1. Innanzitutto voglio farti i complimenti
per “Occhi di cristallo”, a mio
parere uno dei migliori film visti quest’anno
alla Mostra di Venezia. A tale proposito parto
con la prima domanda: “Occhi di cristallo”
è un thriller puro, e si distacca dalle
tue esperienze precedenti (“Dorme”
e “Tutta la conoscenza del mondo”)
dominate dal grottesco e dalla deformazione
ed esasperazione del reale. Cosa
ti ha spinto in questa “avventura”?
Consideri il film un’evoluzione della
tua estetica? Cosa ci possiamo aspettare dal
futuro?
Ho
sentito la necessità di confrontarmi
con uno degli elementi fondamentali della
mia formazione cinematografica: il thriller.
Il cinema di genere è per me un banco
di prova, un terreno neutro in cui ci si può
confrontare con se stessi ed acquisire nuovi
strumenti espressivi.
Il grottesco e la deformazione tendono a creare
una sorta di distacco ironico in cui mentre
si racconta, si sabota il racconto stesso.
E’ un approccio che come figlio dei
Monty Python amo molto, ma che in questo caso
non sentivo appropriato, poiché tende
a rassicurare lo spettatore.
Il thriller deve scuoterti nelle profondità
dell’inconscio.
Credo che in questo momento ci sia per molti
autori internazionali, più o meno “di
genere”, la necessità di tornare
a confrontarsi con gli archetipi della narrazione,
un po’ come avvenne nel 1977 con Star
Wars.
Non si tratta di un ritorno al vecchio. Si
tratta semplicemente di scoprire il nuovo
attraverso le misteriose ed inesauribili geometrie
del racconto classico.
La mia curiosità mi porta a non pormi
troppi limiti riguardo il mio percorso.
Quello che veramente cerco nel cinema è
lo “straordinario” in tutte le
sue manifestazioni.
2. Nel film si
notano abbastanza chiaramente riferimenti
alla stagione d’oro del thriller italiano,
in particolare alla celebre tetralogia diretta
da Dario Argento (“L’uccello dalle
piume di cristallo”, “Il gatto
a nove code”, “Quattro mosche
di velluto grigio” e “Profondo
rosso”). Ti rispecchi in questa chiave
di lettura? Quanto ha contato nella messa
in scena la conoscenza di quell’epoca
cinematografica?
Come molti ragazzi della
mia età ho visto i primi film di fantascienza
e orrore in televisione nei primi anni ottanta.
Nell’85 fecero un ciclo di film di Dario
Argento su ItaliaUno. Il ciclo arrivava fino
ad Inferno. Contemporaneamente scoprivo anche
Carpenter, Craven, Hooper e tutto l’horror
americano indipendente. Avevo 10-11 anni ed
è stata un esperienza molto forte vedere
tutti quei film horror a quella età.
Questo tipo di esperienze ti rimangono dentro,
nelle cellule e poi penetrano nel tuo DNA,
iniziando automaticamente a far parte di te.
Girando “Occhi di Cristallo” quindi
non mi sono ispirato a un film in particolare,
ho soltanto seguito la mia linea e le mie
scelte erano dettate esclusivamente da quello
che sentivo e che ritenevo essere efficace.
Sul set non puoi portarti dietro gli autori
che hanno contribuito alla tua formazione,
devi avere il coraggio di essere te stesso
e di rimanere da solo con il tuo film.
3. Sempre rimanendo
nel campo dei riferimenti cinematografici,
mi è apparso abbastanza chiaro come
il tuo film non viva di omaggi e citazioni,
come invece è abitudine da una quindicina
di anni a questa parte. Del cinema che fece
la fortuna di autori come Argento, Sergio
Martino, Lucio Fulci “Occhi di cristallo”
condivide le atmosfere, la morbosità,
la sensazione di continua e totale insicurezza.
Non c’è nulla di parodistico
o di citazionista nella tua opera, il genere
non viene riletto, bensì semplicemente
filmato. E’ un’interpretazione
sbagliata?
No è esatta. Il
metalinguismo ed il citazionismo sono armi
a doppio taglio. Possono solleticarti, accattivarti
e sedurti ma allo stesso tempo possono portarti
“fuori”, possono rassicurarti.
Ho girato questo film come se fosse una storia
di fantasmi, con atmosfere rarefatte e strane
sospensioni, ma l’ho fatto in modo personale,
mettendo il mio mondo al servizio della storia.
Credo che Occhi di Cristallo abbia un’anima
neogotica.
4. Qual è
il tuo rapporto con il genere cinematografico?
