II
FESTA DEL CINEMA DI ROMA
20 Ottobre 2007
di
Raffaele Meale
Più la
Festa voluta da Veltroni scava, giorno dopo giorno,
in profondità, più ci si rende
conto della disomogeneità che sembra essere
il tratto distintivo della kermesse capitolina:
non si tratta qui solo di ragionare sul valore
precipuo di ogni singola opera (per ora posso
affermare di aver trovato sorprese soprattutto
nella sezione “Extra”, mentre il
Concorso non appare francamente all’altezza
delle aspettative), ma di cercare di comprendere
ciò che vi è alle spalle dell’organizzazione.
Sfida ben più ardua di quanto possa sembrare
a occhi poco attenti, ve lo giuro.
L’impressione è che
nella volontà di evidenziare una discontinuità di
Roma con il resto del panorama festivaliero (ricordatevi
che i primi vagiti dello scorso anno furono improntati
all’ipotetico slogan “faremo terra
bruciata”) si sia scelto di affidare la
gestione delle varie sezioni a troppe teste;
non sono un particolare amante dei detti popolari,
ma in questo caso è indubbio che “con
troppi galli a cantare non si fa mai giorno”.
Come dicevo poc’anzi, a farne le spese
finora è stato il Concorso: film come “L’Amour
caché” di Alessandro
Capone e “Fugitive
Pieces” di Jeremy
Podeswa in questo senso
vestono il ruolo, tutt’altro che invidiabile,
di paradigmi. Il primo è figlio di una
coproduzione tra Italia, Francia e Lussemburgo:
se il piccolo stato mitteleuropeo ha fornito,
presumibilmente, solo ed esclusivamente i soldi
necessari alla bisogna e il nostr paese è coinvolto
in virtù della nazionalità del
regista e sceneggiatore, “L’Amour
caché” mette in mostra movenze e
abitudini che funzionano come marchio registrato
per quanto riguarda il cinema transalpino. Totalmente
incentrato sul corpo e lo sguardo (a sua volta
griffe che si fa film dopo film sempre più usurata)
di una ovviamente brava Isabelle Huppert, il
film di Capone è uno scavo, neanche troppo
approfondito, delle relazioni al femminile, dei
rapporti madre-figlia, in una dimessa panoramica
sulle solitudini della contemporaneità.
Girato in maniera a dir poco didattica da Capone
(cinquantenne con un percorso televisivo che
gli ha visto inanellare titoli del “calibro” di “Distretto
di Polizia”, “Orgoglio”, “Il
commissario”, nonostante un esordio nell’horror
con il grossolano “Streghe”), e scritto
con un bignami di Freud a portata di mano, “L’Amour
caché” è film estremamente
inesatto, privo di guizzi e intriso di una banalità che
si sposa da subito con la sciatteria. Peccato
che, oltre alla professionalità della
Huppert, siano costretti a cedere gli onori del
campo anche Luciano Tovoli e Roberto Perpignani.
Ancora peggiore si è dimostrato, alla
resa dei conti, il film
di Podeswa, viaggio nella
mente di un sopravvissuto all’Olocausto
che non solo non aggiunge nulla a quanto già detto
sulla tragedia della Shoah (ma era forse ingiusto
pretenderlo) ma cade ben presto in un accumulo
di cattivo gusto involontario che – ma
lo vedremo nei prossimi resoconti – lo
accomuna ad almeno un altro paio di titoli presenti
qui nella Capitale: tutta la parte finale, dove
viviamo la storia d’amore tra il protagonista
oramai di mezza età e l’unica donna
che sembri averlo mai compreso, supera di gran
lunga i limiti del ridicolo (si veda il modo
in cui è risolta la svolta tragica del
finale, di fronte alla quale è arduo non
scoppiare a ridere). Indice ultimo di un’opera
quasi fastidiosa nella sua assoluta mancanza
di interesse, che apre il fianco a molti quesiti
sull’opera di selezione svolta a monte.
