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FAR EAST FILM FESTIVAL
VII edizione (Udine, 22-29 aprile 2005)

di Raffaele Meale

indice

II. PARODO
Il concorso: paese che vai, filmakers che trovi

Come già accennato in precedenza, il FEFF del 2005 ha proposto opere cinematografiche provenienti da Hong Kong, Cina, Giappone, Corea del sud, Filippine, Thailandia e, per la prima volta, dalla Malesia. La cinematografia più rappresentata è stata quella coreana, con ben dieci opere, seguita da vicino dalla sempre prolifica produzione hongkonghese. La Malesia ha dovuto pagare decisamente lo scotto dell’esordio, portando alla ribalta solo il ridicolo "Pontianak – Scent of the Tuber Rose" diretto da Shuhaimi Baba. Sorta di horror intriso di melodramma, "Pontianak" si candida fortemente alla selezione per il più brutto film della storia del cinema, senza esagerazioni di sorta. Storia a dir poco strampalata basata sulla tipica credenza tribale e su un’anima senza pace costretta a vendicarsi, il quinto film della regista malese – tra l’altro sorprendentemente idolatrata in patria, il che fa seriamente venire il dubbio sull’impossibilità di far collimare gusti ed esigenze malesi con quelli nostrani – è un pastrocchio senza capo né coda, girato talmente male da far rimpiangere le castronerie delle varie serie Z mondiali (quel cinema disperso nel limbo e talmente invisibile da non essere ancora stato spedito all’inferno). Assolutamente incapace di gestire i due registri a cui vorrebbe aspirare – troppo poco inventivo per poter dire la sua nel settore horror e troppo poco capace di sprigionare epos per poter competere sul difficile campo del melodramma – il film scade continuamente nel ridicolo involontario, tra omissioni di montaggio, scompensi fotografici (il film è ambientato nella contemporaneità con continui riallacci al prologo del 1949, solo che il virato in seppia che accompagna la rievocazione del passato non sempre fa la sua comparsa, mistificando i piani di lettura e pugnalando continuamente la struttura grammaticale dell’opera), una recitazione ridicola con un Azri Iskandar pietoso nella parte del cattivo incapace di ottenere pietà dal demone e una Maya Karin che si sdoppia nei ruoli di Meriam/Maria senza essere minimamente in grado di mostrare un’ampiezza di vedute attoriale. Il tutto condito dalla durata spropositata, inadatta a una storiellina così banale, e da innumerevoli inserti di danze rituali che francamente sprigionano solo una costante e sempre più ossessionante noia. La cinematografia malese esce dunque veramente distrutta dall’impatto con il festival, ed è un vero peccato soprattutto in riferimento a quanto visto invece alla scorsa mostra di Venezia, dove era presente il bel "Puteri Gunung Ledang" di Saw Teong Hin; anche lì si trattava di un ibrido tra melò e action, ma il risultato era decisamente diverso, capace di emozionare e di mostrarsi come prodotto internazionalmente valido. Pregi che questo miserabile "Pontianak" si sogna abbondantemente, anche se non sembra che la produzione sia dello stesso avviso: è in lavorazione il seguito, diretto sempre da Shuhaimi Baba. In bocca al lupo a lei e alla sua troupe, ma soprattutto in bocca al lupo a noi frequentatori di cinema asiatico: che il destino ci risparmi un ulteriore rendez-vous.

