 |
KUBRICK:
LA NOZIONE DI SPAZIO E DI TEMPO
(Gennaio 1994)
di Raffaele Meale

 |
| 2001: A
Space Odyssey |
Un cercopiteco,
un uomo primitivo, scaglia verso il cielo
l’osso con il quale ha appena ucciso
un suo nemico. L’osso roteante diventa
un astronave. In appena un minuto cinematografico
sono condensati milioni di anni di evoluzione
umana, e nello stesso tempo viene sottinteso
un fattore determinante: in questi milioni
di anni l’uomo si è evoluto attraverso
la perpetrazione dell’omicidio, la tecnologia
che nel futuro (ma quale futuro? Il 2001 è
lì, tra pochi anni, neanche otto…)
ci permetterà di svolazzare nello spazio
è stata raggiunta solo attraverso l’omicidio
– e qui torna alla mente il celebre
monologo di Welles…com’era? L’Italia
con i Borgia ha vissuto un’epoca di
terrore che ha dato i natali ai massimi geni
della pittura e della scultura, la Svizzera
ha sempre vissuto l’amore fraterno ed
è riuscita a creare solamente l’orologio
a cucù (ma ha creato anche l’Alain
Tanner di “Jonas che avrà 25
anni nel 2000”, splendido film visto
di straforo la notte scorsa e dove i destini
delle persone sono già decisi dai nomi,
da quella M ricorrente – Max, Mathilde,
Marco, Marcel, Marguerite, Madeleine, Marie,
Mathieu e forse anche qualcun altro -) -.
Per quanto l’acuta e doverosa constatazione
sulla brutalità dell’uomo sia
inattaccabile, nel confronto tra il 2000 di
Tanner e il 2001 di Kubrick è lo svizzero
ad apparire maggiormente lungimirante. E’
vero che mancano ancora otto anni alla fatidica
data, ma l’idea che in così breve
tempo sarà possibile raggiungere i
livelli di tecnologia preannunciati nel film
è abbastanza folle. Ed è proprio
sul concetto di tempo, e di tempo asservito
allo spazio, che il cinema di Kubrick gioca
una carta fondamentale nel panorama cinematografico
mondiale: l’osso lanciato, quei millenni
lasciati volar via in un secondo non sono
altro che l’apice del percorso narrativo
di Kubrick. Nel passaggio di quei millenni
c’è uno spostamento spaziale
(nel vero senso della parola) del tutto impensabile,
un salto a gravità zero, una perdita
graduale di sensorialità. Improvvisamente
siamo nel 2001, improvvisamente quelle scimmie
– è ormai palese – non
erano altro che la nostra immagine. Procediamo
per immagini riflesse: ciò che vediamo
noi di HAL9000 non è altro che una
punta riflettente, vediamo le luci psichedeliche
dell’astronave riflettersi sui caschi
degli astronauti, e quando non c’è
più nulla in cui specchiarsi se non
se stessi, vediamo l’astronauta specchiarsi
nel se stesso vecchio, moribondo nel letto.
E vediamo che tutto ciò da cui è
nato il film, l’intero senso del cosmo
e dell’evolversi delle ere, l’immagine
ulteriore, l’immagine estrema altro
non è che un monolito nero, superficie
dunque sulla quale è impossibile specchiarsi.
Impossibile semplicemente perché specchiarsi
lì dentro equivarrebbe ad annullare
totalmente l’idea di tempo e di spazio,
equivarrebbe ad avere la soluzione, a sciogliere
la sciarada dell’esistenza. E questo
non è possibile, assolutamente no!
