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LA
CONGIURA DEGLI INNOCENTI
(Luglio 1994)
di Raffaele Meale

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The man, himself
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L’altra sera,
accompagnandomi con una brocca di tè
freddo-gelato-salvezza-estiva, mi sono gettato
nella visione di “La congiura degli innocenti”
di Alfred Hitchcock, uno dei pochi film del
periodo americano che mancava alla mia lista
– i prossimi in graduatoria dovrebbero
essere “Il prigioniero di Amsterdam”
e “Paura in palcoscenico” (ma riuscirà
mai qualcuno di questi a scalzare dal mio cuore
l’estatico splendore di “Rebecca”?)
-. Dopo averci riflettuto su tutta la notte
(e anche buona parte della mattina successiva)
e dopo aver dato una letta veloce al solito
e spesso inutile scribacchiare sull’opera
sono giunto ad una conclusione: credo che “The
Trouble with Harry” sia un piccolo, geniale
capolavoro…anzi, credo che a suo modo
questo film sia l’immenso capolavoro mancato
di Hitchcock. Capolavoro? Forse qualcuno non
sarà d’accordo, ma è la
storia stessa a dirci che lo è. Mancato?
Purtroppo è altrettanto certo che anche
questo sia vero. Ma a suo modo “La congiura
degli innocenti” rappresenta la sfida
più grande che Hitchcock abbia lanciato
al suo più acerrimo detrattore: se stesso.
Gli anni ’50 sono un episodio certamente
glorioso nella filmografia del regista inglese,
in questo decennio prendono vita “L’altro
uomo (delitto per delitto)”, “La
finestra sul cortile”, “L’uomo
che sapeva troppo”, “La donna che
visse due volte” e “Intrigo internazionale”…bè,
fa quasi paura questa sfilza di titoli asettici
uno dopo l’altro. Fa paura un po’
per la palese mancanza di fantasia dei traduttori
nostrani, ma fa soprattutto paura nel filtro
che divide la semplice lettura dei titoli al
rivangare stranito dell’oggetto filmico
al di là di questo intrico di parole,
frasi e ammiccamenti. E fa paura prendere coscienza
del fatto che ciò che noi oggi identifichiamo
con il poco ortodosso termine “hitchcockiano”
ha acquistato un corpo maturo proprio in questo
spicciolo di anni. E lì in mezzo, quasi
schiacciato, soffocato da questa messe di capolavori,
si fa spazio “La congiura degli innocenti”,
fragile, piccolo, intimidito dal confronto.
Dicevo prima che si tratta, a mio parere, del
capolavoro mancato: è arrivato forse
il momento di dare un senso più esplicito
alla mia affermazione. Il problema che Hitchcock
ha con Harry è quello di aver osato senza
osare alcunché: nel momento in cui la
sua etica dello sguardo raggiungeva vertici
stilistici impensabili, e ne sono testimonianza
i film sopra citati – “La finestra
sul cortile” elogio del pettegolezzo,
dello spiare domestico, dell’intrufolarsi,
“Vertigo” addirittura somma estrema
di romanticismo/masochismo/feticismo, nel quale
James Stewart, dopo aver spiato – per
amicizia, quasi per lavoro – una donna,
spia la sua sosia per ossessione: lo sguardo
diventa automaticamente voyeurismo, e il voyeurismo
diventa godimento, perde punti preziosi il tatto
(nei film di hitchcock è il bacio il
più trasgressivo degli atteggiamenti)
a favore della vista; la riflessione metacinematografica
è dunque evidente: la vista è
l’unica cosa che può provocare
piacere, ed è l’unico senso che
può generare un qualche interesse –
Hitchcock decide, cocciutamente di girare un
film al quale risulti estraneo il suo sguardo.