Il 2004 è stato un anno a dir poco catastrofico per il cinema delle Filippine, o meglio per le majors di Manila: l’unica risorsa rimasta sembra essere quella dell’indipendenza tout-court dal mercato interno. Così sono venuti alla luce autori come Mes de Guzman e Pam Miras, sui quali la critica filippina sembra puntare molto. Per agire in controtendenza rispetto alla drammatica situazione produttiva (sempre più indecifrabile, visto anche il crescente interesse dei maggiori festival internazionali: a Venezia nel 2001 andò l’inguardabile "Tuhog" di Jeffrey Jeturian – ora sulla cresta dell’onda grazie a "Bridal Shower" e "Again" – e l’anno scorso si è trovato a scorrazzare sulla Croisette Mario O’Hara con il suo "Woman on the Breakwater") molti registi si sono buttati sul cinema di genere, facendo leva su un pauperismo anche fin troppo ostentato. E’ questo il caso, sicuramente, di uno dei tre film filippini presenti al FEFF: "Pa-Siyam", sorta di horror freudiano diretto da quell’Erik Matti che sempre ad Udine portò il genialoide pastiche pop "Gagamboy", è una delle opere più scarse viste al festival. Dell’esuberanza pop del film precedente qui non c’è veramente nulla, e i tentativi di ricreare in terra filippina e senza alcun denaro le apparizioni ectoplasmatiche che hanno reso internazionalmente noto l’horror asiatico negli ultimi dieci anni producono risultati assai sterili. La recitazione catatonica dei protagonisti, la scenografia sciatta – ma come può risultare credibile un eroe in t-shirt sudata, calzoncini e infradito? – la regia priva di alcun guizzo e la sceneggiatura morta in partenza sono gli elementi ricorrenti di quest’opera inutile o meglio utile a farsi quattro (macché quattro, quattrocento!) grasse risate. Molte le scene da antologia della comicità involontaria. In sala è stato impossibile frenare le risate di scherno dell’intera platea dello spettacolo di mezzanotte. Bè, quantomeno ci ha tenuti svegli. Non che le cose migliorino particolarmente arrivando a parlare di "Mr. Suave" di Joyce Bernal. Film basato su una canzone – quella che dà il titolo al film e al personaggio principale – estremamente orecchiabile e divertente che ha scalato le classifiche filippine lo scorso anno, condivide con il già citato "Gagamboy" la scelta dell’attore. Vhong Navarro è veramente irrefrenabile nella parte di un dongiovanni semi-impotente, afflitto da una malattia che gli impedisce di andare oltre al bacetto sulla guancia. Peccato che lo slancio fumettistico della prima mezzora vada via via progressivamente spegnendosi, disperdendo le energie in una ovvia e fastidiosamente iper-classica storia d’amore. Rimangono alcune soluzioni effettivamente spiazzanti – i nonni nani di Mr. Suave, la straordinaria sequenza d’apertura, le spassose controindicazioni a cui va incontro il protagonista quando si trova in intimità con una donna – e la sensazione spiacevole di trovarsi ad assistere a un’occasione sprecata. Per mancanza di coesione, per eccessiva prolissità, o forse semplicemente perché Joyce Bernal ha preso come esempio lo stratosferico caleidoscopio "The Happiness of the Katakuris" di Takashi Miike senza rendersi conto di non essere Takashi Miike. Una cosa è certa, comunque: Vhong Navarro è un attore eccellente, forse lievemente succube di paragoni occidentali (il nitrito preso paro paro dal repertorio di Jim Carrey), ma in grado di reggere da solo sulle spalle un film altrimenti gettato completamente alle ortiche. A chiudere il trittico di film filippini presenti a Udine arriva "Feng Shui" del veterano Chito Roño, venticinque regie all’attivo. Ed è finalmente una chiusura degna di nota: così come "Pa-Siyam" di Matti anche "Feng Shui" si ripropone di rilanciare il cinema attraverso la riscrittura dei generi. Anche qui siamo di fronte a un horror, e anche in questo caso il riferimento sembra essere diretto ai successi dei vari Hideo Nakata, Takashi Shimizu e compagnia. Ma rispetto al film di Matti Roño si dimostra un gran professionista, costruendo un’opera paradossale e inquietante, dove le regole prestabilite vengono stravolte e dileggiate. Una donna è colpita da una serie continua e ininterrotta di eventi fortunati – le viene alzato lo stipendio, vince lotterie su lotterie, riceve eredità inaspettate -; l’unico problema è che ogni volta che la fortuna bussa alla sua porta muore un suo caro, pronto poi a tornare sotto le vesti di morto vivente. Operazione tutt’altro che banale, diretta con brio e notevole capacità e sceneggiata con cura, "Feng Shui" è l’unico lampo di luce in una notte buia per la cinematografia filippina al festival.