A vedere le tue opere precedenti si nota comunque
una mescolanza di generi; in “Dorme”
come in “Tutta la conoscenza del mondo”
si mescolano fantastico, azione, storie di
borgata, addirittura videoclip. Sei cresciuto
a pane e cinema popolare?
Si.
Quando faccio un film io cerco di essere il
primo spettatore. Il cinema per me è
comunicazione, anche se questo termine è
da intendersi nel modo più ampio possibile.
La comunicazione infatti può passare
per la testa, per il cuore, per lo stomaco
o può precipitare direttamente nell’anima.
Amo il grande cinema popolare perché
può essere pieno di spettacolo e di
arte.
Molti autori sentono le “regole”
dei generi come limitazioni. Io consiglierei
un’esperienza di genere a tutti i registi.
Le regole sono una limitazione ma anche una
possibilità di espressione.
Pur avendo fatto un film di genere infatti,
alla fine del montaggio mi sono accorto che
senza volerlo avevo fatto comunque un film
molto personale.
5. A proposito
di videoclip, tu hai lavorato con Jovanotti
e con Saturnino. Eppure, di fronte a un’invasione
di regie da videoclip al cinema, hai distinto
nettamente tale esperienza dalla regia cinematografica.
In che modo sfrutti l’esperienza video-musicale
sul set?
In nessun modo. Sono pochi
i video che ti offrono possibilità
di sperimentare qualcosa di nuovo e quasi
sempre si tratta di sperimentazioni tecniche
e fotografiche. Io amo la narrazione. Spesso
ho portato elementi di narrazione nei video.
Non si può sperimentare senza una direzione.
Il linguaggio per me è collegato a
ciò che si racconta. I film mi offrono
questa possibilità: posso sperimentare
con uno scopo, e lo scopo è il senso
del racconto.
6. Tu hai esordito giovanissimo girando
in video. Tale supporto ti ha permesso, sia
nei cortometraggi che in “Dorme”
di sperimentare modi di ripresa in assoluta
libertà, vista la leggerezza dello
strumento. A quali mutamenti sei andato incontro
nel passaggio al 35mm di “Tutta la conoscenza
del mondo” e “Occhi di cristallo”?
Quando giravo in video
ero il regista l’operatore il fonico
e il direttore della fotografia. Ero una troupe
di una persona. Oggi lavoro con 100 persone,
con mezzi più pesanti e con tempi più
lunghi. Il mio problema sin dal C.S.C. era
quello di tradurre il mio stile di ripresa
ricco di movimenti di macchina e di tagli,
all’interno di una formattazione tecnico
produttiva che non lo prevedeva minimamente
se non in contesti di grandi budget.
Per i produttori sembra che spettacolarità
significhi necessariamente soldi. In parte
è ovviamente vero ma io credo che se
non ci sono abbastanza soldi per fare le cose
che vuoi fare, forse, riflettendo un po’,
riesci a farle lo stesso.
Tutto quello che serve è preparazione
millimetrica e grande elasticità. Tutto
si può fare, anche con pochissimi mezzi
e soldi. I limiti a volte sono più
nella nostra mente che non al di fuori. Ogni
film ha la sua impostazione produttiva e le
sue problematiche artistiche e, se c’è
la necessità di utilizzare un linguaggio
complesso e spettacolare bisogna inventare
ogni volta il modo per farlo, avendo le idee
molto chiare per non sprecare le risorse a
disposizione per girare del materiale che
non utilizzerai al montaggio.
Essere stato una troupe di una persona mi
aiuta molto ad ottimizzare.
7. Nei lavori precedenti
a “Occhi di cristallo” il tuo
stile è identificabile anche nell’uso
espressivo del grandangolo. Perché
nella tua ultima fatica il grandangolo è
praticamente assente? Come interpreti il suo
utilizzo?
Non lo sentivo adatto allo
stile. Mi piaceva creare uno spazio dai contorni
non bene identificati. La minaccia si nasconde
nel buio ma anche nello sfondo fuori fuoco.
Il male si nasconde dove il tuo occhio non
può vedere.
8. Il cinema italiano
vive, oramai da anni, una profonda crisi produttiva.
Il tuo modo di fare cinema non assomiglia
a nessun’altra ipotesi portata avanti
nella nostra penisola: ti senti un caso isolato
o credi che possa aver luogo una rinascita
partendo magari anche dalla tua esperienza?
Sono
convinto che nel nostro paese ci sia un grosso
potenziale inutilizzato. Si tratta però
di un’energia latente che dorme e che
deve essere risvegliata con azioni concrete.
