FAR
EAST FILM FESTIVAL
VII edizione (Udine, 22-29 aprile 2005)
di Raffaele Meale
indice
II. PARODO
Il concorso: paese che vai, filmakers che trovi
Come già accennato in precedenza, il FEFF
del 2005 ha proposto opere cinematografiche
provenienti da Hong Kong, Cina, Giappone, Corea
del sud, Filippine, Thailandia e, per la prima
volta, dalla Malesia. La cinematografia più
rappresentata è stata quella coreana, con
ben dieci opere, seguita da vicino dalla sempre
prolifica produzione hongkonghese. La Malesia
ha dovuto pagare decisamente lo scotto dell’esordio,
portando alla ribalta solo il ridicolo "Pontianak
– Scent of the Tuber Rose" diretto da Shuhaimi
Baba. Sorta di horror intriso di melodramma, "Pontianak"
si candida fortemente alla selezione per il più
brutto film della storia del cinema, senza esagerazioni
di sorta. Storia a dir poco strampalata basata
sulla tipica credenza tribale e su un’anima senza
pace costretta a vendicarsi, il quinto film della
regista malese – tra l’altro sorprendentemente
idolatrata in patria, il che fa seriamente venire
il dubbio sull’impossibilità di far collimare
gusti ed esigenze malesi con quelli nostrani –
è un pastrocchio senza capo né coda,
girato talmente male da far rimpiangere le castronerie
delle varie serie Z mondiali (quel cinema disperso
nel limbo e talmente invisibile da non essere
ancora stato spedito all’inferno). Assolutamente
incapace di gestire i due registri a cui vorrebbe
aspirare – troppo poco inventivo per poter dire
la sua nel settore horror e troppo poco capace
di sprigionare epos per poter competere
sul difficile campo del melodramma – il film scade
continuamente nel ridicolo involontario, tra omissioni
di montaggio, scompensi fotografici (il film è
ambientato nella contemporaneità con continui
riallacci al prologo del 1949, solo che il virato
in seppia che accompagna la rievocazione del passato
non sempre fa la sua comparsa, mistificando i
piani di lettura e pugnalando continuamente la
struttura grammaticale dell’opera), una recitazione
ridicola con un Azri Iskandar pietoso nella parte
del cattivo incapace di ottenere pietà
dal demone e una Maya Karin che si sdoppia nei
ruoli di Meriam/Maria senza essere minimamente
in grado di mostrare un’ampiezza di vedute attoriale.
Il tutto condito dalla durata spropositata, inadatta
a una storiellina così banale, e da innumerevoli
inserti di danze rituali che francamente sprigionano
solo una costante e sempre più ossessionante
noia. La cinematografia malese esce dunque veramente
distrutta dall’impatto con il festival, ed è
un vero peccato soprattutto in riferimento a quanto
visto invece alla scorsa mostra di Venezia, dove
era presente il bel "Puteri Gunung Ledang"
di Saw Teong Hin; anche lì si trattava
di un ibrido tra melò e action, ma il risultato
era decisamente diverso, capace di emozionare
e di mostrarsi come prodotto internazionalmente
valido. Pregi che questo miserabile "Pontianak"
si sogna abbondantemente, anche se non sembra
che la produzione sia dello stesso avviso: è
in lavorazione il seguito, diretto sempre da Shuhaimi
Baba. In bocca al lupo a lei e alla sua troupe,
ma soprattutto in bocca al lupo a noi frequentatori
di cinema asiatico: che il destino ci risparmi
un ulteriore rendez-vous.
Il 2004 è stato un anno a dir poco catastrofico
per il cinema delle Filippine, o meglio
per le majors di Manila: l’unica risorsa rimasta
sembra essere quella dell’indipendenza tout-court
dal mercato interno. Così sono venuti alla
luce autori come Mes de Guzman e Pam Miras, sui
quali la critica filippina sembra puntare molto.