La Thailandia è arrivata a Udine forte dei riconoscimenti che i suoi autori di punta hanno raggranellato un po’ ovunque: Apichatpong Weerasethakul e Pen-ek Ratanaruang rappresentano il viatico migliore per colpire l’attenzione dei cinefili (i loro "Tropical Malady" e "Last Life in the Universe" sono tra le sorprese più gradite degli ultimi anni), mentre film come "Ong Bak" permettono di sfondare anche da un punto di vista puramente commerciale e spettacolare. Ovvio che l’attenzione rivolta alle opere tailandesi fosse dunque ai massimi storici. I risultati purtroppo non sono certo stati all’altezza; dei quattro film in concorso non c’è n’è stato neanche uno capace di ergersi al di sopra della mediocrità. Su "Zee-Oui" e "Art of the Devil" passo rapidamente, vista l’oggettiva pochezza dell’insieme: il film firmato a quattro mani da Nida Sudasna e Buranee Rachaibon è un thriller dalle molte pretese – sociali, storiche, psicologiche – e dai risultati miserrimi. Narra le gesta del pluriomicida Li Hui, immigrato cinese nella Tailandia degli anni quaranta che uccise molti bambini e ne mangiò – si dice – il cuore. Pensato come una riflessione (ovvia, stravista straletta e strasentita) sul mostruoso insito in ognuno di noi e portato avanti come un faticoso ibrido tra "Psycho" e "Frankenstein", il film si riduce a puro macchiettismo intriso di ambiguo compiacimento nel mostrare i corpi mutilati, sventrati e vilipesi dei poveri pargoli. L’opera è pensata e diretta talmente male che il tentativo finalmente di umanizzare il colpevole – a quanto pare la stessa storia è apparsa in molti film del luogo, sia cinematografici che televisivi – si trasforma in una sorta di invettiva razzista contro gli usi e i costumi della Cina di inizio secolo, descritta come una landa desolata attraversata da figure barbariche, con il desiderio di sangue all’ordine del giorno. Da boicottare, o semplicemente da non vedere – ma questo è un rischio che gli italiani difficilmente correranno -. "Art of the Devil" di Thanit Jitnukul è un horror movie sul tema della magia nera, talmente raffazzonato e appiccicato con forza da risultare fastidioso alla vista. Nulla di diverso rispetto a quanto detto sui vari "Pa-Siyam", "Zee-Oui" e "Pontianak", solo che qui risulta anche difficile farsi quattro risate alle spalle del regista visto che la noia regna sovrana. "Pattaya Maniac" di Yuthlert Sippapak è l’ennesimo esempio di mescolanza di generi alla quale i fruitori del FEFF hanno potuto assistere durante gli otto giorni di programmazione: diviso tra commedia, teen-age movie, noir e dramma il film si dipana per un’ora e mezza colpendo nel segno veramente poche volte. Restano impresse solo le digressioni da karaoke e il viso da bisonte buono di Choosak Iamsuk. Il resto, come diceva Franco Califano, è noia. L’inciso sulla presenza tailandese al festival termina con "Born to Fight", che merita però un discorso a parte. La proiezione del film era a mezzanotte; io ho assistito ai primi quaranta minuti, annoiandomi sprofondato nella mia poltrona in prima fila mentre sullo schermo esplodevano camion e si propinavano elogi fascisti alla politica tailandese neanche fossimo in un "Rambo IV". Quando mi sono dovuto sorbire anche una buona decina di minuti di idioti che passano per eroi nazionali di calcio e non sanno fare neanche sei palleggi ho deciso francamente di abbandonare la sala e di andare a raggiungere alcuni amici in un locale in centro per prenderci un due/tre litri di sangria. Il giorno dopo tutti quelli che erano riusciti a resistere a quell’incipit elefantiaco mi hanno raccontato di fantastiche evoluzioni in aria, di calci spettacolari, di combattimenti da spellarsi le mani, ed emozionati mi hanno confessato di aver partecipato in maniera quasi elettrica allo spettacolo che andava prendendo corpo sullo schermo. Quindi io, semplicemente, sparo il mio giudizio (una bocciatura quasi totale) ma ammetto di non avere avuto una visione completa della faccenda.