“La congiura degli innocenti” è
la messa in scena di un congegno ad orologeria,
senza che per questo si debba ricondurre tutto
al suo autore. E’ come se Hitch si togliesse
lo sfizio di girare un film rispetto al quale
anche lui risulti uno spettatore: è,
con ogni probabilità, il film che lui
stesso avrebbe amato vedere al cinema. Visto
che nessuno ci pensava a girarlo, lo ha fatto
lui. Il godimento della vista stavolta non è
stata una sua creazione, ma una sua personale
esperienza ludica. C’è da dire
che negli anni ’50 Hitchcock girò
altri film “minori” imperfetti,
non propriamente all’altezza - da citare
senza dubbio “Il delitto perfetto”
e “Caccia al ladro”– ma nessuno
di questi possiede il coraggioso auto-annullamento
de “La congiura degli innocenti”:
nel “Delitto perfetto” c’è
il personaggio interpretato da Grace Kelly che
riconduce ad altre eroine bistrattate dalla
sorte eppure in grado di salvarsi, in “Caccia
al ladro” oltre alla Kelly c’è
il volto di Cary Grant, e lo svolgersi della
trama riporta alla tipica commedia/Hitchcock.
L’unico film che forse potrebbe essere
paragonato, per capacità di mimetismo
autoriale, a
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Una foto del 1950
Fonte: MPTV.net |
“La congiura
degli innocenti” è “Il ladro”,
melodramma dalle tinte assai fosche interpretato
da uno straordinario Henry Fonda. Ma anche qui
ogni tanto la mano del regista si fa sentire,
(involontariamente?) incapace di distaccarsi
dai propri tempi – e così ecco
la scena del riconoscimento del vero ladro ecc.ecc..
No, niente da fare, anche a “Il ladro”
manca l’estremismo di “La congiura
degli innocenti”. Estremismo dato dalla
mancanza di una figura guida – l’unico
altro film “corale” di Hitchcock
a venirmi in mente è lo splendido “I
prigionieri dell’oceano”, altro
film imperfetto incompiuto, altro film ad evitare
alcuni dei cliché hitchcockiani, ma stiamo
pur sempre parlando di una delle prime regie
statunitensi, quindi il discorso meriterebbe
un approfondimento del tutto diverso, e tra
l’altro stiamo parlando (caso unico nel
panorama del cineasta) di un film di propaganda,
e quindi la concessione all’atmosfera
corale potrebbe essere dettata anche da questo
fattore –, e soprattutto dalla mancanza
di un personaggio maschile realmente forte:
John Forsythe è un semplice pittore e
Edmund Gwenn un lagnoso e bislacco capitano
di mare, nessuno dei due si trova in particolari
guai. Ed eccola un’annotazione curiosa:
laddove la peculiarità della quasi totalità
dei film di Hitchcock è quella di mettere
il personaggio maschile principale in una situazione
di pericolo imminente al quale sfuggire, in
un percorso ad ostacoli irto di problemi da
risolvere, proprio qui, nella pace campestre
di una pièce ai limiti dello sberleffo
Hitchcock si diverte a inserire nel titolo il
termine “problema”. Il problema
con Harry risiede nel fatto che quest’ultimo
è morto: ma nessuno, al contrario del
solito, verrà accusato di omicidio (anche
se tutti penseranno di averlo commesso). Shirley
MacLaine non è la solita ragazza acqua-e-sapone,
dall’aspetto virgineo che fa innamorare
di sé il protagonista: è, al contrario,
una ragazza che arriva da ben due matrimoni
(entrambi finiti con il marito cadavere) e si
diverte a discutere con il pittore dei doveri
coniugali – in un dialogo nel quale l’arguzia
ironica e il gusto del macabro si fondono fino
a raggiungere l’estasi della parola, quella
parola che nel sommo capolavoro “Vertigo”
verrà a mancare, a favore del più
complesso intrico di sguardi. Fin qui il discorso
sulla trama, e sulla mancanza di reali appigli
à la Hitchcock: ma cosa dire dello sguardo?
La mdp non è più un cannocchiale
nelle mani del regista, non serve a spiare,
a svelare, ma semplicemente a mostrare: i campi
lunghi sui paesaggi campestri, le bizzarre angolazioni
sul cadavere, i più classici campo/controcampo.
Questo è, a livello puramente tecnico,
“La congiura degli innocenti”. Il
maestro della tecnica si guarda intorno e si
nasconde dietro una serie di inquadrature amorfe,
quasi senza vita, a volte addirittura capaci
di lasciare un senso di errato, di incompleto:
quasi che l’abitudine ci faccia pretendere
carrellate, dolly, improvvisi avvicinamenti
(ah, l’incipit maiuscolo di “Psycho”!!!