Per agire in controtendenza rispetto alla drammatica
situazione produttiva (sempre più indecifrabile,
visto anche il crescente interesse dei maggiori
festival internazionali: a Venezia nel 2001 andò
l’inguardabile "Tuhog" di Jeffrey Jeturian
– ora sulla cresta dell’onda grazie a "Bridal
Shower" e "Again" – e l’anno scorso
si è trovato a scorrazzare sulla Croisette
Mario O’Hara con il suo "Woman on the Breakwater")
molti registi si sono buttati sul cinema di genere,
facendo leva su un pauperismo anche fin troppo
ostentato. E’ questo il caso, sicuramente, di
uno dei tre film filippini presenti al FEFF:
"Pa-Siyam", sorta di horror freudiano
diretto da quell’Erik Matti che sempre ad Udine
portò il genialoide pastiche pop "Gagamboy",
è una delle opere più scarse viste
al festival. Dell’esuberanza pop del film precedente
qui non c’è veramente nulla, e i tentativi
di ricreare in terra filippina e senza alcun denaro
le apparizioni ectoplasmatiche che hanno reso
internazionalmente noto l’horror asiatico negli
ultimi dieci anni producono risultati assai sterili.
La recitazione catatonica dei protagonisti, la
scenografia sciatta – ma come può risultare
credibile un eroe in t-shirt sudata, calzoncini
e infradito? – la regia priva di alcun guizzo
e la sceneggiatura morta in partenza sono gli
elementi ricorrenti di quest’opera inutile o meglio
utile a farsi quattro (macché quattro,
quattrocento!) grasse risate. Molte le scene da
antologia della comicità involontaria.
In sala è stato impossibile frenare le
risate di scherno dell’intera platea dello spettacolo
di mezzanotte. Bè, quantomeno ci ha tenuti
svegli. Non che le cose migliorino particolarmente
arrivando a parlare di "Mr. Suave" di
Joyce Bernal. Film basato su una canzone – quella
che dà il titolo al film e al personaggio
principale – estremamente orecchiabile e divertente
che ha scalato le classifiche filippine lo scorso
anno, condivide con il già citato "Gagamboy"
la scelta dell’attore. Vhong Navarro è
veramente irrefrenabile nella parte di un dongiovanni
semi-impotente, afflitto da una malattia che gli
impedisce di andare oltre al bacetto sulla guancia.
Peccato che lo slancio fumettistico della prima
mezzora vada via via progressivamente spegnendosi,
disperdendo le energie in una ovvia e fastidiosamente
iper-classica storia d’amore. Rimangono alcune
soluzioni effettivamente spiazzanti – i nonni
nani di Mr. Suave, la straordinaria sequenza d’apertura,
le spassose controindicazioni a cui va incontro
il protagonista quando si trova in intimità
con una donna – e la sensazione spiacevole di
trovarsi ad assistere a un’occasione sprecata.
Per mancanza di coesione, per eccessiva prolissità,
o forse semplicemente perché Joyce Bernal
ha preso come esempio lo stratosferico caleidoscopio
"The Happiness of the Katakuris" di
Takashi Miike senza rendersi conto di non essere
Takashi Miike. Una cosa è certa, comunque:
Vhong Navarro è un attore eccellente, forse
lievemente succube di paragoni occidentali (il
nitrito preso paro paro dal repertorio di Jim
Carrey), ma in grado di reggere da solo sulle
spalle un film altrimenti gettato completamente
alle ortiche. A chiudere il trittico di film filippini
presenti a Udine arriva "Feng Shui"
del veterano Chito Roño, venticinque regie
all’attivo. Ed è finalmente una chiusura
degna di nota: così come "Pa-Siyam"
di Matti anche "Feng Shui" si ripropone
di rilanciare il cinema attraverso la riscrittura
dei generi. Anche qui siamo di fronte a un horror,
e anche in questo caso il riferimento sembra essere
diretto ai successi dei vari Hideo Nakata, Takashi
Shimizu e compagnia. Ma rispetto al film di Matti
Roño si dimostra un gran professionista,
costruendo un’opera paradossale e inquietante,
dove le regole prestabilite vengono stravolte
e dileggiate. Una donna è colpita da una
serie continua e ininterrotta di eventi fortunati
– le viene alzato lo stipendio, vince lotterie
su lotterie, riceve eredità inaspettate
-; l’unico problema è che ogni volta che
la fortuna bussa alla sua porta muore un suo caro,
pronto poi a tornare sotto le vesti di morto vivente.