Se dovessi scegliere una mia personale patria cinematografica probabilmente deciderei di accasarmi in Giappone: il mondo in celluloide in quelle lande ha dato i natali, solo rimanendo negli ultimi venti anni, a vere e proprie personalità genialoidi quali Takeshi Kitano, Shinya Tsukamoto, Takashi Miike, Sogo Ishii, Hayao Miyazaki, Katsuhiro Otomo, Kiyoshi Kurosawa. Insomma, un parterre de roi di tutto rispetto. Eppure anche la presenza nipponica al festival ha lasciato in fin dei conti l’amaro in bocca: è vero che era possibile rifarsi la bocca quotidianamente con la retrospettiva sulla Nikkatsu e con omaggi a film come "Lady Snowblood" – su questi eventi avrò modo di ritornare in seguito – ma le novità non hanno certo sbalordito il pubblico assiepato al Teatro Nuovo. Si è in realtà detto un gran bene di "Kamikaze Girls" di Nakashima Tetsuya ma non ho avuto modo di vederlo, essendo già in treno alla volta della capitale durante la sua proiezione. Per il resto c’è ben poco di positivo di cui parlare. Qualcosa si salva nel duro dramma venato di noir di "Lady Joker", per la regia di Hideyuki Hirayama (colui che lanciò la saga "Haunted School", teen-age horror che presenta al suo interno alcune tematiche stilistiche ed etiche che anticipano di qualche anno la moda horror dell’estremo oriente), e nell’horror a più mani "Tales of Terror"; nuovamente il soprannaturale a farla da padrone, dunque, ma a dimostrazione della stanchezza che il genere sta vivendo dopo i fasti degli ultimi anni gli episodi migliori risultano essere "Nightwatch" di Yoshida Akio e "The Apartment" di Amemiya Keita, entrambi venati di un irresistibile e dissacrante humor nero. Nel primo si narrano le vicende di un vecchio edificio in ristrutturazione e dei guardiani notturni assegnati al perlustramento: tutti fuggono a gambe levate alla vista dei fantasmi che abitano le stanze dismesse tranne un giovane scettico che rinuncia a credere alle presenze spettrali anche quando si trova a portarle in braccio a spasso per la città. L’episodio di Keita è altrettanto efficace, premendo ulteriormente il pedale del surreale: un ragazzo rimane a casa da solo nell’appartamento ultra-lussuoso dello zio partito per un viaggio di lavoro. L’anziano parente lo mette in guardia, dicendogli di rispondere sempre quando gli verranno poste domande, onde evitare spiacevoli conseguenze personali. Il giovane si trova così a dover rispondere in continuazione a una voce proveniente da chissà dove, che chiama il suo nome. Gli altri episodi non sono certo all’altezza di questi due, pur mantenendo – a parte qualche cedimento strutturale – una certa sufficienza di fondo. E pretendere di più da dei "Tales of Terror" contemporanei risulta francamente eccessivo. Superando a piè pari il "One Missed Call 2" di Tsukamoto Renpei (che ho evitato con cura, e a ragione a quanto mi è stato detto) e "Crying Out Love, in the Center of the World" di Yukisada Isao – drammone romantico senza compromessi – mi ritrovo a dover parlare di "Lorelei: the Witch of the Pacific Ocean". Il film, prodotto dalla rinata Nikkatsu e diretto da Higuchi Shinji è un inguardabile pastrocchio ambientato durante la seconda guerra mondiale, con una fastidiosa vena malinconica verso l’impero, il Giappone di una volta, e l’alleanza nazi-fascista con la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini – e il film è stato addirittura messo in programma al sorgere del 25 aprile, scelta ben poco lungimirante -. Scritto, pensato, diretto, recitato e montato male si avvale anche di una mediocre fotografia perennemente ritoccata al computer (ma con esiti veramente poveri, soprattutto se messi a paragone con quel capolavoro che si è dimostrato essere, appena pochi mesi fa, "Casshern" di Kazuaki