II
FESTA DEL CINEMA DI ROMA
21 Ottobre 2007
di
Raffaele Meale
Qui
all’Auditorium non passa giorno senza che
qualcuno non scateni – volontariamente
o meno – una polemica su un festival che,
diciamolo anche francamente, convince davvero
poco. So di tornare su argomenti già ampiamente
trattati in altre occasioni, ma il problema non
risiede tanto nella qualità intrinseca
delle opere (per quanto il concorso continui
a fare acqua da tutte le parti, con poche eccezioni
disperse in un oceano a dir poco deprimente)
quanto piuttosto nel macrocontenitore che le
accoglie.
Sì, va bene, c’è “Extra” che
continua a tenere alto il nome del cinema meno
visibile, più estremo, meno codificabile;
va bene, ci sono anche alcune succose anteprime
(Coppola, di cui ho parlato, Lumet, di cui parlerò e
via discorrendo), ma basta tutto questo a render
felice la vita degli accreditati? Decisamente
no. Continuerò dunque a porre dubbi sul
risultato finale di questa manifestazione, in
attesa di essere smentito dagli eventi…
Per
quanto riguarda la giornata di domenica, ci sono
alcune cose interessanti da dire: la prima riguarda
la visione di un film che ci ha in parte riconciliato
con il cinema di casa nostra. Non è un
segreto che il risultato ottenuto dai film battenti
bandiera italiana quest’anno nei festival
principali sia stato a dir poco disastroso: eccezion
fatta per “In memoria di me” di Saverio
Costanzo (operazione interessante per quanto
non priva di difetti), in concorso alla Berlinale,
si è avuto modo di assistere a una serie
di kermesse pronte a ravanare nel fondo del barile
(i tre titoli presenti nel concorso veneziano
erano senza dubbio la punta più bassa
dell’intero festival) quando non decise
a ignorare bellamente la nostra produzione – vedi
Cannes che ha escluso qualsiasi pellicola dal
concorso, inserendo in riserve meno visibili
la truppa composta dal sottovalutato Olmi di “Centochiodi” e
dal bel “Mio fratello è figlio unico” di
Daniele Luchetti -. È vero che anche “Le
pere di Adamo”, il film di Guido
Chiesa di cui devo parlare ora, non fa parte del lotto
di opere che potranno sperare di vincere la seconda
edizione della Festa, visto che ha fatto bella
mostra di sé come al solito in “Extra”,
ma quantomeno posso dire di aver applaudito senza
alcuna riserva. In realtà è arduo
descrivere l’essenza più pura de “Le
pere di Adamo”: difficile perché,
a conti fatti, sarei costretto ad affermare che
si tratta della ricerca di un’interazione
tra i mutamenti atmosferici e quelli sociali
nella vita contemporanea; so che può apparire
il tutto come null’altro che una boutade
arzigogolata, ma Chiesa riesce a rendere il tutto
con una fluidità così consapevole
da non farsi inghiottire dalle sabbie mobili
che lui stesso provvede a disseminare durante
il percorso. Opera estremamente stratificata, “Le
pere di Adamo” è uno dei film più sanamente
politici che ho avuto modo di vedere negli ultimi
tempi: senza retorica (eccezion fatta per la
stralunata, ma non del tutto riuscita, parentesi
d’animazione) e con una gran voglia di
mostrare il lato più ludico del proprio
cinema. E questo è sempre un pregio da
difendere, per quanto mi riguarda.
Cocente delusione,
tanto per saltare di palo in frasca, si è dimostrato
invece il ritorno sulle scene di Julio
Medem:
il regista spagnolo (quello de “Gli amanti
del circolo polare” e “Lucia y el
sexo”) crolla letteralmente mettendo in
scena una storia, quella della disinibita Ana
che scopre di avere dentro di sé lo spirito
immortale della donna in quanto tale, che apparentemente
sembrerebbe rientrare in pieno nelle sue corde.
Intendiamoci, il film è per etica ed
estetica, puramente medemiano, e su questo non
ci devono essere fraintendimenti: il problema è che
il cineasta si butta su “Caótica
Ana” liberando ogni parte della sua mente,
e facendo tracimare gli elementi di cui è composta
senza alcuna volontà pronta a guidarlo.