In Spagna si produce ogni genere di film senza
nessun tipo di limitazione. Anche loro parlano
di crisi, ma è solo perché non
conoscono quanto sia limitato e soprattutto
autolimitato, il nostro spettro produttivo
ed artistico. Loro non hanno i nostri complessi
e quindi si esprimono in ogni direzione. Producono
Thriller, Fantascienza, Horror, Commedie,
Musical ed ogni genere di film d’autore,
dal più realistico al più surreale.
Interrogarci sui nostri complessi e superarli,
potrà darci molte più possibilità
di azione.
Quando non ci sentiremo più in colpa
ad uscire da questo forzato minimalismo in
cui ci siamo autorelegati, sono certo che
il nostro cinema ne guadagnerà in solidità
economica e persino in libertà artistica.
Questo richiede un certo coraggio ed una volontà
inimmaginabile da parte di autori, produttori
e attori. Dobbiamo vincere le nostre paure
e la diffidenza di una grande parte di critica
che tende a snobbare ed ignorare qualsiasi
tentativo di cinema “diverso”.
Se questa rivoluzione la compierà una
sola persona, però non si tratterà
più di una rinascita ma di un’azione
eroica che nella migliore delle ipotesi finirà
col diventare la conquista di un singolo e
quindi un caso isolato, anche se fortunato.
9. Marco Müller
ha affermato più volte come la rinascita
della produzione italiana debba fondarsi su
una nuova stagione del cinema di genere. Ti
trovi d’accordo con questa affermazione?
Assolutamente si. I generi
cinematografici sono molti. Sarebbe un processo
salutare, creerebbe movimento e rinvigorirebbe
il cosiddetto cinema “autoriale”
che potrebbe beneficiarne non solo economicamente
ma anche artisticamente. Il successo di molti
generi diversi rassicurerebbe i produttori.
Il cinema di genere potrebbe evolversi, i
generi mescolarsi e fondersi fino a sgretolarsi
l’uno nell’altro ed a creare qualcosa
di nuovo. Chi conosce il cinema ed anche il
contesto produttivo sa quanto è difficile
imporre il nuovo. In questo il genere potrà
aiutarci. E potremmo rivivere una concezione
di cinema a 360°.
10. Con il tuo
curriculum vitae all’estero saresti
probabilmente osannato e tenuto nella bambagia.
Non ti ha mai tentato l’esperienza fuori
dall’Italia, una sorta di fuga dei cervelli
cinematografici?
Io sono cresciuto con il
cinema di Lucas e Spielberg. Frequentavo il
Fantafestival negli anni 80. Amo il fantastico
ma questo mio amore nel nostro contesto cinematografico
suona come una blasfemia. Io amo questo cinema”
peccaminoso”. Non posso che continuare
a perseguire ciò che amo. Questo è
il mio principale obbiettivo ed è trasversale
ai confini geografici.
11. Tu ti sei iscritto,
dopo il liceo, al Centro Sperimentale: consideri
in qualche modo formativa quell’esperienza?
Cosa può dare realmente una scuola
di cinema a un giovane aspirante cineasta?
Per me il C.S.C. è
stato fondamentale. Ho potuto iniziare a fare
film in pellicola, ho conosciuto i miei primi
produttori e tanti miei collaboratori attuali.
Non so come sia ora ma per me il bilancio
è stato positivo.
Quello che secondo me però è
importante è “fare”!
Se uno vuole fare il regista non deve mai
aspettarsi che qualcuno o qualcosa glielo
consenta.
Se uno vuole fare il regista deve semplicemente
farlo. Basta prendere una telecamera ed iniziare.
La grande scuola è il “fare”.
Dopo si ha tutto il tempo per pensare a quello
che si è fatto.
FILMOGRAFIA DI
EROS PUGLIELLI
Lo specchio della
vita riflette la pancia - video 1990
Plastiko - video 1990
Domenica - video 1992
Amicizia - video 1992
Dorme - video 1994 vidigrafato in 35mm nel
2000
Armageddon - video 1995
Assunta - 35mm 1995
Il pranzo onirico - 16mm 1996
Effetto placebo - 16mm 1996
I topi - 35mm 1996
Shiva - videoclip 1996
L’albero - 16mm 1997
I racconti di Baldassarre - 35mm 1997
Per la vita che verrà - videoclip 1997
Saatchi for Nike - spot 1998
Day after day - videoclip e backstage 1998
Teledominio - mini DV 2000
Tutta la conoscenza del mondo - 35mm 2001
Occhi di scritallo – 35mm 2004
(23 novembre 2004)