Operazione tutt’altro che banale, diretta con
brio e notevole capacità e sceneggiata
con cura, "Feng Shui" è l’unico
lampo di luce in una notte buia per la cinematografia
filippina al festival.
La Thailandia è arrivata a Udine
forte dei riconoscimenti che i suoi autori di
punta hanno raggranellato un po’ ovunque: Apichatpong
Weerasethakul e Pen-ek Ratanaruang rappresentano
il viatico migliore per colpire l’attenzione dei
cinefili (i loro "Tropical Malady" e
"Last Life in the Universe" sono tra
le sorprese più gradite degli ultimi anni),
mentre film come "Ong Bak" permettono
di sfondare anche da un punto di vista puramente
commerciale e spettacolare. Ovvio che l’attenzione
rivolta alle opere tailandesi fosse dunque ai
massimi storici. I risultati purtroppo non sono
certo stati all’altezza; dei quattro film in concorso
non c’è n’è stato neanche uno capace
di ergersi al di sopra della mediocrità.
Su "Zee-Oui" e "Art of the Devil"
passo rapidamente, vista l’oggettiva pochezza
dell’insieme: il film firmato a quattro mani da
Nida Sudasna e Buranee Rachaibon è un thriller
dalle molte pretese – sociali, storiche, psicologiche
– e dai risultati miserrimi. Narra le gesta del
pluriomicida Li Hui, immigrato cinese nella Tailandia
degli anni quaranta che uccise molti bambini e
ne mangiò – si dice – il cuore. Pensato
come una riflessione (ovvia, stravista straletta
e strasentita) sul mostruoso insito in ognuno
di noi e portato avanti come un faticoso ibrido
tra "Psycho" e "Frankenstein",
il film si riduce a puro macchiettismo intriso
di ambiguo compiacimento nel mostrare i corpi
mutilati, sventrati e vilipesi dei poveri pargoli.
L’opera è pensata e diretta talmente male
che il tentativo finalmente di umanizzare il colpevole
– a quanto pare la stessa storia è apparsa
in molti film del luogo, sia cinematografici che
televisivi – si trasforma in una sorta di invettiva
razzista contro gli usi e i costumi della Cina
di inizio secolo, descritta come una landa desolata
attraversata da figure barbariche, con il desiderio
di sangue all’ordine del giorno. Da boicottare,
o semplicemente da non vedere – ma questo è
un rischio che gli italiani difficilmente correranno
-. "Art of the Devil" di Thanit Jitnukul
è un horror movie sul tema della magia
nera, talmente raffazzonato e appiccicato con
forza da risultare fastidioso alla vista. Nulla
di diverso rispetto a quanto detto sui vari "Pa-Siyam",
"Zee-Oui" e "Pontianak", solo
che qui risulta anche difficile farsi quattro
risate alle spalle del regista visto che la noia
regna sovrana. "Pattaya Maniac" di Yuthlert
Sippapak è l’ennesimo esempio di mescolanza
di generi alla quale i fruitori del FEFF
hanno potuto assistere durante gli otto giorni
di programmazione: diviso tra commedia, teen-age
movie, noir e dramma il film si dipana per un’ora
e mezza colpendo nel segno veramente poche volte.
Restano impresse solo le digressioni da karaoke
e il viso da bisonte buono di Choosak Iamsuk.
Il resto, come diceva Franco Califano, è
noia. L’inciso sulla presenza tailandese al festival
termina con "Born to Fight", che merita
però un discorso a parte. La proiezione
del film era a mezzanotte; io ho assistito ai
primi quaranta minuti, annoiandomi sprofondato
nella mia poltrona in prima fila mentre sullo
schermo esplodevano camion e si propinavano elogi
fascisti alla politica tailandese neanche fossimo
in un "Rambo IV". Quando mi sono dovuto
sorbire anche una buona decina di minuti di idioti
che passano per eroi nazionali di calcio e non
sanno fare neanche sei palleggi ho deciso francamente
di abbandonare la sala e di andare a raggiungere
alcuni amici in un locale in centro per prenderci
un due/tre litri di sangria. Il giorno dopo tutti
quelli che erano riusciti a resistere a quell’incipit
elefantiaco mi hanno raccontato di fantastiche
evoluzioni in aria, di calci spettacolari, di
combattimenti da spellarsi le mani, ed emozionati
mi hanno confessato di aver partecipato in maniera
quasi elettrica allo spettacolo che andava prendendo
corpo sullo schermo. Quindi io, semplicemente,
sparo il mio giudizio (una bocciatura quasi totale)
ma ammetto di non avere avuto una visione completa
della faccenda.