Ma qui rischio di ripetermi…
Chi invece
non si è ripetuto, nonostante i pareri
fin troppo severi che ne hanno accompagnato la
proiezione stampa e quella per il pubblico, è Francis
Ford Coppola (lo so che vi aspettavate che ne
parlassi, ma ho preferito lasciarvi malignamente
sulle spine): cosciente di rappresentare una
fetta microbica dell’uditorio, affermo
con vigore che “Youth
Without Youth” è un
capolavoro, uno di quei film che riconciliano
con la purezza della visione cinematografica.
Coppola, costretto a orchestrare un vero e proprio
esercito di ambizioni (riportare in auge le adventures della Hollywood anni ’40, il melò,
ragionare sullo spazio-tempo e sull’impossibilità di
invecchiare, vera e propria metafora del mondo
in celluloide), torna alla grandeur della messa
in scena che sembrava aver smarrito con il pessimo “Jack” e
l’alimentare “L’uomo della
pioggia”; “Youth Without Youth” – che
nel titolo italiano “Un’altra giovinezza” smarrisce,
a mio modo di vedere, gran parte del fascino
insito nella negazione dell’assunto di
partenza – è un inno non tanto all’amour
fou, per quanto il film ne sia intriso (come
dopotutto gran parte dell’estetica coppoliana,
da Rain People fino al Gary Oldman/Dracula che
afferma “Ho attraversato gli oceani del
tempo per incontrarti”), ma soprattutto
al cinema come motore immoto, ed eterno, delle
più basilari pulsioni umane. Nello sforzo
di non lasciarsi tentare dalle soluzioni più usurate
della drammaturgia classica, Coppola forza i
limiti del racconto fino a una tracimazione dei
contenuti, espandendo la sua creatura oltre i
limiti prestabiliti e conducendola in una corsa
sfrenata all’eccesso che sbalordisce, stordisce
e traumatizza; senza preoccuparsi di poter essere
catalogato come “esagerato” o “ridicolo”,
mette in scena sé stesso, il suo cinema
e quello che ha amato, costruendo un percorso
desueto, di fronte al quale molti spettatori
delle ultime generazioni potrebbero perdersi,
incapaci di trovare la chiave per scardinare
una serratura affascinante ma tutt’altro
che semplice. È, ahimè, probabile
che “Youth Without Youth” rimanga,
negli anni a venire, una delle opere magne meno
comprese, in questi tempi ipercinetici. Per fortuna
posso ancora sperare nel sogno dell’immortalità,
eterna giovinezza che solo l’arte – e
il cinema in primo luogo – hanno l’onore
di permettersi.
Passo velocemente su “Klass” di
Ilmar Raag, unico film da me visionato tra quelli
che facevano parte della sezione “New Cinema
Network”: l’esordio di questo regista
estone è un’interessante, e a tratti
sconvolgente incursione nel sistema scolastico
di Tallin e dintorni, analisi spietata della
generazione cresciuta in un mondo che ha oramai
sposato l’ideale capitalistico occidentale
in ogni sua minima parte. Il modo in cui sono
aperti i vari capitoli che ne compongono l’insieme
possono infastidire nella loro bieca estetica
alla MTV, ma la crudezza e la mancanza di paletti
che Raag si pone davanti ne fanno un prodotto
anomalo, coraggioso, assolutamente non conciliatorio.
Da recuperare, per quanto questa possa apparire
al momento una pia illusione (riuscite a immaginarvi
un film estone che esce nelle sale italiane?
Beati voi…).
Prima di darvi il quotidiano
saluto, dovrei ancora parlare della proiezione/omaggio
di “In viaggio con
Patrizia” di Alberto
Grifi… ma rimando questa incombenza a
uno speciale apposito; per ora vi anticipo solo
che si è trattato, a mio modo di vedere,
di uno degli scandali della Festa. Se omaggiare
qualcuno equivale a dileggiarlo e a disconoscerne
completamente la poetica, allora…
In attesa
di chiarimenti su queste affermazioni (che arriveranno,
giurin giurello), buona giornata.
(24 ottobre 2007)
|