nel nostro bel paese.

Ma andiamo per gradi, dal primo Gennaio a oggi sono stati veramente molti i film che mi hanno fatto riconciliare con la vita. C'è stato ovviamente il numero due di "Kill Bill", omoteleuto imperativo che segna di fatto una svolta decisiva (almeno a giudicare dallo scalpore che ha attraversato in maniera trasversale il modello produttivo tarantiniano) nella cinematografia occidentale, grazie alla ricerca estremizzata di un patchwork narrativo che non ripeschi, come si è detto banalmente, solo dal passato ma che si interroghi anche e soprattutto sulla contemporaneità, mettendo in antitesi proprio i prodromi visivi a cui si riallaccia - la mano della "risorta" Thurman che, in pieno contesto neo-western sfonda la bara in cui è stata deposta come nei migliori horror italiani ma solo grazie alla lezione wu xia pian ricevuta dal maestro Pai Mei -. Insomma, il tarantinismo sempre di moda ha stavolta sbancato del tutto, proponendo la sua ricetta sia per la (ri)valutazione del cinema popolare italiano (si pensi alla mastodontica retrospettiva della prima Venezia mülleriana curata da Giusti e Rea e dedicata ai "Kings of the B's") sia per la distribuzione del film di Zhang Yimou "Hero", wu xia pian vecchio di un anno e mezzo e tagliato per l'occasione di una buona oretta e mezzo. E proprio l'aver citato "Hero" mi permette di ritornare sul discorso dei ritardi cronici delle case distributive italiane: nel 2004 hanno visto la luce film vecchi di anni come lo straordinario "Le regole dell'attrazione" di Roger Avary. Passato nel 2002 al Festival di Torino e poi finito nel limbo dei vari coming soon che non arrivano mai, il film di Avary propone una versione cinica e destrutturata del classico mood dei film per teenagers, in particolare giocando sul miscuglio di umori adolescenziali e pratiche pseudo-filosofiche alla base di prodotti televisivi come "Dawson's Creek". E non a caso il protagonista della pellicola dell'autore di "Killing Zoe" è proprio James Van Der Beek/Dawson Leary, qui trasformato da romantico filmaker in rubacuori affermato incapace di palesare il suo amore a una compagna di corso. Da un punto di vista strutturale questo Dark Side of Dawson's Creek vive di accelerazioni, ralenti, pellicola mandata avanti e indietro per dare senso allo spazio-tempo, cesure nette e improvvise, frasi lasciate a metà, riassunti di mesi di vita condensati in tre minuti (ma mostrando tutto di quei mesi di vita). Insomma, una messa in scena pirotecnica e geniale, guanto di sfida lanciato all'ovvietà e al classicismo, rivoluzione alla ricerca di una nuova sintassi possibile - e allora davvero si riesce a dare un senso ulteriore a Tarantino, padre di un movimento che vede tra le sue leve muoversi e agire, oltre ad Avary, personaggi come David Fincher, Spike Jonze, Todd Solondz, Richard Linklater, Tim Burton, M. Night Shyamalan, Sam Raimi, Paul Thomas Anderson, Joel Coen, Michael Mann, oltre all'esordiente Richard Kelly del bizzarro e fascinoso "Donnie Darko" - che sfrutti i soldi delle majors senza farsi asservire ai loro diktat. Un po' quello che successe trent'anni fa con la cosiddetta New Hollywood (Scorsese, Spielberg, De Palma, Coppola ecc.ecc.), ciclico sentimento di frustrazione a doversi accontentare del già detto e già fatto.

Tra gli altri ripescaggi "a distanza" rientrano i veneziani "Coffee and Cigarettes" di Jim Jarmusch, lo straordinario "Un film parlato" di Manoel de Oliveira, l'esperimento di Lars Von Trier in coppia con Jorgen Leth "Le cinque variazioni" (strano ibrido tra avanguardia visiva e narrativa alla Queneau) e la scioccante reiterazione di "29 Palms" di Bruno Dumont.