Se dovessi scegliere una mia personale patria
cinematografica probabilmente deciderei di accasarmi
in Giappone: il mondo in celluloide in
quelle lande ha dato i natali, solo rimanendo
negli ultimi venti anni, a vere e proprie personalità
genialoidi quali Takeshi Kitano, Shinya Tsukamoto,
Takashi Miike, Sogo Ishii, Hayao Miyazaki, Katsuhiro
Otomo, Kiyoshi Kurosawa. Insomma, un parterre
de roi di tutto rispetto. Eppure anche la
presenza nipponica al festival ha lasciato in
fin dei conti l’amaro in bocca: è vero
che era possibile rifarsi la bocca quotidianamente
con la retrospettiva sulla Nikkatsu e con omaggi
a film come "Lady Snowblood" – su questi
eventi avrò modo di ritornare in seguito
– ma le novità non hanno certo sbalordito
il pubblico assiepato al Teatro Nuovo. Si è
in realtà detto un gran bene di "Kamikaze
Girls" di Nakashima Tetsuya ma non ho avuto
modo di vederlo, essendo già in treno alla
volta della capitale durante la sua proiezione.
Per il resto c’è ben poco di positivo di
cui parlare. Qualcosa si salva nel duro dramma
venato di noir di "Lady Joker", per
la regia di Hideyuki Hirayama (colui che lanciò
la saga "Haunted School", teen-age horror
che presenta al suo interno alcune tematiche stilistiche
ed etiche che anticipano di qualche anno la moda
horror dell’estremo oriente), e nell’horror a
più mani "Tales of Terror"; nuovamente
il soprannaturale a farla da padrone, dunque,
ma a dimostrazione della stanchezza che il genere
sta vivendo dopo i fasti degli ultimi anni gli
episodi migliori risultano essere "Nightwatch"
di Yoshida Akio e "The Apartment" di
Amemiya Keita, entrambi venati di un irresistibile
e dissacrante humor nero. Nel primo si narrano
le vicende di un vecchio edificio in ristrutturazione
e dei guardiani notturni assegnati al perlustramento:
tutti fuggono a gambe levate alla vista dei fantasmi
che abitano le stanze dismesse tranne un giovane
scettico che rinuncia a credere alle presenze
spettrali anche quando si trova a portarle in
braccio a spasso per la città. L’episodio
di Keita è altrettanto efficace, premendo
ulteriormente il pedale del surreale: un ragazzo
rimane a casa da solo nell’appartamento ultra-lussuoso
dello zio partito per un viaggio di lavoro. L’anziano
parente lo mette in guardia, dicendogli di rispondere
sempre quando gli verranno poste domande, onde
evitare spiacevoli conseguenze personali. Il giovane
si trova così a dover rispondere in continuazione
a una voce proveniente da chissà dove,
che chiama il suo nome. Gli altri episodi non
sono certo all’altezza di questi due, pur mantenendo
– a parte qualche cedimento strutturale – una
certa sufficienza di fondo. E pretendere di più
da dei "Tales of Terror" contemporanei
risulta francamente eccessivo. Superando a piè
pari il "One Missed Call 2" di Tsukamoto
Renpei (che ho evitato con cura, e a ragione a
quanto mi è stato detto) e "Crying
Out Love, in the Center of the World" di
Yukisada Isao – drammone romantico senza compromessi
– mi ritrovo a dover parlare di "Lorelei:
the Witch of the Pacific Ocean". Il film,
prodotto dalla rinata Nikkatsu e diretto da Higuchi
Shinji è un inguardabile pastrocchio ambientato
durante la seconda guerra mondiale, con una fastidiosa
vena malinconica verso l’impero, il Giappone di
una volta, e l’alleanza nazi-fascista con la Germania
di Hitler e l’Italia di Mussolini – e il film
è stato addirittura messo in programma
al sorgere del 25 aprile, scelta ben poco lungimirante
-. Scritto, pensato, diretto, recitato e montato
male si avvale anche di una mediocre fotografia
perennemente ritoccata al computer (ma con esiti
veramente poveri, soprattutto se messi a paragone
con quel capolavoro che si è dimostrato
essere, appena pochi mesi fa, "Casshern"
di Kazuaki Kiriya) e di un uso degli effetti speciali
che avrebbe fatto gridare allo stantio venti anni