Il risultato è caotico almeno quanto il
titolo, e scade ben presto nella pretenziosità (ma
ci vuole davvero far credere di poter mettere
il scena il senso stesso – storico, sociale,
intimo – dell’essere femminile in
quanto tale? Ma stiamo scherzando?) e nel cattivo
gusto. Il divertimento involontario che ne consegue è notevole,
ma non permette ovviamente di salvare ciò che
non è più neanche lontanamente
difendibile. Ma sono certo che, se deciderà di
non affidarsi esclusivamente ai suoi sensi (e
accetterà di volare un pochino più in
basso), Medem potrà regalare in futuro
ancora molte gioie. Chissà…
[Piccolo
inciso: il 21 è stato il giorno delle
famigerate Winx e dell’anteprima di 35
minuti del lungometraggio firmato Iginio Straffi
che le vedrà protagoniste sul grande schermo
nelle prossime settimane. L’Auditorium è stato
letteralmente preso d’assalto da un’orda
di ragazzine più o meno instabili mentalmente
pronte ad assaltare anche la banca più protetta
del mondo pur di mettere le mani sul materiale
riguardante le loro eroine alle prese con magie,
fiamme del Drago e amenità simili… concedo
a voi i commenti del caso, io sono ancora sconvolto
dalla visione di questa isteria collettiva]
Ma
torniamo a “Extra” e alle sue primizie: “Dr.
Plonk” di Rolf
De Heer era fin dai giorni
anteriori al festival uno dei film che più attendevo.
Per quanto riconosca un saliscendi continuo nella
carriera del cineasta australiano, quasi un cliché dell’idea
di genio che si ha nel mondo occidentale, non
posso negare di subire una fascinazione ogni
qual volta questo pazzoide si mette in testa
di dirigere un film. Capace di passare da melodrammi
carichi di atrocità e paranoia (“Bad
Boy Bubby”, la sua opera più – giustamente – celebrata)
a irrequieti scavi nelle ambiguità della
borghesia (il non completamente riuscito “La
stanza di Cloe”), da sci-fi stralunati
(il misconosciuto “Epsilon”, il suo
film più direttamente mainstream – insieme
al dimenticabile “Il vecchio che leggeva
romanzi d’amore” - e dunque, per
contrappasso, uno dei pochi a non aver avuto
alcun contatto con il pubblico italiano) a western
a ritmo di blues ambientati nel deserto australiano
(il sorprendente “The Tracker”),
De Heer è uno dei registi formalmente
più liberi tra quelli che è possibile
trovare in circolazione di questi tempi. Non
mi ha dunque stupito assistere, con “Dr.
Plunk” (della cui progettazione il regista
aveva già avuto modo di parlare ai tempi
dell’uscita italiana del bel “10
canoe”), a un film muto, omaggio estremamente
consapevole e filologico al periodo dello slapstick:
ciò che ne viene fuori è una girandola
di trovate irresistibili, alle quali è veramente
arduo resistere. Rigetto personalmente anche
l’accusa, mossa da più parti, dell’eccessiva
lunghezza dell’opera rispetto al materiale
a disposizione (un’ora e venticinque minuti),
perché questo a mio parere non fa altro
che ribadire ulteriormente l’intento filologico
di cui parlavo in precedenza. “Dr. Plonk” non è una
rilettura del cinema dell’epoca, non è neanche
un omaggio parodistico: è, niente di più e
niente di meno, un film muto. Ne segue fedelmente
(come già avveniva nel bel “Juha” di
Aki Kaurismäki) regole e movimenti, senza
viverli comunque come ristrettezze. E poi basterebbe
aver inventato il personaggio del cane Tiberius
per meritare ovazioni di qui al prossimo secolo…
Scopro
solo adesso di non aver ancora parlato de “La
recta provincia” di Raoul
Ruiz (che viene
omaggiato dalla festa con una corposa retrospettiva
di ben quaranta titoli, meno della metà di
quelli da lui partoriti nel corso di una delle
carriere più schizofreniche e apolidi
che si ricordino), e me ne dolgo: alcuni sprovveduti – mi
si perdoni il termine – hanno letto nelle
due ore e cinquanta in cui si dipana una storia
che altro non è se non il tuffo a corpo
morto nell’universo mitopoietico cileno
un’affermazione inconscia di lentezza intellettuale
da parte di questo grande vecchio (ma neanche
tanto, avendo solo 66 anni). Al contrario si
tratta dell’ennesima incursione che Ruiz
fa nel tema del sogno, dell’ipotesi del
desiderio e del rapporto con la religione; magari
non inventerà nulla di nuovo, ma è sempre
un gran bel vedere. Assistere a una lezione di
libertà formale così estrema eppure,
a suo modo, paradossalmente logica, è una
panacea per tutti i mali dell’ipervisione
contemporanea. Mi resterebbe ancora da parlare
di “Ce que mes yeux ont vu” di Laurent
de Bartillat e del film collettivo (e a sorpresa,
come oramai da prassi) “Peur(s) du noir”,
ma lascio questa incombenza ai giorni futuri
e ai resoconti che verranno.
(27 ottobre 2007)
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