Addirittura del 2002 è invece "Japón" del messicano Carlos Reygadas; probabilmente non sarebbe mai uscito sul suolo italiano senza il successo commerciale dei film del connazionale Iñarritu e senza la notizia della retrospettiva dedicata al cinema messicano contemporaneo andata in scena all'ultimo festival di Pesaro. Tra i film italiani c'è da notare la presenza di tre opere in grado di andare ben oltre gli schemi fissi della nostra cinematografia recente: Puglielli, Garrone e Sorrentino sono tre nomi da tenersi stretti, il loro cinema è in grado di mescolare intrattenimento puro e riflessione autoriale. Se "Occhi di cristallo" si rifà a un'epoca cinematografica d'oro per il nostro cinema, quella dei vari Argento e compagnia - e non, com'è stato erroneamente scritto, a un'estetica fincheriana, la cui eco è presente nell'opera di Puglielli solo per alcune microscopiche caratteristiche -, "Primo amore" è un thriller sottile e ambiguo e "Le conseguenze dell'amore" è una delicata storia di solitudine e amore mascherata da noir. Ma ciò che più di ogni altra cosa hanno in comune queste tre opere è la messa in mostra di una capacità registica del tutto fuori dal comune per gli standard a cui siamo stati costretti ad abituarci in Italia; alcuni dei movimenti di macchina e alcune costruzioni delle sequenze mostrano infatti una straordinaria capacità tecnica e un gusto raffinato quanto puramente istintivo. Penso alla panoramica seguita da dolly che accompagna Vittorio Trevisan in banca nel film di Garrone, alla sequenza dell'assassinio della proprietaria della bambola in quello di Puglielli e ai primi cinque minuti de "Le conseguenze dell'amore". Istanti di cinema di altissimo spessore, dimostrazione di una maturità artistica oramai veramente impossibile da negare.

Una delle regole auree di questo 2004 riguarda il rilancio distributivo dei documentari, sia italiani che non. Che dietro questo amore improvviso per l'arte documentaria si nasconda il successo planetario di Michael Moore è indiscutibile, ma rischia di far perdere le giuste coordinate critiche. Michael Moore non è certamente il migliore dei filmaker, e sicuramente i suoi film non possono essere annoverati tra i capolavori del genere. L'agronomo Jean Dominque protagonista di "The Agronomist" di Jonathan Demme (altro ripescaggio da Venezia del 2003) raggiunge vette assai più alte del j'accuse ostentato del corpulento documentarista statunitense. Che ha però il pregio di sbancare i botteghini con argomenti che alle majors non piacciono particolarmente - la vendita delle armi, la chiusura delle fabbriche della General Motors, la politica imperialista di Bush figlio -, regalando quindi una fetta di mercato anche a opere ben più estreme e rigorose, come il bel "The Corporation" di Mark Achbar e Jennifer Abbott e, per l'appunto, lo straordinario "The Agronomist". Che ha il pregio di essere fatto di pancia e, senza inutili show mediatici, di arrivare al cuore dello spettatore e di aprirvi una breccia. Perché se è vero che tutti parlano di Bush in questi ultimi anni quanti sanno cos'è successo negli ultimi quarant'anni ad Haiti? Chi conosceva il nome di Dominique prima del film di Demme - nelle sale anche con l'ottimo "The Manchurian Candidate" -? Se è vero che il documentario serve per approfondire tematiche e opinioni, allora quanti osanna devono essere dedicati a chi rende visibile una tragedia nascosta (volutamente) al pubblico occidentale?

Chi è destinato ancora per molto a rimanere velato al pubblico italiano è invece il cinema orientale, perché a parte i soliti nomi (Wong Kar-Wai, Kitano) da noi esce veramente una minima parte della produzione che va dalla Cortina di Ferro all'oriente. C'è da rallegrarsi solo per la scoperta di un autore fondamentale come Kim Ki-Duk, del quale sono usciti due film nel 2004 (anche se lui ne ha girati tre, portando "Samaria" al festival di Berlino), eppure bisogna riscontrare ancora una volta la mancanza di profondità della distribuzione italiana. Se è vero che "Primavera, estate, autunno, inverno.e ancora primavera" e "Ferro 3 - La casa vuota" (quest'ultimo premiato a Venezia dopo essere stato portato come film a sorpresa) sono stati accolti con successo dalla critica perché non ripescare i precedenti film dell'autore, in grado di girare tre capolavori ("Bad Guy", "Seom" e "Address Unknown") in appena un anno e mezzo? Ma niente da fare, si continuerà ad andare avanti e saremo costretti a sorbirci la signora Piera Detassis (direttrice dell'opinabile rivista "Ciak"), ospite dell'inutile salotto culturale marzulliano del sabato sera, affermare che il buon Kim ha diretto "un altro film" mai uscito in Italia, quando a non essere stati distribuiti qui da noi sono sette i titoli della sua filmografia.

