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INTERVISTA A EROS PUGLIELLI
di Raffaele Meale


1. Innanzitutto voglio farti i complimenti per “Occhi di cristallo”, a mio parere uno dei migliori film visti quest’anno alla Mostra di Venezia. A tale proposito parto con la prima domanda: “Occhi di cristallo” è un thriller puro, e si distacca dalle tue esperienze precedenti (“Dorme” e “Tutta la conoscenza del mondo”) dominate dal grottesco e dalla deformazione ed esasperazione del reale. Cosa ti ha spinto in questa “avventura”? Consideri il film un’evoluzione della tua estetica? Cosa ci possiamo aspettare dal futuro?

dal sito: www.occhidicristallo.itHo sentito la necessità di confrontarmi con uno degli elementi fondamentali della mia formazione cinematografica: il thriller.
Il cinema di genere è per me un banco di prova, un terreno neutro in cui ci si può confrontare con se stessi ed acquisire nuovi strumenti espressivi.
Il grottesco e la deformazione tendono a creare una sorta di distacco ironico in cui mentre si racconta, si sabota il racconto stesso. E’ un approccio che come figlio dei Monty Python amo molto, ma che in questo caso non sentivo appropriato, poiché tende a rassicurare lo spettatore.
Il thriller deve scuoterti nelle profondità dell’inconscio.
Credo che in questo momento ci sia per molti autori internazionali, più o meno “di genere”, la necessità di tornare a confrontarsi con gli archetipi della narrazione, un po’ come avvenne nel 1977 con Star Wars.
Non si tratta di un ritorno al vecchio. Si tratta semplicemente di scoprire il nuovo attraverso le misteriose ed inesauribili geometrie del racconto classico.
La mia curiosità mi porta a non pormi troppi limiti riguardo il mio percorso.
Quello che veramente cerco nel cinema è lo “straordinario” in tutte le sue manifestazioni.

2. Nel film si notano abbastanza chiaramente riferimenti alla stagione d’oro del thriller italiano, in particolare alla celebre tetralogia diretta da Dario Argento (“L’uccello dalle piume di cristallo”, “Il gatto a nove code”, “Quattro mosche di velluto grigio” e “Profondo rosso”). Ti rispecchi in questa chiave di lettura? Quanto ha contato nella messa in scena la conoscenza di quell’epoca cinematografica?

Come molti ragazzi della mia età ho visto i primi film di fantascienza e orrore in televisione nei primi anni ottanta. Nell’85 fecero un ciclo di film di Dario Argento su ItaliaUno. Il ciclo arrivava fino ad Inferno. Contemporaneamente scoprivo anche Carpenter, Craven, Hooper e tutto l’horror americano indipendente. Avevo 10-11 anni ed è stata un esperienza molto forte vedere tutti quei film horror a quella età. Questo tipo di esperienze ti rimangono dentro, nelle cellule e poi penetrano nel tuo DNA, iniziando automaticamente a far parte di te.
Girando “Occhi di Cristallo” quindi non mi sono ispirato a un film in particolare, ho soltanto seguito la mia linea e le mie scelte erano dettate esclusivamente da quello che sentivo e che ritenevo essere efficace. Sul set non puoi portarti dietro gli autori che hanno contribuito alla tua formazione, devi avere il coraggio di essere te stesso e di rimanere da solo con il tuo film.

3. Sempre rimanendo nel campo dei riferimenti cinematografici, mi è apparso abbastanza chiaro come il tuo film non viva di omaggi e citazioni, come invece è abitudine da una quindicina di anni a questa parte. Del cinema che fece la fortuna di autori come Argento, Sergio Martino, Lucio Fulci “Occhi di cristallo” condivide le atmosfere, la morbosità, la sensazione di continua e totale insicurezza. Non c’è nulla di parodistico o di citazionista nella tua opera, il genere non viene riletto, bensì semplicemente filmato. E’ un’interpretazione sbagliata?

No è esatta. Il metalinguismo ed il citazionismo sono armi a doppio taglio. Possono solleticarti, accattivarti e sedurti ma allo stesso tempo possono portarti “fuori”, possono rassicurarti.
Ho girato questo film come se fosse una storia di fantasmi, con atmosfere rarefatte e strane sospensioni, ma l’ho fatto in modo personale, mettendo il mio mondo al servizio della storia. Credo che Occhi di Cristallo abbia un’anima neogotica.

