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FAR EAST FILM FESTIVAL
VII edizione (Udine, 22-29 aprile 2005)

di Raffaele Meale

indice

III. EPISODI
Retrospettiva ed eventi speciali: Tra la mamma della Bride e i padri della Quinta Generazione

Se per quanto riguarda le novità lo spettatore del settimo Far East Film Festival può brontolare, ricordando nostalgico i bei tempi che furono e sperando in un futuro più radioso, nessuno può certo lamentarsi della scelta della retrospettiva e degli eventi speciali. L’omaggio alla storica casa di produzione Nikkatsu – quella dove mosse i primi passi un artista del calibro di Suzuki Seijun, tanto per dirne uno – ha permesso di posare gli occhi su un mondo esteso quanto misconosciuto, e capace di nascondere vere e proprie perle (su tutte, lo splendore formale ed etico di "Season of Heat" di Kurahara Koreyoshi) di valore internazionale. Lo sguardo retrospettivo sulla carriera di tre fondamentali direttori della fotografia dell’estremo oriente (Tarma Masaki, Gu Changwei e Kim Hyung-koo) ha permesso di (ri)vedere veri e propri capisaldi della settima arte quali "Peppermint Candy" di Lee Chang-dong, "Sorgo rosso" di Zhang Yimou e "Addio mia concubina" di Chen Kaige. Le due proiezioni speciali, entrambe sponsorizzate e presentate dal direttore del Festival di Venezia Marco Müller (produttore, sinologo, antropologo e chi più ne ha più ne metta, e da sempre estimatore del festival friulano), provenivano dalla Cina, vera e propria miniera di film maledetti, perduti, censurati, esclusi dal mondo, invisibili e continuamente violati. Se il pubblico occidentale poteva ancora avere nelle orecchie il titolo "Father" di Wang Shuo, ottimo ritratto di vita privata e pubblica nella Cina contemporanea che si portò via il Pardo d’Oro da Locarno nel 1996 – non a caso una delle edizioni dirette proprio da Müller – e che può contare sulla splendida interpretazione di Feng Xiaogang (sì, proprio il regista di "A World Without Thieves", che dimostra di cavarsela molto meglio davanti alla macchina da presa), persa tra la voglia di essere un perfetto genitore della Repubblica Popolare e un carattere troppo debole per apparire autoritario e troppo schematico per ricucire i rapporti con il figlio, nessuno aveva potuto mai mettere gli occhi su "One and Eight" di Zhang Junzhao, film che anticipa gli stili e le tematiche della cosiddetta Quinta Generazione di cineasti cinesi – di cui fa la parte del leader Zhang Yimou, qui non a caso direttore della fotografia -: censurato, nascosto, distrutto, è stato per l’occasione della presentazione di Udine montato da capo dal regista insieme a Müller. Segno che la Cina deve farne ancora di strada per quanto riguarda la libera esposizione di pensieri in arte. Personalmente ho seguito con particolare interesse la serie di film della Nikkatsu, stupendomi della capacità di assorbire i generi occidentali messa in mostra in ben più di un’occasione – e se è vero che il western "Plains Wanderer" permetteva ben più di una risata di scherno, visto l’oggettivo incepparsi della macchina cinema di fronte a una serie quasi infinita di anacronismi e ingenuità, i noir e le commedie pop non sono mai scese al di sotto della soglia del "buono" -. Tre sono stati i veri e propri colpi di fulmine: il già citato "Season of Heat" di Kurahara Koreyoshi è un vero e proprio guanto di sfida lanciato alla prassi cinematografica. Certamente influenzato visivamente dal Godard di "Fino all’ultimo respiro" – il film è di un anno successivo al capolavoro della nouvelle vague francese –, ma anche da John Cassavetes e drammaturgicamente dalla letteratura statunitense del secondo novecento (soprattutto la coppia maledetta riporta alla mente il Sal Paradise e il Dean Moriarty di "On the Road", ovvero Kerouac/Cassidy), "Season of Heat" è uno spaccato profondo, viscerale e isterico del Giappone della microciminalità. Amorale, capace di mettere in cattiva luce sia l’efferatezza dei giovani criminali sia la norma della vita borghese, arrivando a ridicolizzare anche la ricercata naiveté intellettuale, il film di Kurahara è ricco di onomatopee, versi animaleschi, scurrilità e crudeltà ingiustificate. Nel 1960 doveva essere stato un vero e proprio choc, oggi è ammirabile in tutto il suo