Quanta tristezza.

Tristezza dalla quale si può uscire permettendosi una visione de "Gli incredibili" - o per rimanere tra i cartoni animati erroneamente spacciati per "film per bambini", il seguito della saga che ha per protagonista l'orco Shrek -, ultimo capolavoro Pixar firmato da Brad Bird (e prodotto dall'onnipresente John Lasseter) o di "Se mi lasci ti cancello" - storpiare i titoli è nostra prerogativa culturale, ma se pensate che l'originale suona come "Eternal Sunshine of the Spotless Mind".-, ennesima prova dell'acume narrativo di Charlie Kaufman (sceneggiatore di "Essere John Malkovich", "Confessioni di una mente pericolosa" e "Il ladro di orchidee"), ben diretta da Michel Gondry. Perché, e torno a ripetermi, il 2004 è stata un'annata avvincente anche per chi come noi, dispersi in questa penisola dalla marcata forma di stivale, non ha la possibilità (a meno di estenuanti ricerche e di ordini dall'estero) di beneficiare di tutto l'oro che circonda la settima arte.

E ora la lista di ciò che non è uscito e che vi auguro di ripescare, qualora i film in questione non dovessero trovare distribuzione da qui a tre anni:

Cafè Lumière, Hou Hsiao-Hsien (Taiwan)
Casshern, Kazuaki Kiriya (Giappone)
Il castello errante di Howl, Hayao Miyazaki (Giappone)
La demoiselle d'honneur, Claude Chabrol (Francia)
La face cachée de la Lune, Robert LePage (Canada)
Il giorno del falco, Rodolfo Bisatti (Italia)
House of the Fliyng Daggers, Zhang Yimou (Cina)
Izo, Takashi Miike (Giappone)
Mysterious Skin, Gregg Araki (USA)
Palindromes, Todd Solondz (USA)
Old Boy, Park Chan-Wook (Corea del sud)
O quinto império, Manoel de Oliveira (Portogallo)
Steamboy, Katsuhiro Otomo (Giappone)
Strings, Anders Ronnow-Klarlund (Danimarca)
Three.Extremes, Fruit Chan, Takashi Miike, Park Chan-Wook (Corea/Giappone/Hong Kong)
The Twilight Samurai, Yoji Yamada (Giappone)

Per quanto riguarda l'omaggio a Ozu di Hou Hsiao-Hsien, gli anime di Miyazaki e Otomo, il cinico ritratto antiborghese di Chabrol, la radiografia del Nord Est italico di Bisatti, il carnevale di sangue di Miike, il tema della pedofilia sfumato nel surrealismo di Araki e Solondz, i tableux vivents di de Oliveira, lo Shakespeare per marionette di Ronnow-Klarklund e la triade maligna Chan/Miike/Chan-Wook vi rimando allo speciale del Festival di Venezia 2004 presente su Kalporz. Per il resto si tratta di una serie di colpi di fulmine: "The Twilight Samurai" è uscito vincitore dall'ultimo Far East Festival di Udine, ed è una riscoperta che conferma lo stato di grazia del cinema orientale degli ultimi decenni (il film è comunque una produzione del 2002), il film di LePage è una delle migliori commedie degli ultimi anni, trasfigurata in una chiave onirica spiazzante, il Zhang Yimou di "House of the Fliyng Daggers" porta all'estremo il concetto del wu xia pian già intrapreso in "Hero" grazie a una messa in scena a tratti strabiliante pur nel rispetto dei luoghi tipici del genere (il combattimento nella foresta di bambù ad esempio), "Old Boy" è la conferma del talento di Park Chan-Wook. E "Casshern", ripresa in carne e ossa del mitico "Kyashan" mette in pratica il cinema del futuro, grazie a una persistente ricerca della riscrittura ossessiva delle immagini. Ciò che viene filmato, e scambiato per mero citazionismo (stesso errore in cui sono incorse anche penne illustri nel tratteggiare il corpus cinematografico dell'ultimo Tarantino) è semplicemente la negazione di qualsiasi filiazione. Il film dell'esordiente Kazuaki Kiriya è l'ipotesi di un avamposto filmico, ultimo baluardo e prima avanguardia. Da applausi, tipico film da amare o da odiare - e i più l'hanno odiato, purtroppo, almeno alla presentazione al festival di Torino -, rapportabile per importanza dell'impronta futura al già citato carosello visivo tarantiniano e a "Collateral" di Michael Mann.

 




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