fa. Non solo, assistendovi si ha l’impressione
di trovarsi di fronte a un calderone buono per
ogni pietanza, dove decine di intuizioni cinematografiche
diverse vengono riutilizzate senza acuirne minimamente
il senso, ma disperdendone inesorabilmente le
essenze. Sembra così di assistere a un
miscuglio di frasi retoriche riprese ad hoc da
"Salvate il soldato Ryan" mentre la
vita all’interno del sottomarino non si distacca
minimamente da quanto già visto in "Allarme
rosso" o "K-19". Le evoluzioni
fantastiche sugli studi genetici – a cui viene
sottoposta la protagonista Paula/Lorelei – fanno
parte del retroterra culturale nipponico fin dai
tempi del mitico "Akira" di Otomo e
contano episodi eccellenti come "Neon Genesis
Evangelion", mentre la retorica torna volentieri
ad appesantire il corpus del film saccheggiando
a mani basse l’ideale hollywoodiano, con quello
spirito cameratesco neoromantico che può
far pensare al finale di "Brubaker"
o a quello de "L’attimo fuggente". Insomma,
un vero e proprio guazzabuglio di intenzioni sprecate,
unito da fili troppo leggeri per resistere e inficiate
da quel fanatismo patriottardo che sinceramente
finisce ben presto con il disgustare. Una delle
opere più deprecabili del festival, senza
alcun dubbio.
Se il resto del panorama asiatico ha lasciato,
come abbiamo avuto modo di vedere, molto a desiderare,
il cinema proveniente dalla Cina continentale
e da Hong Kong – nazioni ancora divise
da un punto di vista produttivo e di censura –
si è mantenuto su livelli assai superiori.
Pur non mancando cadute di stile e film decisamente
evitabili l’insieme lascia sicuramente soddisfatti
– soprattutto per quanto riguarda le nuove leve
cinesi -. Nella cinematografia hongkonghese continua
a imperversare l’ambiente metropolitano e il noir,
con esiti altalenanti (più che positiva
la deriva notturna, ansiogena e destinata alla
tragedia, di "One Nite in Mongkog" di
Derek Yee, assai più stanca la "giornata
del poliziotto" evidenziata in "Crazi
n’ the City" di James Yuen), ma è
sul versante della commedia che i cineasti dell’ex
colonia britannica dimostrano una verve notevole.
Proponendo un nome che potrebbe facilmente diventare
un monolito della comicità asiatica: Pang
Ho-cheung, già da ricordare per "You
Shoot, I Shoot" e "Men Suddenly in Black",
ha portato al festival non una bensì due
nuove opere. Se "AV" è una teen-age
comedy goliardica e spensierata su un gruppo di
studenti di cinema che vuole intraprendere l’attività
produttiva del porno per potersi permettere rapporti
con una star del settore proveniente dal Giappone
– con tutte le traversie e i contrattempi del
caso (e con tanto di citazione diretta al FEFF)
-, "Beyond Our Ken" è una delle
migliori commedie degli ultimi anni, che denota
una capacità di scrittura al di fuori dei
canoni. Storia di gelosie e di amicizie femminili
– una ex del ragazzo dell’altra – si dipana per
un’ora e mezzo attraverso una serie di intuizioni
geniali e di dettagli che torneranno fondamentali
in un finale degno di Hitchcock. La commedia prende
corpo dunque attraverso la rilettura dei generi,
ma questi non vengono esposti secondo i dettami
del postmoderno bensì semplicemente riadattati
a un contesto puramente estraneo. Il tutto porta
a un’evoluzione imperdibile e geniale, affiancata
da una regia decisamente all’altezza della situazione
e dall’ottima recitazione dei protagonisti – Gillian
Chung e Tao Hong, ma anche il bravo Daniel Wu
(apprezzato anche in "One Nite in Mongkok"
e già visto nel "Huadu Cronichles:
Blade of the Rose" di Patrick Leung e Corey
Yuen) -. Per il pubblico italiano: se in "AV"
viene citato esplicitamente il festival di Udine
in quest’altro film rintocca prepotentemente "Amandoti
(sedicente cover)" dei CCCP nella versione
– inferiore all’originale – di Gianna Nannini.