E mentre il vecchio astronauta muore davanti
a se stesso giovane e muore rivolgendo lo
sguardo al monolite/senso dell’esistenza,
il mondo in lontananza viene osservato da
un feto. La ciclicità gioca quindi
il suo ruolo, e mette la parola fine sulla
vicenda. L’affannosa ricerca del futuro
porta sempre al passato, come se fosse impossibile
procedere verso ciò che è oltre
senza aver piena coscienza di cosa si era
prima, di cosa era successo prima: per questo
possiamo credere di essere nel 2001, perché
abbiamo avuto la prova, in precedenza, di
essere stati uomini primitivi. Ora esiste
la connessione con il passato, con la memoria,
ora si può comprendere maggiormente
ciò a cui assistiamo. Memoria che non
necessariamente deve essere comprovata, per
carità, ma che deve esistere, deve
ergersi come punto di appoggio. E’ la
stessa memoria che permette ad HAL di morire
– ricordo una filastrocca…la morte
più straziante che il cinema ci abbia
mai mostrato è quella di una macchina,
di un computer: e quanti attori avrebbe pagato
oro per poter interpretare un personaggio
simile!!! – o meglio di spegnersi, di
formattarsi (per usare gerghi contemporanei),
è la stessa memoria che ci viene narrata
da registrazioni apparse su visori per dare
un senso apparente alla missione degli astronauti,
è la stessa memoria – stavolta
presumibilmente falsa – che Bowman cerca
nella casa settecentesca; memoria di un passato
impossibile da aver vissuto che si trasforma
in futuro (Bowman del 2001 vede un Bowman
assai più anziano – posso presupporre
un Bowman/2050? – vivere e morire in
una casa che sarebbe potuta appartenere ad
un Bowman del 1700). Ma allora è veramente
passato o è l’ipotesi di un futuro
ritorno al nostro passato? O è forse,
involontariamente?, l’immagine del futuro
dello stesso Kubrick, che in quegli stessi
saloni arredati con gli stessi mobili ambienterà,
solo sei anni dopo, quell’altra straordinaria
riflessione sulla natura umana e sulla società
umana che è Barry Lyndon? Che sia un
Lyndon anziano quello che Bowman osserva nel
letto, quasi già avvolto nel sudario?
Kubrick/Bowman osserva Kubrick/Lyndon
e Kubrick/Lyndon osserva il monolito nero,
ora simbolo dell’incertezza e dell’ineluttabile
scorrere del tempo. Tempo che in 2001 si fonde
realmente con lo Spazio in una sola singola
sequenza, la caduta di Bowman nel buco nero:
per il resto abbiamo un film diviso in due
sezioni di cui la prima, “l’alba
dell’uomo”, immersa in un Tempo
senza Spazio (Tempo la preistoria, simbolo
facilmente decodificabile dalla cultura occidentale,
Spazio un immane, brullo e solitario deserto
che si perde a vista d’occhio) e la
seconda, “2001”, immersa in uno
Spazio senza Tempo (Spazio l’astronave,
luogo certo, tana/rifugio/cella/tomba, Tempo
l’asettico scorrere – mesi? Anni?
Giorni? Chi può dirlo? – della
vita in questo Spazio). Solo nella sequenza
del buco nero assistiamo alla fusione di Spazio
e Tempo o meglio al loro annullamento: nessuno
dei due elementi prende il sopravvento sull’altro
per il semplice fatto che entrambi sono cancellati
dal buco nero, nel quale non esistono nozioni
come lo Spazio e il Tempo, ma semplicemente
innumerevoli fughe di colori.