Kiriya) e di un uso degli effetti speciali che avrebbe fatto gridare allo stantio venti anni fa. Non solo, assistendovi si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un calderone buono per ogni pietanza, dove decine di intuizioni cinematografiche diverse vengono riutilizzate senza acuirne minimamente il senso, ma disperdendone inesorabilmente le essenze. Sembra così di assistere a un miscuglio di frasi retoriche riprese ad hoc da "Salvate il soldato Ryan" mentre la vita all’interno del sottomarino non si distacca minimamente da quanto già visto in "Allarme rosso" o "K-19". Le evoluzioni fantastiche sugli studi genetici – a cui viene sottoposta la protagonista Paula/Lorelei – fanno parte del retroterra culturale nipponico fin dai tempi del mitico "Akira" di Otomo e contano episodi eccellenti come "Neon Genesis Evangelion", mentre la retorica torna volentieri ad appesantire il corpus del film saccheggiando a mani basse l’ideale hollywoodiano, con quello spirito cameratesco neoromantico che può far pensare al finale di "Brubaker" o a quello de "L’attimo fuggente". Insomma, un vero e proprio guazzabuglio di intenzioni sprecate, unito da fili troppo leggeri per resistere e inficiate da quel fanatismo patriottardo che sinceramente finisce ben presto con il disgustare. Una delle opere più deprecabili del festival, senza alcun dubbio.

Se il resto del panorama asiatico ha lasciato, come abbiamo avuto modo di vedere, molto a desiderare, il cinema proveniente dalla Cina continentale e da Hong Kong – nazioni ancora divise da un punto di vista produttivo e di censura – si è mantenuto su livelli assai superiori. Pur non mancando cadute di stile e film decisamente evitabili l’insieme lascia sicuramente soddisfatti – soprattutto per quanto riguarda le nuove leve cinesi -. Nella cinematografia hongkonghese continua a imperversare l’ambiente metropolitano e il noir, con esiti altalenanti (più che positiva la deriva notturna, ansiogena e destinata alla tragedia, di "One Nite in Mongkog" di Derek Yee, assai più stanca la "giornata del poliziotto" evidenziata in "Crazi n’ the City" di James Yuen), ma è sul versante della commedia che i cineasti dell’ex colonia britannica dimostrano una verve notevole. Proponendo un nome che potrebbe facilmente diventare un monolito della comicità asiatica: Pang Ho-cheung, già da ricordare per "You Shoot, I Shoot" e "Men Suddenly in Black", ha portato al festival non una bensì due nuove opere. Se "AV" è una teen-age comedy goliardica e spensierata su un gruppo di studenti di cinema che vuole intraprendere l’attività produttiva del porno per potersi permettere rapporti con una star del settore proveniente dal Giappone – con tutte le traversie e i contrattempi del caso (e con tanto di citazione diretta al FEFF) -, "Beyond Our Ken" è una delle migliori commedie degli ultimi anni, che denota una capacità di scrittura al di fuori dei canoni. Storia di gelosie e di amicizie femminili – una ex del ragazzo dell’altra – si dipana per un’ora e mezzo attraverso una serie di intuizioni geniali e di dettagli che torneranno fondamentali in un finale degno di Hitchcock. La commedia prende corpo dunque attraverso la rilettura dei generi, ma questi non vengono esposti secondo i dettami del postmoderno bensì semplicemente riadattati a un contesto puramente estraneo. Il tutto porta a un’evoluzione imperdibile e geniale, affiancata da una regia decisamente all’altezza della situazione e dall’ottima recitazione dei protagonisti – Gillian Chung e Tao Hong, ma anche il bravo Daniel Wu (apprezzato anche in "One Nite in Mongkok" e già visto nel "Huadu Cronichles: Blade of the Rose" di Patrick Leung e Corey Yuen) -. Per il pubblico italiano: se in "AV" viene citato esplicitamente il festival