Insomma, appare doveroso appuntarsi il nome di
Pang Ho-cheung, nella speranza (vana, purtroppo)
che la sua commedia elegante e sfacciata trovi
distribuzione anche da noi. Alla messe di commedie
valide partorite ad Hong Kong nell’ultimo anno
si aggiunge "Hidden Heroes", con inserti
fantastici che sembrano rimandare al capolavoro
di Robert Zemeckis "Ritorno al futuro"
– il finale che lascia aperta la porta del sequel,
ad esempio, è strutturato alla stessa maniera
dei finali della trilogia – e quel vago sentore
di demenzialità che aveva pervaso il già
citato "Huadu Cronichles: Blade of the Rose"
visto a Torino lo scorso anno. Con il film della
coppia Leung/Yuen "Hidden Heroes" condivide
la recitazione di Charlene Choi, che si sta candidando
al ruolo di madrina della parodia dell’action
movie: la storia è strampalata quanto basta,
gli inserti comici (dovuti anche alla straordinaria
interpretazione di Ronald Cheng) spesso esilaranti.
Pesa forse una lunghezza eccessiva, ma il divertimento
è assicurato. A dimostrarsi insospettabilmente
vitale è invece la produzione della Cina,
pur con i continui disagi dovuti a una censura
stratificata e opprimente: proprio nel tentativo
di evadere dai vincoli asfissianti della censura
nasce "Suffocation" di Zhang Bingjian,
lanciato a livello pubblicitario come primo horror
della storia cinese. Infatti l’horror, così
come il fantasy e la fantascienza, è un
genere proibito dal governo cinese, perché
basato sull’immateriale, sulla credenza popolare
e dunque inadatto ad uno stato ateo. Tralasciando
le critiche da muovere a un’ideologia così
contraddittoria – si fa tanto per censurare questo
tipo di cinema e poi a livello politico ci si
lancia in un neo-capitalismo che affonda definitivamente
il sempre labile legame con il pensiero marxista?
– ci si deve soffermare sul risultato raggiunto
dall’esordiente Binjian. Che per evitarsi problemi
non traccia un horror tout-court preferendo vivere
sulla linea di confine tra allucinazione (perversa)
e realtà; l’uxoricidio che sarebbe alla
base della trama non trova dunque mai una conferma
né una smentita nette, e l’atmosfera si
fa sempre più vicina ai claustrofobici
incubi debitori dell’esperienza cinematografica
del Polanski di "Repulsion" e "L’inquilino
del terzo piano". Mettendo in scena un uomo
– lo straordinario Ge You, mattatore in commedie
come l’ottimo "Keep Cool" di Zhang Yimou,
qui presentato in una veste nuova – ossessionato
dal fantasma della moglie, o meglio ossessionato
dall’idea di essere ossessionato dal fantasma
della moglie, Bingjian traccia un thriller psicologico
per interni, nel quale i demoni tipici dell’horror
contemporaneo provengono – forse – solo dalla
mente del protagonista. Poco amato al festival,
ha trovato comunque un piccolo nucleo di amatori
nel quale mi conto anche io (stessa sorte toccata
a "Beyond Our Ken" di Pang Ho-cheung).
A parte l’insulso "A World Without Thieves"
di Feng Xiaogang posto in apertura di festival
e risibile nel suo elogio della semplicità
e nella sua morale favoleggiante, il cinema cinese
si è attestato su livelli decisamente alti.
