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FAR EAST FILM FESTIVAL
VII edizione (Udine, 22-29 aprile 2005)

di Raffaele Meale

indice

I. PROLOGO
Ieri, oggi e domani

Tra i numerosi festival cinematografici che affollano la nostra penisola – oltre alla figura accentratrice di Venezia è doveroso citare quantomeno il Festival del Nuovo Cinema di Pesaro, il Torino Film Festival, il Festival di Taormina, il Ravenna Nightmare, il Future Film Festival di Bologna, il giovanissimo Vento del cinema (chi pensa il cinema) di Procida diretto da Enrico Grezzi, in attesa della genesi del tanto agognato Festival di Roma – il Far East Film Festival di Udine mantiene comunque una buona dose di eccentricità e unicità della proposta. Giunto alla settima edizione (ottava se si considera anche il prodromo rappresentato dall’Hong Kong Film Festival del 1998) il meeting friulano è oramai la vera e propria roccaforte della cinematografia asiatica in Italia, potendo contare su opere provenienti da Cina, Giappone, Hong Kong, Filippine, Corea del sud, Thailandia e Malesia. Si diceva della sostanziale unicità della proposta, dovuta in gran parte alla rarità della distribuzione nazionale di film prodotti nell’estremo oriente. A parte i soliti nomi noti, dei quali comunque non tutto è visibile ("Sonatine" di Takeshi Kitano ha visto la luce in Italia sette anni dopo la sua reale uscita, lo splendido "Soseiji – Gemini" di Shinya Tsukamoto aspetta da sei anni una distribuzione, del tanto acclamato Kim Ki-Duk sono usciti nei cinema italiani 3 film su 11, tanto per fare alcuni esempi palesi) il resto è affidato a una casualità schizoide e irritante. Va così a finire che alcuni tra i nomi più importanti del cinema contemporaneo risultino completamente occultati; Takashi Miike, quarantaquattrenne autore finora di 63 film – in appena quattordici anni! - di cui alcuni ("Full Metal Yakuza", "The Happiness of the Katakuris", "Gozu", "Izo", il mitico "Ichi the Killer", "Dead or Alive", "Bird People in China", "The Graveyard of Honor", "Shinjuku Triad Society", "Visitor Q", "Fudoh") rientrano di diritto tra le massime avventure cinematografiche degli ultimi anni, rischia seriamente di rimanere noto in Italia solo per il pur ottimo horror "Audition" e per il primo episodio di "The Call", tra l’altro mal valutato e scambiato per un clone dei vari "Ju-On", "The Phone", "The Eye" e "The Ring", quando la scelta stilistica di Miike è talmente forte da meritare un paragone forse con il solo Hideo Nakata (tra l’altro, paragone nettamente a favore del prolifico cineasta anarcoide).

Non può dunque che trovare consensi la scelta di organizzare un festival in grado di dare spazio e visibilità a cinematografie estremamente ricche eppure quasi completamente misconosciute nella nostra penisola. Come è stato già scritto in precedenza l’evento deriva dall’esperienza dell’unica edizione dell’Hong Kong Film Festival, e la dimostrazione della volontà di espandere i confini è stata data quest’anno dalla presenza del primo film malese nella storia del festival (il purtroppo atroce horror-melò "Pontianak"). Rispetto alle scorse annate il concorso ha mostrato una flessione riguardo alla qualità delle opere presentate: questo peggioramento può essere spiegato abbastanza facilmente. Mentre fino a due/tre anni fa il Far East risultava essere una vetrina unica e imperdibile per gli autori orientali, piano piano le cose stanno decisamente cambiando: l’anno scorso a Cannes sono andati in concorso "Tropical Malady" di Apichatpong Weerasethakul e "Old Boy" di Park Chan-Wook, mentre Venezia ha risposto proponendo "Throw Down" di Johnnie To, "Izo" di Takashi Miike, "Ferro 3" di Kim Ki-Duk e "Three…Extremes" del terzetto Fruit Chan/Park Chan-Wook/Takashi Miike. Segnali inequivocabili di un cambio di rotta decisivo verso l’apertura anche nei massimi festival internazionali agli autori orientali meno classificabili, i più sfuggenti, i meno catalogabili. Ora, ovviamente, il risalto internazionale di una partecipazione a Cannes, Venezia o Berlino è assai superiore a quello dato dal piccolo festival di Udine; il che porta a un necessario rimescolamento delle carte per poter dar nuova linfa e nuovi nomi a questa kermesse. Il 2005 si è dunque proposto come anno transitorio, con tutti i difetti e i disagi che questo fattore può comportare. Non ha certo giovato alla salute del festival anche il ritorno dell’Horror Day, una giornata interamente dedicata solo ai film horror che negli ultimi anni sono stati alla base del successo commerciale del cinema in quelle regioni del globo. Non ha giovato perché da sempre l’horror è uno dei generi più facilmente banalizzabili, e questo lascia intuire quale dose di ovvietà sia stata lanciata al pubblico sghignazzante durante il 27 Aprile. Ciononostante è indubbio che il festival abbia anche riservato alcune gustose sorprese, confermando soprattutto lo straordinario stato di salute del cinema coreano – del sud -. Al suo settimo anno, tra l’altro, il FEFF si può vantare di essere entrato prepotentemente nella storia del cinema asiatico: citato esplicitamente in una divertente sequenza in "AV" di Pang Ho-cheung, si è anche prestato come set cinematografico per il pur evitabile "Yesterday Once More" di Johnnie To, già presentato a Torino lo scorso novembre e riproposto, come meritata autocelebrazione, anche nel concorso udinese di quest’anno.

Insomma tra ombre di programmazione e luci perpetue l’avventura del più importante festival di cinema asiatico europeo prosegue. Solitamente le annate transitorie preludono a futuri radiosi…staremo a vedere.

(15 giugno 2005)

 




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