di Udine in quest’altro film rintocca prepotentemente "Amandoti (sedicente cover)" dei CCCP nella versione – inferiore all’originale – di Gianna Nannini. Insomma, appare doveroso appuntarsi il nome di Pang Ho-cheung, nella speranza (vana, purtroppo) che la sua commedia elegante e sfacciata trovi distribuzione anche da noi. Alla messe di commedie valide partorite ad Hong Kong nell’ultimo anno si aggiunge "Hidden Heroes", con inserti fantastici che sembrano rimandare al capolavoro di Robert Zemeckis "Ritorno al futuro" – il finale che lascia aperta la porta del sequel, ad esempio, è strutturato alla stessa maniera dei finali della trilogia – e quel vago sentore di demenzialità che aveva pervaso il già citato "Huadu Cronichles: Blade of the Rose" visto a Torino lo scorso anno. Con il film della coppia Leung/Yuen "Hidden Heroes" condivide la recitazione di Charlene Choi, che si sta candidando al ruolo di madrina della parodia dell’action movie: la storia è strampalata quanto basta, gli inserti comici (dovuti anche alla straordinaria interpretazione di Ronald Cheng) spesso esilaranti. Pesa forse una lunghezza eccessiva, ma il divertimento è assicurato. A dimostrarsi insospettabilmente vitale è invece la produzione della Cina, pur con i continui disagi dovuti a una censura stratificata e opprimente: proprio nel tentativo di evadere dai vincoli asfissianti della censura nasce "Suffocation" di Zhang Bingjian, lanciato a livello pubblicitario come primo horror della storia cinese. Infatti l’horror, così come il fantasy e la fantascienza, è un genere proibito dal governo cinese, perché basato sull’immateriale, sulla credenza popolare e dunque inadatto ad uno stato ateo. Tralasciando le critiche da muovere a un’ideologia così contraddittoria – si fa tanto per censurare questo tipo di cinema e poi a livello politico ci si lancia in un neo-capitalismo che affonda definitivamente il sempre labile legame con il pensiero marxista? – ci si deve soffermare sul risultato raggiunto dall’esordiente Binjian. Che per evitarsi problemi non traccia un horror tout-court preferendo vivere sulla linea di confine tra allucinazione (perversa) e realtà; l’uxoricidio che sarebbe alla base della trama non trova dunque mai una conferma né una smentita nette, e l’atmosfera si fa sempre più vicina ai claustrofobici incubi debitori dell’esperienza cinematografica del Polanski di "Repulsion" e "L’inquilino del terzo piano". Mettendo in scena un uomo – lo straordinario Ge You, mattatore in commedie come l’ottimo "Keep Cool" di Zhang Yimou, qui presentato in una veste nuova – ossessionato dal fantasma della moglie, o meglio ossessionato dall’idea di essere ossessionato dal fantasma della moglie, Bingjian traccia un thriller psicologico per interni, nel quale i demoni tipici dell’horror contemporaneo provengono – forse – solo dalla mente del protagonista. Poco amato al festival, ha trovato comunque un piccolo nucleo di amatori nel quale mi conto anche io (stessa sorte toccata a "Beyond Our Ken" di Pang Ho-cheung). A parte l’insulso "A World Without Thieves" di Feng Xiaogang posto in apertura di festival e risibile nel suo elogio della semplicità e nella sua morale favoleggiante, il cinema cinese si è attestato su livelli decisamente alti. Oltre al già citato "Suffocation" c’è da annotare il buon risultato raggiunto da "Letter from an Unknown Woman". Diretto e interpretato dalla giovanissima Xu Jinglei, tratto dalla novella di Stefan Zweig da cui derivò anche il capolavoro di Max Ophuls con Joan Fontane, è un film estremamente calligrafico, abbastanza di maniera, eppure mantiene al suo interno intuizioni tutt’altro che disprezzabili, soprattutto nello studio della protagonista e nella creazione di un eroe maschile di mezza