 |
| Barry Lyndon |
Ed è sempre
in questa sequenza che Kubrick paga il dazio
alla sua esistenza terrena, alla sua aderenza
ad uno Spazio ed un Tempo ben precisi: la
fuga di colori è chiaramente un’esperienza
lisergica, un viaggio allucinogeno. Gli anni
’60 nei quali il film è stato
partorito mettono la loro firma in calce –
senza per questo sminuire la perfezione dell’insieme,
sia chiaro – e neanche il genio di Kubrick,
che fino a quel momento aveva cercato di dissimulare
il tutto, arrivando a sfruttare una colonna
sonora interamente classica (Strauss e Ligeti,
tra gli altri) per sottolineare il “futuro”,
può impedirlo. E nel balletto dell’astronave
sul valzer di Strauss si evince anche la filosofia
che muove Kubrick: come Telesio affermava
lo Spazio ha una sua realtà autonoma
dal resto della materia, dalla quale pure
è concepito. E lo Spazio in “2001”
vive sicuramente di una sua vita autonoma,
staccata dal Tempo, staccata dallo svolgersi
della trama, staccata dallo stesso destino
dei personaggi – che si muovono nello
Spazio, ma non riescono mai realmente a tangerlo,
possono solamente sfruttarlo, ma non gestirlo
-. Stessa realtà indipendente che gli
riconosceva anche la filosofia newtoniana,
ma senza l’appendice fastidiosa delle
intrusioni teologiche: in nessun caso può
essere considerato come simbolo della divinità
il monolito nero, semplicemente perché
esso non crea, compare solamente. Può
essere identificato nella spinta alla conoscenza
assoluta, al futuro, ma rimanendo sempre nella
sfera dei desideri umani: ma non è
certamente una rappresentazione della divinità
quella che “2001” mostra, questo
no, mai. E questa idea innata dello spirito
umano a confrontarsi con il futuro sembra
avvicinare Kubrick all’intuizione cartesiana,
o meglio ancora allo spirito di Leibniz, fiero
oppositore di Newton. Ma non divaghiamo, parlavo
prima dell’ancoraggio – con ogni
probabilità neanche scorgibile all’autore
– di Kubrick al proprio Tempo, palesato
dal fluire psichedelico di immagini, alle
quali pare impossibile non associare la musica
dei Pink Floyd o dei Grateful Dead, e che
fanno tornare alla mente le immagini di film
storici dell’epoca come “Zabriskie
Point” o “Easy Rider” (e
ancor di più fanno bramare la visione
di un film introvabile come “Trip”
di Roger Corman – a suo modo geniale
creatore di Spazi senza Tempo, come le sue
fantastiche riletture di Edgar Allan Poe –
la cui “Caduta nel Maelstrom”
è uno dei migliori esempi di letteratura
“drogata” dell’800, non
a caso padre della poesia oppiomane di Baudelaire,
e dunque padre dell’intero movimento
“decadente” mondiale, che parte
da lì e arriva – per rimanere
nei già citati anni ’60 –
a Kerouac, Ginsberg, Corso e compagnia beat
-). Quell’intrusione del tempo contemporaneo
che non avviene in nessun altro dei suoi film,
e che rende “L’odissea nello spazio”
ancora più completa e perfetta. Come
può infatti un film nel quale giocano
un ruolo fondamentale Tempo e Spazio non venire
influenzato da ciò che si muove intorno
alla troupe e al regista? Dei film di Kubrick
solo “Il bacio dell’assassino”,
“Rapina a mano armata”, “Lolita”
e “Shining” sembrano narrare azioni
che si svolgono in un tempo presente –
anche se Shining vive in un completo stato
allucinatorio, capace di rievocare atmosfere
demodé anni ’30 e quindi preposto
ad un discorso sul Tempo e sullo spazio temporale
(Nicholson che riemerge dalle tenebre del
proprio congelamento acquistando nuova vita
in una fotografia del passato) del tutto diverso
-. La fanta-politica di “Il dottor Stranamore”
e “Arancia meccanica” –
ma poi veramente così impossibile da
credere? - non ha un tempo preciso per quanto
sia meticolosa nella strutturazione degli
spazi (la Guerra Fredda, la contrapposizione
del blocco statunitense a quello sovietico
in “Stranamore”, la violenta vita
suburbana nelle metropoli anglosassoni in
“Arancia meccanica”), “Orizzonti
di gloria” e “Full Metal Jacket”
parlano di guerre passate (la Prima Guerra
Mondiale e il Vietnam) e dunque storicizzabili,
con “Barry Lyndon” andiamo nel
settecento e con “Spartacus” torniamo
addirittura nell’antica Roma. Si aggiunge
dunque un tassello importante nella filmografia
kubrickiana: l’esigenza di poter storicizzare
ciò che è già –
nella realtà? Nella fantasia? Che importanza
ha? – avvenuto. Pur ricco di difetti,
pur cedendo spesso nei confronti del ritmo
e della coesione, “Spartacus”
è senza alcun dubbio il più
veritiero dei pepla: e sì che non era
certo un fattore richiesto quello della credibilità.
