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II FESTA DEL CINEMA DI ROMA
19 Ottobre 2007

di Raffaele Meale

Apro il tutto con un’anticipazione a suo modo anche vagamente bastarda: stamattina ho avuto modo di vedere "Youth Without Youth", atteso ritorno sulle scene di Francis Ford Coppola a distanza di dieci anni dall’ultima fatica; ovviamente sul film ancora grava il già citato embargo critico, posso solo anticipare che si tratta, a mio modesto avviso, di un’opera di tale grandezza da poter essere compresa realmente, con ogni probabilità, solo nei prossimi anni (decenni?).

In fiduciosa attesa che il tempo faccia il suo corso e che “Youth Without Youth” assurga al ruolo scomodo e al tempo stesso esaltante di culto, passo a parlare di ciò che mi è consentito. Sono stato, negli anni passati, un appassionato amante del cinema “provinciale” di Carlo Mazzacurati: in opere come “Notte italiana”, “Il toro” e “La lingua del santo” era possibile riconoscere un afflato popolare non dimentico delle lezioni sullo sguardo e sul paesaggio che hanno fatto la storia del cinema. Tutto l’interesse per il panorama, per l’uomo immerso in un paesaggio che si fa allo stesso tempo contesto e senso della pellicola svanisce letteralmente nell’ora e tre quarti di “La giusta distanza”, che procede altresì per un accumulo di luoghi comuni, vaneggiamenti pseudo-progressisti, riflessioni al limite del ridicolo sull’altro e sugli orrori quotidiani della piccola provincia. Insomma, di un film come questo (tra l’altro scritto veramente male, e questo dispiace particolarmente) non rimane davvero nulla, eccezion fatta per un’apparizione sprecata del sempre amato Ivano Marescotti e della bella fotografia di Luca Bigazzi. Rimanendo in tema di orrori quotidiani mi permetto di consigliare a Mazzacurati un ripasso degli horror padani firmati, trent’anni fa, da Pupi Avati: avrebbe tutto da guadagnare…

Nella sezione Alice nella città mi sono imbattuto in un film stranissimo, “Have Dreams, Will Travel”: sorta di road movie con protagonisti due dodicenni innamorati e delusi da una vita che non sembrano neanche aver diritto di vivere (lui completamente ignorato dai genitori, lei orfana in seguito a un tragico incidente stradale), l’esordio alla regia di Brad Isaacs mette in scena un cinema dai due volti. A una prima metà estremamente ispirata, nella quale la giovanissima Anna Sophia Robb – già ammirata nel bel “Un ponte per Terabithia” – ha modo di mettere in mostra le sue doti attoriali, fa seguito una seconda parte completamente sconclusionata, dominata da una spinta alla quadratura borghese del cerchio che sa tanto di rifugio in corner di ambizioni ben più elevate. Peccato, perché le premesse per un film da stamparsi a fuoco nella memoria c’erano tutte, e invece il bicchiere rischia di rimanere inesorabilmente mezzo vuoto. Da annotare la serie di volti notissimi (Matthew Modine, Lara Flynn Boyle, Heather Graham, Dylan McDermott, Val Kilmer) che si avvicendano sullo schermo, numi tutelari delle due piccole speranze dell’ultima generazione. Ma è dalla sezione Extra che arrivano le visioni più sconvolgenti; “New Home Movies from the Lower 9th Ward” di Jonathan Demme e “The Unforseen” di Laura Dunn. Il primo segna l’ennesima incursione (meritoria) di Demme nel documentario: nel dramma del post-uragano che devastò New Orleans non più di due anni fa si può ritrovare con facilità l’approccio personale di Demme, che mette in scena un microcosmo della tragedia – in questo caso microcosmo del microcosmo, visto che non si parla neanche dell’intera città, ma solo del suo quartiere più degradato e ghettizzato – per riuscire a raccontare l’universale. Era già successo in “Haiti Dream of Democracy”, in “My Cousin Bobby”, nello straordinario “The Agronomist” e nel recente “Man from Plains” visto a Venezia e incentrato sull’impegno politico di Jimmy Carter nella difesa dei diritti del popolo palestinese. L’esordio al lungometraggio della Dunn invece, prodotto niente di meno che da Terrence Malick e Robert Redford, prende più direttamente di mira il mito stesso dell’American Way of Life: il capitalismo e le sue mostruose sfaccettature. Come nel caso di Demme siamo di fronte a un lucido e appassionato sguardo americano sull’America, un lungo viaggio nelle pieghe di un paese ricco di contraddizioni e difficile da analizzare con semplicità. Interessante come i due cineasti arrivino a soluzioni non poi così dissimili sfruttando metodologie della messa in scena estremamente difformi tra loro: laddove Demme ragiona su un approccio sporco della videocamera, quasi rozzo (e dopotutto non si intitola il film “Home Movie”?), la Dunn compie un lavoro estremamente più professionale, quasi laccato in alcune soluzioni fotografiche, raggiunte grazie alla maestria di Lee Daniel – storico collaboratore di Richard Linklater -: dal mondo subacqueo del paradiso in terra in quel di Austin che rischia di essere distrutto dalla scriteriata espansione immobiliare all’amaranto tramonto del midwest gli USA si svolgono come una lunga distesa di colori, mentre la New Orleans demmiana è barbaricamente costretta a reiterare i propri skyline e paesaggi, in una immutabilità che innalza ulteriormente i toni dell’orrore quotidiano.

Essendomi perso “Hafez” di Abolfazl Jalili (regista iraniano che ho avuto modo di apprezzare assai in passato, soprattutto per “Yek Dastan-e Vaghe'i” e “Abjad”), non mi resta che parlare di “Elizabeth: The Golden Age”, ritorno dell’accoppiata Shekhar Kapur/Cate Blanchett sul luogo del crimine a distanza di quasi dieci anni dal primo capitolo di quella che si può tranquillamente iniziare a considerare un’epopea. Chiunque abbia memoria del film del 1998 saprà cosa aspettarsi da “The Golden Age”, film che ha in sé tutti i pregi e i difetti di un’operazione produttiva di siffatta mole, soprattutto in terra d’Albione. Per riassumere: recitazione ai limiti del sublime, impianto scenografico solidissimo, una certa pomposità, una vagamente fastidiosa retorica storica. Ma soprattutto una macchina da presa incollata alla sua protagonista, vero e proprio monolito, essenza e senso della pellicola.

Un film che scorre via senza la visionarietà di cui forse avrebbe potuto gloriarsi (eccezion fatta per la splendida sequenza di battaglia navale) e che è “solo” il frutto di un’industria oliata, macchina schiacciasassi senza troppa coscienza. Ma di fronte alla pretenziosità e all’ignavia del film di Mazzacurati – e di altri di cui avremo modo di parlare -, è sempre una ventata di ossigeno.

(22 ottobre 2007)

 




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