Ah, lo scivolare fra i viali alberati –
la memoria, la contemplazione dell’impossibile,
il sogno – di “Rebecca”!!!)
che, semplicemente, Hitchcock non ha alcuna
intenzione di mostrare. Il suo film più
austero, senza alcun dubbio. E per questo ancor
più coraggioso, ostico, quasi impossibile
nella sua visione perché oramai impossibile
da immaginare: davanti a questo film prende
corpo l’idea della negazione. Possibile
che sia proprio Hitchcock ad aver girato questo?
Ed è proprio qui la sua grandezza, proprio
in questa negazione stupita – negazione
che segue alla negazione di Hitchcock verso
se stesso, così come lo sguardo dello
spettatore segue lo sguardo di Hitchcock che
segue lo sguardo di Stewart che segue la sosia
di Kim Novak in “Vertigo”: una cinematografia
dell’imitazione, per quanto possa sembrar
astruso – perché “La congiura
degli innocenti” riesce ad emergere come
capolavoro se si ha coscienza della sua estraneità.
Hitchcock mette in mostra l’ovvietà,
la piattezza, la “messa in scena”
proprio quando sembra giusto pretendere da lui
la sorpresa, la creatività: al culmine
della sua magniloquenza sbatte la testa contro
un progetto lineare, austero, impossibilitato
ad avere fronzoli. E quello che ne esce non
può che essere un capolavoro, ma, per
sua stessa natura, non può che essere
imperfetto. E’ la logica della storia
a pretendere questo strano ossimoro: capolavoro
perché coraggioso, imprevisto, imperfetto
perché non girato da Hitchcock, ma da
hitchcock; e questo pesa, eccome se pesa. Sarebbe
curioso immaginare cosa sarebbe successo se
questo gusto per lo scarno avesse preso il sopravvento:
un cinema a metà tra Hitchcock e, che
ne so, Bresson? Provo a immaginarlo. Ci provo
sul serio. Ma scoppio a ridere.
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Dietro le quinte
del film "Saboteur" (1942)
Fonte: MPTV.net |
Mi viene in mente che
esistono altri eccezionali esempi di capolavori
imperfetti, magari non tutti per gli stessi
motivi (anzi, a volte per l’esatto opposto):
è il caso di “Il processo”
di Orson Welles, che amo alla follia ma che
ha la sua forza negli episodi nei quali viene
negata l’esperienza kafkiana a favore
della cinematografia di Welles. Laddove, al
contrario, Welles cede alle lusinghe del confronto
con l’opera letteraria l’intero
impianto inizia a cedere, scricchiolando minacciosamente.
Ma molti sono i titoli che mi tornano alla
memoria: “Max, amore mio” di Nagisa
Oshima, bibbia misconosciuta della contrapposizione
tra sguardo oggettivo e soggettivo –
l’erotismo non risiede nello sguardo,
ma nella sua oggettivazione – eppure
al contempo misera barzelletta, “San
Michele aveva un gallo” dei fratelli
Taviani, eccezionale nella sua riflessione
politica eppure così misero nella sua
riflessione politica (come se i due fratelli
fossero in polemica con loro stessi, come
se i tipici “suicidi” della sinistra
prendessero forma nella stessa struttura del
film), “Fitzcarraldo” di Herzog,
incapace di mantenersi sui livelli di “Aguirre
furore di Dio”, “L’enigma
di Kaspar Hauser” o “La ballata
di Stroszek” eppure assai più
consapevole dei propri mezzi espressivi, fino
ad arrivare al tanto bistrattato “Spartacus”
di Stanley Kubrick, del quale, pur ammettendo
gli errori, gli sbalzi di ritmo e di intensità,
la retorica a tratti di stampo populista,
non si può non riconoscere la perfezione:
la più alta espressione del comunismo
americano passa attraverso la lente deformante
della Roma antica. Ecco, “La congiura
degli innocenti” si mette seduta accanto
a questi film, senza problemi. Da riscoprire,
o da scoprire se mai fosse venuta la voglia
di vederlo.
Dì
la tua in Osteria
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