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FAR EAST FILM FESTIVAL
VII edizione (Udine, 22-29 aprile 2005)

di Raffaele Meale

indice

IV. STASIMI
Vita da Festival: gli scarti di fabbrica e le emozioni

  1. La presenza, in mezzo ad appassionati di cinema orientale, amanti dell’esotico, esperti, cinefili, poliglotti, di Gianna Nannini continua – anche a distanza di settimane – a turbarmi il sonno: ospite della mostra per essere stata scelta da Pang Ho-cheung come colonna sonora (grazie alla cover dei CCCP "Amandoti" già diventata tormentone cinematografico in "La vita che vorrei" di Giuseppe Piccioni) del suo splendido "Beyond Our Ken" ha intrattenuto il Teatro Nuovo Giovanni da Udine infarcendo il suo discorso di ovvietà e banalità. Era molto meglio quando cantava "quest’amore è una camera a gas/è un palazzo che brucia in città/questo amore è una lama sottile/una scena al rallentatore"; al rallentatore, adesso, c’è solo il suo cervello.

  2. Per fare da immediato contrappunto l’emozione di vedere, nei titoli di coda in ideogrammi – visto che il film è hongkonghese – i nomi in caratteri occidentali di Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti (rispettivamente, music e lyrics). Non ci posso fare niente, rimango fedele alla linea anche quando non c’è (più).

  3. La straordinaria scoperta de "La ghiacciaia", con quel primo piatto miracoloso che risponde al nome di "paglia e fieno al S. Daniele".
  4. La folle idea di far aprire idealmente il giorno dedicato alla commemorazione della Resistenza antifascista italiana durante la seconda guerra mondiale a "Lorelei: the Witch of the Pacific Ocean". Oltre al fatto che si è trattato di uno dei film più miserrimi dell’intera rassegna ha sconcertato il discorso fatto dal produttore prima della visione. Più o meno suonava come "visto che noi giapponesi e voi italiani eravamo alleati durante quel periodo spero che questo film vi emozioni quanto ha commosso dalle nostre parti". Peccato che nessuno gli abbia fatto notare come difficilmente l’italiano medio – o meglio, l’italiano sano di mente – ricordi con nostalgia quel periodo storico, nel quale sopportavamo una dittatura fascista da vent’anni ed eravamo dilaniati da una guerra sanguinosa. Gravissimo errore della direzione del festival; se proprio non era possibile fare a meno di un’opera così scarsa e reazionaria, quantomeno si poteva evitare di metterla in programma proprio in concomitanza con il 25 Aprile. Bacchettata ideale sulle nocche.
  5. Il cinese sciorinato con ostentata sicumera da Marco Müller durante l’elencazione degli autori cinesi che andrebbero difesi e sponsorizzati: all’inizio spiazzante, con il passare del tempo sempre più portatore di un’ilarità carica d’invidia.

  6. Sempre Müller che annuncia una possibile retrospettiva veneziana sul cinema muto cinese degli anni ’20; nella speranza che questo si avveri, lo ringrazio anticipatamente.
  7. Shishido Jo che a settant’anni suonati ammette candidamente di aver girato pochi mesi fa un film sadomaso, e di essersi vergognato del candore dei suoi peli pubici. Mito oltre il mito.

  8. I quotidiani "Far East Party" organizzati durante la notte in giro per Udine; fortunatamente li ho evitati tutti, ma il resoconto che mi è stato fatto era a dir poco imbarazzante.

  9. A fine festival è stato possibile comprendere la vera e propria cifra stilistica dei film filippini: l’abbigliamento. Come resistere a un cinema che propone regolarmente eroi ed eroine infilati in t-shirt sudaticce, infradito con alluce in bella evidenza e pantaloncini lunghi fino al ginocchio? Commoventi.
  10. L’impensabile incapacità di qualsiasi udinese a dare informazioni precise sulla propria città. L’apice si è raggiunto la prima volta che abbiamo cercato di raggiungere il "Visionario", la sala dove venivano proiettati i film della retrospettiva sulla Nikkatsu: un uomo, notando il nostro evidente impaccio nel muoverci per la cittadina, si è proposto come valido sostegno ("dite a me, io so tutto di Udine"), salvo poi prorompere in una sonora bestemmia di disappunto quando si è accorto di non avere la minima idea del posto di cui stessimo parlando – e che tra l’altro si trovava a sessanta metri da noi -.
  11. Le due ore di imbarazzo a cui è andata incontro la traduttrice simultanea (tutti i film del festival hanno solo i sottotitoli in inglese) durante la proiezione del bel "Green Chair" di Park Chul-soo. Voi come vi sareste sentiti a dover dire frasi come "se vuoi vienimi pure in bocca", "mi fai male quando mi spingi così forte dentro" o "sì, ancora, così…sì, ti prego, sì"? Ammirevolmente professionale.
  12. La sincerità di Joyce Bernal, autrice di "Mr. Suave". Presentandolo ha ammesso "spero vi piaccia, ma qualora non vi piacesse non vi preoccupate: non piace granché neanche a me".

  13. Per concludere, una nota di merito al cameriere del ristorante all oriental (cucina cinese, giapponese, tailandese, vietnamita e coreana insieme) che ci ha serviti l’ultimo giorno prima della partenza: il suo sguardo spaesato ad ogAni portata sbagliata che cercava di rifilarci è una delle immagini più commoventi che porterò nel progressivo invecchiamento della memoria. Stavamo quasi tutti per cedere ai suoi occhi languidi ed accettare qualsiasi piatto come nostro.

(15 giugno 2005)

 




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