Oltre al già citato "Suffocation"
c’è da annotare il buon risultato raggiunto
da "Letter from an Unknown Woman". Diretto
e interpretato dalla giovanissima Xu Jinglei,
tratto dalla novella di Stefan Zweig da cui derivò
anche il capolavoro di Max Ophuls con Joan Fontane,
è un film estremamente calligrafico, abbastanza
di maniera, eppure mantiene al suo interno intuizioni
tutt’altro che disprezzabili, soprattutto nello
studio della protagonista e nella creazione di
un eroe maschile di mezza età, per nulla
attraente, tendente all’arteriosclerosi. Certo,
di fronte al monumentale film di Ophuls questa
versione scompare e risulta quantomeno stravagante
assistere a una Cina degli anni ’30 più
laccata della Vienna patria della cultura mitteleuropea
ma la giovane età della regista permettono
di sperare in un futuro più maturo e garantiscono
il plauso. Chi invece dimostra una maturità
sconcertante fin dall’esordio è Gu Changwei
con il suo "Peacock", ma non c’è
poi tanto da stupirsi: direttore della fotografia
da sempre al fianco di Zhang Yimou – suo il lavoro
in "Sorgo rosso" – e dei registi della
cosiddetta Quinta Generazione, ha anche
lavorato per Robert Altman e ha deciso di tornare
nella madre patria per dirigere il suo esordio.
"Peacock" è un film splendido,
forse il migliore visto al festival, e presenta
uno sguardo sulla vita di tre fratelli adolescenti
nella Cina Popolare degli anni ’70. Cinema estremamente
libero, anti-climatico, dallo sguardo penetrante
e ammaliante – l’uso dei colori e l’ampiezza del
campo cinematografico, esemplificati dalla splendida
sequenza del paracadute attaccato alla bicicletta
in corsa impazzita per le strade della città
– l’esordio di Gu Changwei non ha nulla da invidiare
ai lavori dei registi con i quali ha collaborato
in precedenza. Meritatamente premiato a Berlino
(oltre che a Udine), presenta una speranza in
un futuro ben più che luminoso. Complimenti
vivissimi.
Lo ammetto, ho deciso di concludere l’excursus
sul concorso udinese tenendomi alla fine i fuochi
d’artificio: per questo la chiusura spetta di
diritto al cinema della Corea del sud,
attualmente la cinematografia più in forma
per quanto riguarda il rapporto quantità/qualità.
Oramai affermata definitivamente anche a livello
mondiale grazie al successo planetario dei film
di Kim Ki-Duk, Lee Chang-dong, Im Kwon-taek e
Jang Sun-Woo la cinematografia coreana dimostra
una ricchezza d’intuizioni che procede di pari
passo a un’ampiezza di vedute rara: durante la
settimana passata al FEFF è stato
possibile assistere ai film coreani dai generi
più diversificati. Dall’action di "Arahan"
alla commedia di "Everybody Has Secrets",
dai drammi "A Family" e "Road"
allo strano miscuglio tra erotico e Brecht presente
in "Green Chair" fino all’horror-war
"R-Point" e all’ibrido totale "To
Catch a Virgin Ghost". Insomma se c’è
una filmografia che sembra in grado di affrontare
qualsiasi territorio cinematografico quella coreana
sembra candidarsi seriamente al premio finale.
E se è pur vero che "Everybody Has
Secrets" di Chang Hyun-soo, storia di tre
sorelle concupite dallo stesso uomo nello stesso
tempo (e remake esplicito di "About Adam"
di Gerard Stembridge) non è certo nulla
di memorabile e che il dramma familiare "A
Family" di Lee Jung-chul può apparire
prevedibile nonostante un’onestà e una
caparbietà da rispettare assolutamente
il resto è veramente da sfregarsi le mani.
"R-Point" di Kong Soo-chang è
un horror travestito da film di guerra, o se preferite
un film di guerra con inserti horror; ambientato
durante la guerra in Vietnam narra le vicende
di un battaglione spedito alla ricerca di un altro
battaglione scomparso nella zona R – da qui il
titolo. Nulla di nuovo sotto il sole (l’incipit
potrebbe essere quello di "Apocalypse Now"
con Gam Woo-sung nei panni che furono di Martin
Sheen), se non fosse per il fatto che in questo
Vietnam interiorizzato non esistono combattimenti,
e i nemici sono fantasmi. Tra riprese de "La
cosa" di Carpenter e prima ancora di Nyby/Hawks
e scavo psicologico che può far tornare
in mente "Allucinazione perversa" di
Adrian Lyne, il film procede su linee direttrici
stressate e ondivaghe, tra l’horror puro e la
follia generata dalla guerra. L’orrore metaforico
da sempre parte integrante di qualsiasi film di
guerra che si rispetti – oltre al già citato
capolavoro di Francis Ford Coppola come non ricordare
il perenne stato allucinatorio di "Full Metal
Jacket" di Kubrick e "Il cacciatore"
di Miachel Cimino fino al pur inferiore "Platoon"
di Oliver Stone? – diventa qui presenza demoniaca
omicida e palpabile, e la guerra di nervi si tramuta
in miccia interna al battaglione. Bello, duro,
privo di compromessi e attraversato da un’aura
di sconfitta e dannazione eterna decisamente affascinante.