4. Qual è il tuo rapporto con il genere cinematografico? A vedere le tue opere precedenti si nota comunque una mescolanza di generi; in “Dorme” come in “Tutta la conoscenza del mondo” si mescolano fantastico, azione, storie di borgata, addirittura videoclip. Sei cresciuto a pane e cinema popolare?

dal sito: www.occhidicristallo.itSi. Quando faccio un film io cerco di essere il primo spettatore. Il cinema per me è comunicazione, anche se questo termine è da intendersi nel modo più ampio possibile.
La comunicazione infatti può passare per la testa, per il cuore, per lo stomaco o può precipitare direttamente nell’anima.
Amo il grande cinema popolare perché può essere pieno di spettacolo e di arte.
Molti autori sentono le “regole” dei generi come limitazioni. Io consiglierei un’esperienza di genere a tutti i registi. Le regole sono una limitazione ma anche una possibilità di espressione.
Pur avendo fatto un film di genere infatti, alla fine del montaggio mi sono accorto che senza volerlo avevo fatto comunque un film molto personale.

5. A proposito di videoclip, tu hai lavorato con Jovanotti e con Saturnino. Eppure, di fronte a un’invasione di regie da videoclip al cinema, hai distinto nettamente tale esperienza dalla regia cinematografica. In che modo sfrutti l’esperienza video-musicale sul set?

In nessun modo. Sono pochi i video che ti offrono possibilità di sperimentare qualcosa di nuovo e quasi sempre si tratta di sperimentazioni tecniche e fotografiche. Io amo la narrazione. Spesso ho portato elementi di narrazione nei video. Non si può sperimentare senza una direzione. Il linguaggio per me è collegato a ciò che si racconta. I film mi offrono questa possibilità: posso sperimentare con uno scopo, e lo scopo è il senso del racconto.


6. Tu hai esordito giovanissimo girando in video. Tale supporto ti ha permesso, sia nei cortometraggi che in “Dorme” di sperimentare modi di ripresa in assoluta libertà, vista la leggerezza dello strumento. A quali mutamenti sei andato incontro nel passaggio al 35mm di “Tutta la conoscenza del mondo” e “Occhi di cristallo”?

Quando giravo in video ero il regista l’operatore il fonico e il direttore della fotografia. Ero una troupe di una persona. Oggi lavoro con 100 persone, con mezzi più pesanti e con tempi più lunghi. Il mio problema sin dal C.S.C. era quello di tradurre il mio stile di ripresa ricco di movimenti di macchina e di tagli, all’interno di una formattazione tecnico produttiva che non lo prevedeva minimamente se non in contesti di grandi budget.
Per i produttori sembra che spettacolarità significhi necessariamente soldi. In parte è ovviamente vero ma io credo che se non ci sono abbastanza soldi per fare le cose che vuoi fare, forse, riflettendo un po’, riesci a farle lo stesso.
Tutto quello che serve è preparazione millimetrica e grande elasticità. Tutto si può fare, anche con pochissimi mezzi e soldi. I limiti a volte sono più nella nostra mente che non al di fuori. Ogni film ha la sua impostazione produttiva e le sue problematiche artistiche e, se c’è la necessità di utilizzare un linguaggio complesso e spettacolare bisogna inventare ogni volta il modo per farlo, avendo le idee molto chiare per non sprecare le risorse a disposizione per girare del materiale che non utilizzerai al montaggio.
Essere stato una troupe di una persona mi aiuta molto ad ottimizzare.

7. Nei lavori precedenti a “Occhi di cristallo” il tuo stile è identificabile anche nell’uso espressivo del grandangolo. Perché nella tua ultima fatica il grandangolo è praticamente assente? Come interpreti il suo utilizzo?

Non lo sentivo adatto allo stile. Mi piaceva creare uno spazio dai contorni non bene identificati. La minaccia si nasconde nel buio ma anche nello sfondo fuori fuoco. Il male si nasconde dove il tuo occhio non può vedere.