splendore. Di tutt’altro tipo l’avventura cinematografica affrontata in "Black Tight Killers" di Hasebe Yasuharu: film pop come se ne vedono veramente pochi in giro, è una strampalata storia a metà tra gli intrighi di un James Bond e i film di arti marziali. Le Black Tight Killers del titolo sono un gruppo di ragazze ninja che combattono lanciando gomme da masticare, dischi a 45 giri, e cadono tutte follemente innamorate del giornalista che ha visto rapire la propria ragazza da alcuni crudeli yakuza. Tra cannoni a mano, esilaranti siparietti amorosi, corse in universi monocromi, il nostro riuscirà ad avere la meglio sul nemico, ma vedrà cadere morte tra le sue braccia una per una tutte le ninja – tranne una – lasciandosi sfuggire sempre la stessa, laconica frase: "peccato, era una così brava ragazza". Geniale, divertente, estremamente coinvolgente e soprattutto privo di quella demenzialità portata agli eccessi che deturpa buona parte della cinematografia del genere in occidente. Infine, nel rutilante mondo dei noir nipponici rifulge su tutti "A Colt is My Passport" di Nomura Takashi; mentre nei film dei suoi colleghi lo stereotipo veniva assunto come punto di forza, e nell’uso delle location – bar malfamati, la zona del porto, ville di ricconi con molti scheletri nell’armadio – Nomura approfitta della prassi consolidata e la sfrutta per aprirsi nuove vie visive e drammaturgiche. Lo dimostra da subito la recitazione di Shishido Jo, vera e propria icona dei film della Nikkatsu insieme a Ishihara Yujiro e Kobayashi Akira: solitamente portato a calcare la mano sulla gestualità e sull’uso delle smorfie (memorabile il suo sorriso sadico e sbruffone) qui Shishido tende a una recitazione sottratta, dolorosa, mai particolarmente esibita. Quest’aria da film sottomesso, quasi nichilista nell’accettazione del suo ruolo e del suo significato viene sbalorditivamente smentita da un finale dinamitardo, ricco di pathos e costruito alla perfezione. Un crescendo emozionale di rara efficacia e impatto, con Shishido Jo che va verso morte certa – tra l’altro alla fine perfettamente smentita – combattendo furiosamente e riuscendo a sbaragliare i nemici uno ad uno. Tra i film della retrospettiva "Eye of the Beholder", dedicata ai maestri della fotografia orientale ho preferito soprassedere sui ripescaggi di Kaige, Chang-dong e Yimou, abbondantemente visti – "Sorgo rosso" anche più di una volta – ma non ho potuto esimermi dalla visione di "Lady Snowblood" di Fujita Toshiya, forse in assoluto l’opera più bella vista a quest’edizione del Far East – e tra l’altro prodotto dalla Toho, il che ha permesso nel confronto con la Nikkatsu anche un rapido ragionamento, seppur non esaustivo, sulle dinamiche produttive nipponiche di un trentennio fa. Ambientata nel Giappone di fine ‘800 è la storia, sanguinosa e catartica, di una vendetta. Una donna si vendica degli assassini che gli hanno portato via marito e figlio e l’hanno stuprata; ricorda qualcosa? Forse vi viene in mente la trama del "Kill Bill" tarantiniano? Sarete contenti allora di sapere che "Lady Snowblood" è diviso in quattro capitoli e che ha come leit motiv musicale la splendida "The Flower of Carnage" che fa bella mostra di sé nel recente capolavoro del regista statunitense. Insomma, se è vero che i rimandi di Tarantino sono quasi sempre legati più a un’attitudine che a un vero e proprio rifacimento è altrettanto vero che nel caso del film di Toshiya possono restare ben pochi dubbi. "Lady Snowblood" è uno di quei film che ti fa ringraziare il cielo – o Dio, se si è credenti, o chi vi pare a voi – di avere il dono della vista; di un rigore stilistico raggelante, capace di improvvise incursioni nel fumetto (le rievocazioni del passato) come di un uso del sangue esasperato ma mai compiaciuto, il film di Toshiya è praticamente perfetto nell’analisi del sentimento umano di vendetta e nell’accettazione totale del proprio ruolo. Un capolavoro ripescato nella versione sottotitolata in tedesco e quindi gustato per forza di cose con la traduzione simultanea. Il fatto che lo ritenga capolavoro a tutto tondo nonostante questo inconveniente forse può aiutare a circoscrivere realmente la sua grandezza.

(15 giugno 2005)

 




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