età, per nulla attraente, tendente all’arteriosclerosi. Certo, di fronte al monumentale film di Ophuls questa versione scompare e risulta quantomeno stravagante assistere a una Cina degli anni ’30 più laccata della Vienna patria della cultura mitteleuropea ma la giovane età della regista permettono di sperare in un futuro più maturo e garantiscono il plauso. Chi invece dimostra una maturità sconcertante fin dall’esordio è Gu Changwei con il suo "Peacock", ma non c’è poi tanto da stupirsi: direttore della fotografia da sempre al fianco di Zhang Yimou – suo il lavoro in "Sorgo rosso" – e dei registi della cosiddetta Quinta Generazione, ha anche lavorato per Robert Altman e ha deciso di tornare nella madre patria per dirigere il suo esordio. "Peacock" è un film splendido, forse il migliore visto al festival, e presenta uno sguardo sulla vita di tre fratelli adolescenti nella Cina Popolare degli anni ’70. Cinema estremamente libero, anti-climatico, dallo sguardo penetrante e ammaliante – l’uso dei colori e l’ampiezza del campo cinematografico, esemplificati dalla splendida sequenza del paracadute attaccato alla bicicletta in corsa impazzita per le strade della città – l’esordio di Gu Changwei non ha nulla da invidiare ai lavori dei registi con i quali ha collaborato in precedenza. Meritatamente premiato a Berlino (oltre che a Udine), presenta una speranza in un futuro ben più che luminoso. Complimenti vivissimi.

Lo ammetto, ho deciso di concludere l’excursus sul concorso udinese tenendomi alla fine i fuochi d’artificio: per questo la chiusura spetta di diritto al cinema della Corea del sud, attualmente la cinematografia più in forma per quanto riguarda il rapporto quantità/qualità. Oramai affermata definitivamente anche a livello mondiale grazie al successo planetario dei film di Kim Ki-Duk, Lee Chang-dong, Im Kwon-taek e Jang Sun-Woo la cinematografia coreana dimostra una ricchezza d’intuizioni che procede di pari passo a un’ampiezza di vedute rara: durante la settimana passata al FEFF è stato possibile assistere ai film coreani dai generi più diversificati. Dall’action di "Arahan" alla commedia di "Everybody Has Secrets", dai drammi "A Family" e "Road" allo strano miscuglio tra erotico e Brecht presente in "Green Chair" fino all’horror-war "R-Point" e all’ibrido totale "To Catch a Virgin Ghost". Insomma se c’è una filmografia che sembra in grado di affrontare qualsiasi territorio cinematografico quella coreana sembra candidarsi seriamente al premio finale. E se è pur vero che "Everybody Has Secrets" di Chang Hyun-soo, storia di tre sorelle concupite dallo stesso uomo nello stesso tempo (e remake esplicito di "About Adam" di Gerard Stembridge) non è certo nulla di memorabile e che il dramma familiare "A Family" di Lee Jung-chul può apparire prevedibile nonostante un’onestà e una caparbietà da rispettare assolutamente il resto è veramente da sfregarsi le mani. "R-Point" di Kong Soo-chang è un horror travestito da film di guerra, o se preferite un film di guerra con inserti horror; ambientato durante la guerra in Vietnam narra le vicende di un battaglione spedito alla ricerca di un altro battaglione scomparso nella zona R – da qui il titolo. Nulla di nuovo sotto il sole (l’incipit potrebbe essere quello di "Apocalypse Now" con Gam Woo-sung nei panni che furono di Martin Sheen), se non fosse per il fatto che in questo Vietnam interiorizzato non esistono combattimenti, e i nemici sono fantasmi. Tra riprese de "La cosa" di Carpenter e prima ancora di Nyby/Hawks e scavo psicologico che può far tornare in mente "Allucinazione perversa" di Adrian Lyne, il film procede su linee direttrici stressate e ondivaghe, tra l’horror puro e la follia generata dalla guerra. L’orrore metaforico da sempre parte