8. Il cinema italiano vive, oramai da anni, una profonda crisi produttiva. Il tuo modo di fare cinema non assomiglia a nessun’altra ipotesi portata avanti nella nostra penisola: ti senti un caso isolato o credi che possa aver luogo una rinascita partendo magari anche dalla tua esperienza?

dal sito: www.occhidicristallo.itSono convinto che nel nostro paese ci sia un grosso potenziale inutilizzato. Si tratta però di un’energia latente che dorme e che deve essere risvegliata con azioni concrete.
In Spagna si produce ogni genere di film senza nessun tipo di limitazione. Anche loro parlano di crisi, ma è solo perché non conoscono quanto sia limitato e soprattutto autolimitato, il nostro spettro produttivo ed artistico. Loro non hanno i nostri complessi e quindi si esprimono in ogni direzione. Producono Thriller, Fantascienza, Horror, Commedie, Musical ed ogni genere di film d’autore, dal più realistico al più surreale.
Interrogarci sui nostri complessi e superarli, potrà darci molte più possibilità di azione.
Quando non ci sentiremo più in colpa ad uscire da questo forzato minimalismo in cui ci siamo autorelegati, sono certo che il nostro cinema ne guadagnerà in solidità economica e persino in libertà artistica.
Questo richiede un certo coraggio ed una volontà inimmaginabile da parte di autori, produttori e attori. Dobbiamo vincere le nostre paure e la diffidenza di una grande parte di critica che tende a snobbare ed ignorare qualsiasi tentativo di cinema “diverso”.
Se questa rivoluzione la compierà una sola persona, però non si tratterà più di una rinascita ma di un’azione eroica che nella migliore delle ipotesi finirà col diventare la conquista di un singolo e quindi un caso isolato, anche se fortunato.

9. Marco Müller ha affermato più volte come la rinascita della produzione italiana debba fondarsi su una nuova stagione del cinema di genere. Ti trovi d’accordo con questa affermazione?

Assolutamente si. I generi cinematografici sono molti. Sarebbe un processo salutare, creerebbe movimento e rinvigorirebbe il cosiddetto cinema “autoriale” che potrebbe beneficiarne non solo economicamente ma anche artisticamente. Il successo di molti generi diversi rassicurerebbe i produttori. Il cinema di genere potrebbe evolversi, i generi mescolarsi e fondersi fino a sgretolarsi l’uno nell’altro ed a creare qualcosa di nuovo. Chi conosce il cinema ed anche il contesto produttivo sa quanto è difficile imporre il nuovo. In questo il genere potrà aiutarci. E potremmo rivivere una concezione di cinema a 360°.

10. Con il tuo curriculum vitae all’estero saresti probabilmente osannato e tenuto nella bambagia. Non ti ha mai tentato l’esperienza fuori dall’Italia, una sorta di fuga dei cervelli cinematografici?

Io sono cresciuto con il cinema di Lucas e Spielberg. Frequentavo il Fantafestival negli anni 80. Amo il fantastico ma questo mio amore nel nostro contesto cinematografico suona come una blasfemia. Io amo questo cinema” peccaminoso”. Non posso che continuare a perseguire ciò che amo. Questo è il mio principale obbiettivo ed è trasversale ai confini geografici.

11. Tu ti sei iscritto, dopo il liceo, al Centro Sperimentale: consideri in qualche modo formativa quell’esperienza? Cosa può dare realmente una scuola di cinema a un giovane aspirante cineasta?

Per me il C.S.C. è stato fondamentale. Ho potuto iniziare a fare film in pellicola, ho conosciuto i miei primi produttori e tanti miei collaboratori attuali.
Non so come sia ora ma per me il bilancio è stato positivo.
Quello che secondo me però è importante è “fare”!
Se uno vuole fare il regista non deve mai aspettarsi che qualcuno o qualcosa glielo consenta.
Se uno vuole fare il regista deve semplicemente farlo. Basta prendere una telecamera ed iniziare.
La grande scuola è il “fare”. Dopo si ha tutto il tempo per pensare a quello che si è fatto.

 

FILMOGRAFIA DI EROS PUGLIELLI

Lo specchio della vita riflette la pancia - video 1990
Plastiko - video 1990
Domenica - video 1992
Amicizia - video 1992
Dorme - video 1994 vidigrafato in 35mm nel 2000
Armageddon - video 1995
Assunta - 35mm 1995
Il pranzo onirico - 16mm 1996
Effetto placebo - 16mm 1996
I topi - 35mm 1996
Shiva - videoclip 1996
L’albero - 16mm 1997
I racconti di Baldassarre - 35mm 1997
Per la vita che verrà - videoclip 1997
Saatchi for Nike - spot 1998
Day after day - videoclip e backstage 1998
Teledominio - mini DV 2000
Tutta la conoscenza del mondo - 35mm 2001
Occhi di scritallo – 35mm 2004

(23 novembre 2004)

 




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