Divertente la digressione action portata
avanti nello stralunato "Arahan" di
Ryu Seung-wan: storia di maestri del Tao che devono
combattere il Male incarnato e di un giovane poliziotto
che studia per raggiungere il grado di maestro
e (ovviamente) è il predestinato. Spassose
alcune soluzioni visive, veramente coinvolgente
la prima parte, il film finisce per diventare
ovvio, pur contenendo al suo interno germi comici
da non sottovalutare. "Green Chair"
di Park Chul-soo è uno di quei film talmente
imperfetti da ribaltare decisamente il discorso
critico: totalmente inadatto nel bilanciamento
dei pesi – a una prima parte sospesa tra melodramma
e rimandi a "Ultimo tango a Parigi",
"29 Palms" e "Ecco l’impero dei
sensi", visto che l’argomento trattato è
solo ed esclusivamente quello sessuale fa da contrappunto
un finale sconvolgente, dai ritmi prettamente
brechtiani con il dramma da camera che diventa
occasione per cercare un punto di contatto tra
la materia cinematografica e il pubblico che vi
assiste – trova la sua forza proprio in questa
umoralità sconvolgente, mai accomodante,
mai realmente rinchiudibile in gabbie preconcette.
E la libertà formale è sempre
un pregio da far risaltare. Se "Road"
è un dramma asciutto, crudele, sulla riconciliazione
tra vivi e morti e tra attualità e memoria
e l’impossibilità di una cucitura definitiva
degli scarti con la propria mente e il proprio
cuore (storie di solitudini e dolori infiniti
che cercano – trovano? – conforto l’uno nell’altro,
in un divario spazio/temporale di venticinque
anni), e di "Someone Special" tutti
hanno parlato estremamente bene – da Stefano Coccia
a Emiliano Corbianco riuscendo a convincere anche
un Gabriele Magazzù sempre più risicato
nelle espressioni di giubilo – mentre io ero in
sala a gustarmi un film della retrospettiva sulla
Nikkatsu – non resta che citare il divertissement
genialoide di "To Catch a Virgin Ghost".
Il film di Shin Jung-won, l’ultimo che ho avuto
modo di vedere a Udine prima della partenza alla
volta di Roma, è una commedia mascherata
da yakuza eiga a sua volta mascherato da
horror; insomma, torna nuovamente a farsi notare
l’ibridismo transgender che rappresenta
senza alcun dubbio una delle principali cifre
stilistiche degli ultimi anni. Nuovamente si potrebbe
fare il nome di Takashi Miike senza sbagliare
minimamente riferimento, ma la capacità
di mescolare elementi tra loro antitetici di Shin
merita di essere riconosciuta senza far pesare
eccessivamente il debito di riconoscenza (mai
in dubbio, visto che questi coreani sono quanto
di più vicino ai giapponesi che si sia
avuto modo di vedere – citazione ovvia e priva
di malizia e furberia, che riporta alla mente
anche il sublime "Last Life in the Universe"
di Pen-ek Ratanaruang, anche se lì i giapponesi
erano proprio giapponesi) di buona parte del cinema
asiatico verso le forme consolidate della cultura
visiva nipponica – e basta pensare a quale capolavoro
ha tratto Park Chan-wook dall’anime originale
"Old Boy". "To Catch a Virgin Ghost"
è un film estremamente divertente, ricco
di trovate felici. Quanto di meglio si poteva
chiedere per salutare il FEFF e fare ritorno
a casa.
(15 giugno 2005)
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