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II FESTA DEL CINEMA DI ROMA
18 Ottobre 2007

di Raffaele Meale

Ed è infine giunto il giorno della seconda, chiacchieratissima, Festa del Cinema di Roma. Raramente ci si era avvicinati a una kermesse cinematografica con un tale carico di pressioni; molte ben giustificate a dir la verità (vedere alla voce “dissesti” che aveva accompagnato fedelmente la prima edizione), altre francamente di scarso interesse.

A giudicare dal programma messo in piedi da Giorgio Gosetti & Co., verrebbe forte l’istinto di storcere la bocca, con la memoria pronta a svolazzare alle perle regalate quest’anno da Berlino, Cannes e Venezia – e il pensiero che la manifestazione lidense possa essere l’ultima griffata Müller assume sempre più la forma di un incubo nella mente dei cinefagi di tutto il mondo -, ma essendo solo al primo giorno eviterò di cadere nella trappola della bocciatura premeditata. Tuttavia, prima di passare a un breve ripasso di ciò che ho avuto modo di vedere in questo 18 Ottobre capitolino, trovo doveroso puntare l’accento su un paio di anomalie venutesi a creare. La prima riguarda la vendita del catalogo ufficiale della Festa, una brossure di trecento e passa pagine edito dalla Minimum Fax per conto della Fondazione Cinema per Roma; chiunque sia interessato all’acquisto lo può trovare alla modica cifra di 12 € all’interno della bella libreria dell’Auditorium. Sarebbe tutto encomiabile se non fosse che, in un baracchino a neanche cinquanta metri di distanza, lo stesso medesimo catalogo, con la semplice differenza di una copertina leggermente diversa e con la scritta “La Repubblica” a campeggiare, viene elargito a 9,90 €. I casi della vita, si dirà, ma certo è che la cosa appare alquanto bizzarra, tanto più che gli addetti alla libreria non sembrano esserne minimamente a conoscenza. Con la seconda “svista” giornaliera ci affacciamo invece direttamente sulle opere selezionate, e per l’esattezza la finestra si deve aprire su “La recta provincia” di Raoul Ruiz: per una recensione del film dovrete aspettare, per via dell’oramai usuale embargo che impedisce alla stampa di dare notizia di una pellicola prima della proiezione ufficiale con il pubblico, ma posso anticiparvi la sorpresa con la quale ho scoperto che i 120 minuti durante i quali doveva dipanarsi la vicenda raccontata dal cineasta cileno erano in realtà quasi 180.

Il risultato? La sala, già non particolarmente piena, ha iniziato progressivamente a svuotarsi, gli accreditati a sbuffare e sbadigliare, e il sottoscritto si è perso “Hafez” di Abolfazl Jalili, che ero riuscito a incastrare miracolosamente. Tant’è…

L’unico film di cui posso parlare è dunque lo strombazzato “Le Deuxieme Souffle” di Alain Courneau, scelto come film d’apertura anche in virtù della presenza in scena della nostra Monica Bellucci, per l’occasione in versione bionda. So che del film potrete trovare aneddoti e recensioni a destra e a manca, io mi limito a dire che se l’intenzione era quella di andare a ritroso nel tempo per recuperare l’epoca d’oro del noir transalpino Courneau ha lievemente sbagliato mira; perso in un inutile barocchismo della messa in scena, il regista di “Tutte le mattine del mondo” disperde per strada le buone intuizioni della sceneggiatura, finendo per redarre una catalogazione asettica dei cliché del genere. Peccato che lui non abbia né la caparbietà disillusa di Melville né la dinamitarda iconoclastia del primo Godard, e che il pur onesto Daniel Auteuil non sia un nuovo Jean Gabin. Due ore e mezza piene di lungaggini, con qualche volto che ti rimane incollato nella memoria (un Eric Cantona abbastanza convincente, ma soprattutto un sublime Daniel Duval) e poco altro. Peccato.

La speranza è che, per una volta, il buon giorno non si veda dal mattino.

(19 ottobre 2007)

 




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