integrante di qualsiasi film di guerra che si rispetti – oltre al già citato capolavoro di Francis Ford Coppola come non ricordare il perenne stato allucinatorio di "Full Metal Jacket" di Kubrick e "Il cacciatore" di Miachel Cimino fino al pur inferiore "Platoon" di Oliver Stone? – diventa qui presenza demoniaca omicida e palpabile, e la guerra di nervi si tramuta in miccia interna al battaglione. Bello, duro, privo di compromessi e attraversato da un’aura di sconfitta e dannazione eterna decisamente affascinante. Divertente la digressione action portata avanti nello stralunato "Arahan" di Ryu Seung-wan: storia di maestri del Tao che devono combattere il Male incarnato e di un giovane poliziotto che studia per raggiungere il grado di maestro e (ovviamente) è il predestinato. Spassose alcune soluzioni visive, veramente coinvolgente la prima parte, il film finisce per diventare ovvio, pur contenendo al suo interno germi comici da non sottovalutare. "Green Chair" di Park Chul-soo è uno di quei film talmente imperfetti da ribaltare decisamente il discorso critico: totalmente inadatto nel bilanciamento dei pesi – a una prima parte sospesa tra melodramma e rimandi a "Ultimo tango a Parigi", "29 Palms" e "Ecco l’impero dei sensi", visto che l’argomento trattato è solo ed esclusivamente quello sessuale fa da contrappunto un finale sconvolgente, dai ritmi prettamente brechtiani con il dramma da camera che diventa occasione per cercare un punto di contatto tra la materia cinematografica e il pubblico che vi assiste – trova la sua forza proprio in questa umoralità sconvolgente, mai accomodante, mai realmente rinchiudibile in gabbie preconcette. E la libertà formale è sempre un pregio da far risaltare. Se "Road" è un dramma asciutto, crudele, sulla riconciliazione tra vivi e morti e tra attualità e memoria e l’impossibilità di una cucitura definitiva degli scarti con la propria mente e il proprio cuore (storie di solitudini e dolori infiniti che cercano – trovano? – conforto l’uno nell’altro, in un divario spazio/temporale di venticinque anni), e di "Someone Special" tutti hanno parlato estremamente bene – da Stefano Coccia a Emiliano Corbianco riuscendo a convincere anche un Gabriele Magazzù sempre più risicato nelle espressioni di giubilo – mentre io ero in sala a gustarmi un film della retrospettiva sulla Nikkatsu – non resta che citare il divertissement genialoide di "To Catch a Virgin Ghost". Il film di Shin Jung-won, l’ultimo che ho avuto modo di vedere a Udine prima della partenza alla volta di Roma, è una commedia mascherata da yakuza eiga a sua volta mascherato da horror; insomma, torna nuovamente a farsi notare l’ibridismo transgender che rappresenta senza alcun dubbio una delle principali cifre stilistiche degli ultimi anni. Nuovamente si potrebbe fare il nome di Takashi Miike senza sbagliare minimamente riferimento, ma la capacità di mescolare elementi tra loro antitetici di Shin merita di essere riconosciuta senza far pesare eccessivamente il debito di riconoscenza (mai in dubbio, visto che questi coreani sono quanto di più vicino ai giapponesi che si sia avuto modo di vedere – citazione ovvia e priva di malizia e furberia, che riporta alla mente anche il sublime "Last Life in the Universe" di Pen-ek Ratanaruang, anche se lì i giapponesi erano proprio giapponesi) di buona parte del cinema asiatico verso le forme consolidate della cultura visiva nipponica – e basta pensare a quale capolavoro ha tratto Park Chan-wook dall’anime originale "Old Boy". "To Catch a Virgin Ghost" è un film estremamente divertente, ricco di trovate felici. Quanto di meglio si poteva chiedere per salutare il FEFF e fare ritorno a casa.

(15 giugno 2005)

 




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