Ed è dunque proprio qui che si fa notare
la mano di Kubrick, incapace di rendere l’epopea
di Spartaco un capolavoro del cinema, ma capace
di mantenere l’opera su un livello più
che buono: un capolavoro imperfetto, diciamo
così. Ben più complesso il caso
di “Barry Lyndon”, personaggio
chiave della cinematografia di Kubrick: simbolo
del proprio mondo e al contempo metafora del
nostro (la rincorsa al potere, lo svolgersi
imputridito delle mutazioni della società,
basate sulla guerra, sui desideri di potere,
sull’arrampicarsi), Lyndon è
totalmente parte della natura del settecento
inglese, che Kubrick ricostruisce attraverso
l’arte. Così come aveva immaginato
il futuro attraverso la filosofia, Kubrick
fa rivivere il passato attraverso la pittura:
ogni inquadratura di “Barry Lyndon”
rievoca la paesaggistica inglese. Kubrick
fa una lezione di gusto per l’inquadratura
che darà i suoi frutti in molti registi
a lui seguenti – mi viene in mente soprattutto
il Greenaway di “Compton House”
-. Ancora una volta grande rilievo assumono
le scelte musicali, a cui viene stavolta concesso
di vivere il proprio Tempo (Bach, Handel,
Mozart, Vivaldi, quelli che ricordo); l’unico
elemento discordante potrebbe essere quello
dei Chieftains, gruppo contemporaneo irlandese,
ma la loro azione si limita a rileggere intere
pagine di musica tradizionale, perdendo quindi
la reale consistenza temporale e dissimulandosi
tra i brani scelti a corollario delle immagini.
Al contrario di Lyndon, che vive in pieno
le contraddizioni del proprio Tempo e che
si muove senza particolari problemi nel proprio
Spazio, fino a diventare vero e proprio simbolo,
Humbert Humbert (protagonista di “Lolita”,
l’opera tratta da Nabokov) è
costretto alla sconfitta dalla propria inadeguatezza.
Inadeguatezza rispetto al Tempo, che gli è
nemico tirannico: prima rievocandogli l’amore
di gioventù, poi ponendolo di fronte
alla pedofilia, infine impedendogli una riappacificazione
reale con l’oggetto del suo desiderio
morboso. Ed inadeguatezza anche rispetto allo
Spazio, che lo vede, fine intellettuale di
stampo europeo, scontrarsi con la grettezza
del “popolino”, incompreso e sotto
sotto disprezzato.
 |
| Shining |
E qui prende forma
l’antagonista, il laido Quilty, rozzo
e superficiale, che avrà comunque l’opportunità
di portarsi via Lolita e la sfrutterà
senza problemi e che dunque non è altro
che l’immagine riflessa (e deformata)
di Humbert, il quale a sua volta aveva rubato
la ninfetta alla madre. Humbert è dunque
destinato a perdere, così come è
destinato alla sconfitta Joker, il soldato
di “Full Metal Jacket”, a sua
volta inadeguato rispetto alle regole imposte
dai marines; la resistenza, morale e intellettuale,
non potrà sopportare l’orrore
della guerra, guerra che è guerra prima
di essere guerra, simulata, imitata, insegnata,
evocata come musa nell’accampamento
militare (anche qui viviamo due Spazi ben
delineati, come in “2001”: la
caserma militare dove i marines vengono addestrati
alla guerra e il Vietnam, ovvero La guerra)
e la sconfitta risiederà nell’accettazione
definitiva di queste regole, che suonano ormai
come una filastrocca – Topolin, Topolin,
viva Topolin!!! – da intonare come fosse
un vero e proprio inno. Le sconfitte di Lyndon,
Humbert e Joker sono dunque profondamente
diverse, pur avendo alla base il Tempo: Lyndon
perde quando le regole che aveva fissato nel
suo Tempo vengono a crollare – il figlio
si ribella al padre, tema che potrebbe essere
ricondotto a “Spartacus” (lo schiavo
che si ribella al padrone), “2001”
(la macchina che si ribella al potere dell’uomo)
e ancora a “Shining” (di nuovo,
il figlio si ribella al padre e fugge) -,
Humbert perde semplicemente perché
non riesce mai ad entrare in contatto con
il Tempo e Joker perde perché accetta
le regole dettate dal Tempo nel quale si trova.
Non esiste dunque un’unica via, non
è possibile tracciare un unico diagramma,
per il semplice fatto che il Tempo e lo Spazio
sono in continua evoluzione, è impossibile
costruire sullo scorrere del Tempo una linea
retta. “Arancia meccanica” merita
invece un discorso a parte: perfetta fusione
tra kitsch di fine anni ’60 (l’oggettistica
nell’appartamento di Alex, le scenografie
del bar e della casa della donna dei gatti),
amore per il classico (Beethoven, Rossini),
e tendenze futuristiche (l’elettronica
di Walter Carlos, l’ospedale finale,
l’intera “Cura Ludovico”)
l’opera non può essere catalogata
in nessuna delle sezioni citate in precedenza.
E questo perché, semplicemente, “Arancia
meccanica” non vive l’esigenza
di avere uno Spazio ed un Tempo: solo tre
anni dopo il film-simbolo della sua filosofia
su questi due elementi Kubrick riesce a descrivere
la totale assenza del Tempo (lo Spazio in
realtà esisterebbe, ed anche ben delineato,
come abbiamo visto in precedenza, ma in fin
dei conti è completamente staccato
dal Tempo e dunque, per ragionamento logico,
non può esistere) senza per questo
smentirsi o contraddirsi: si tratta solo di
un’ulteriore conferma della teoria dell’impossibilità
di una reale strutturazione dello Spazio e
del Tempo. Ancora diverso il discorso per
quanto concerne “Shining”: il
Tempo qui è ovunque, e gestisce l’intera
vicenda. Quelli che nel libro non sono altro
che puri fantasmi qui diventano il simbolo
degli spazi paralleli, dell’atemporalità
delle percezioni, e acquistano il loro senso
ultimo nella foto finale, quella che ritrae
(finalmente) Torrance fuori dal suo Tempo
(ma non dal suo spazio, anche qui come l’astronave
di “2001” tana/rifugio/cella/tomba),
pronto ad essere ovunque, e da nessuna parte.
Si torna dunque all’osso che vola in cielo,
Spazio nel Tempo che diventa Tempo nello Spazio.
Si torna lì, e lì si chiude tutto.
In attesa di vedere finalmente un nuovo film
partorito da questa mente geniale (ma quanto
dovrò aspettare? Starà girando
in questo momento? Vedrò mai il “mio
primo film di Kubrick al cinema”?): sinceramente
mi piacerebbe vedere Kubrick confrontarsi con
la mitteleuropa, cultura che fino ad ora ha
ignorato pur facendola vivere, nascosta, in
ogni suo film. Kubrick ha estratto film da letterati
russi rifugiati in America, da libracci di serie
B statunitensi, da autori di racconti di fantascienza,
da scrittori britannici, da romanzieri contemporanei
statunitensi. Ha sempre rinnegato gli USA ma
ha sempre attinto dal suo ricco bacino culturale,
meticciandolo con un amore per l’Europa
che ha pochi eguali. Ha dunque lavorato con
uno sguardo europeo (finto-europeo, ma è
lo stesso) sull’America. Chissà
cosa succederebbe se lavorasse con uno sguardo
americano (oramai sarebbe finto-americano, visto
che non si muove dall’Inghilterra) sull’Europa…
Dì
la tua in Osteria
|
|
|
|