UN CHANT D’AMOUR/LA MAGNIFICA OSSESSIONE
26 febbraio - 4 marzo 2006
Numero
9: Si uccide un po' per poter vivere
di
Raffaele Meale
Dodici
anni: questo è il tempo che intercorre
tra “Dellamorte Dellamore” e “Arrivederci
amore, ciao”. Questo iato è stato
riempito con un ammasso mai memorabile di fiction
televisive, polizieschi e agiografie varie; eppure
c’era qualcosa che stonava, si sentiva ancora
sotto la lunga strada piana che Michele Soavi
aveva intrapreso lo stimolo a osare, ad andare
oltre. Eh già, perché il tanto vituperato
“Dellamorte Dellamore” – ricordate
gli strali che gli lanciò contro la critica
nostrana, neanche si trovasse di fronte alla fonte
di ogni male? – era in realtà un
progetto molto interessante, al di là degli
inciampi occasionali nei quali incappava.
Dopotutto la matrice di riferimento era il sottobosco
surreale partorito dalla mente di Tiziano Sclavi,
un’icona più che un autore. Anche
“Arrivederci amore, ciao” è
l’interpretazione visiva di uno scritto,
anche stavolta l’autore scelto ha in sé
una carica iconica che va ben oltre il genere
di appartenenza. Massimo Carlotto è la
punta di diamante del noir italiano, genere tornato
prepontemente in auge nel corso degli ultimi dieci
anni, e la sua vita è un romanzo a parte
che non sviscererò su queste pagine online
ma che invito a recuperare quanto prima insieme
alle sue opere (anche perché, e lo vedremo
in seguito, vanno spesso di pari passo), tra le
quali sono doverosamente da citare quantomeno
“La verità dell’alligatore”,
“Il fuggiasco” e “Niente più
niente al mondo”. Oltre ad “Arrivederci
amore, ciao”, dove il ritratto di un uomo
diventa la radiografia amara e grottesca di un
intero sistema di vita, teso al raggiungimento
attraverso qualsiasi mezzo di una normalità
impossibile.
Michele Soavi, pur tentennando a volte, indeciso
sul registro da usare – e quanto si notano
le reminiscenze horror degli esordi, quando la
sua carriera fu svezzata in grembo a Dario Argento!
-, sforna un piccolo gioiello carico di umorismo
acre e malinconia. La confusione emotiva del suo
protagonista è resa attraverso un panorama
malato, decaduto e sconfitto, ancorato al suolo
dalle ossessioni che lo pervadono (sesso, potere,
denaro, religione). I riferimenti politici, così
come nel romanzo, ci sono e sono anche sufficientemente
chiari, ma non inficiano lo sviluppo della pura
azione, tutt’altro. Fa piacere vedere notare
soprattutto come Soavi sia in grado – cosa
rara – di distinguere la regia cinematografica
da quella televisiva, senza operare razzismi intellettuali
fuori luogo ma comprendendo la diversa natura
delle due messe in scena. E se il romanzo di formazione
per diventare un uomo “rispettabile”
non è effettivamente esaltante quanto quello
vergato dalla penna di Carlotto, un applauso va
lanciato verso gli attori, in primo luogo Alessio
Boni e Michele Placido. Anche se a entrare nella
memoria collettiva potrebbe essere soprattutto
Carlo Cecchi, splendido incrocio tra un Umberto
Bossi e un Vittorio Feltri.
Ancora un bravo a Soavi, con l’unico rischio
che continua a insidiare operazioni di questo
tipo: i distributori non sanno come piazzarli,
e non hanno idea di come venderli. Ma il tempo
gioca (forse) a nostro favore…
Il resto della programmazione settimanale è
comunque all’insegna del cinema di genere,
ma senza nulla che faccia strabuzzare gli occhi:
se “Aeon Flux” di Karyn Kusama
(arrivata al mainstream direttamente dall’interessante
indipendenza di “Girlfight”) è
una noiosissima trasposizione cinematografica
dell’anime omonimo creato da Peter
Chung all’inizio degli anni ’90, action
senza alcun senso del ritmo retto solamente dallo
splendore di Charlize Theron la quale, inguainata
in una veste attillata, si fa (diciamo così)
notare, la vera delusione arriva da “Hostel”,
opera seconda di Eli Roth. Intendiamoci, “Hostel”
non è un film brutto, ma la sua
visione lascia decisamente l’amaro in bocca:
sarà per le aspettative che si erano create
intorno al suo nome – l’esordio “Cabin
Fever” era una sorta di Lynch ultra-esibito
-, sarà per la sensazione (in particolar
modo nella prima mezz’ora) che si sarebbe
potuto sviluppare qualcosa di molto interessante,
sarà perché l’horror americano
ultimamente ristagna nelle secche del già
visto e Roth un suo stile indubbiamente lo mette
in mostra, oppure chissà perché.
Il fatto è che Roth, così come nel
primo film, parte bene e finisce per non prendersi
mai sul serio pur pretendendo di dire qualcosa
che vada oltre il semplice giocattolo. La sua
opera finisce così per ristagnare nel limbo
dell’incompiuto, tra soluzioni interessanti
e cadute di stile, tra sequenze mozzafiato e trovate
purtroppo prevedibili. Un’annotazione conclusiva:
nel leggere il voto noterete un oscillamento tra
la sufficienza e qualcosa di più. Ebbene
quel “qualcosa di più” è
dettato quasi esclusivamente dal divertente cammeo
di Miike Takashi, forse il più importante
regista contemporaneo (per mole della propria
opera e per valore qualitativo) che ho avuto modo
di incensare più e più volte su
Puorz du cinéma: Roth si è
sempre detto suo fan sfegatato e io, con lui,
mi prostro in riverente adorazione.
“Syriana” di Stephen Gaghan
è un film più concettualmente importante
da fare che affascinante da vedere: l’idea
di scardinare la serratura a tripla mandata con
cui sono stati chiuse le riflessioni sull’undici
settembre negli USA è ottima e doverosa,
ma il film risente di una pesantezza strutturale
che lo rende di ben poca agevole visione. I vasi
di pandora scoperchiati sono talmente tanti che
i personaggi passano più tempo a spiegarsi
(e a spiegare al pubblico) ciò che gli
sta succedendo intorno che ad agire di conseguenza:
ne viene fuori una sorta di promemoria democratico,
utile magari (anche se il rischio che chi è
già d’accordo con la tesi di fondo
non lo guardi e chi ne è all’oscuro
si annoi è forte e preoccupante) ma sicuramente
non esaltante in quanto cinema in sé –
al contrario, ad esempio, di “The Constant
Gardener” di Fernando Meirelles, ma ne parleremo
la settimana prossima…-. Ma forse è
ancora più importante che una star di prima
grandezza come George Clooney abbia intrapreso
la strada della divulgazione: laddove falliscono
i politici potrebbe arrivare al cuore dell’americano
medio il suo messaggio progressista. Chissà…staremo
a vedere, nel frattempo come cantava Caterina
Caselli “finisce qua, chi se ne va che male
fa?”. Buona visione.
Film in uscita questa settimana:
Aeon Flux di Karyn Kusama (4)
Arrivederci amore, ciao di Michele Soavi
(7/8)
Hostel di Eli Roth (6/7)
Syriana di Stephen Gaghan (6)
La terra di Sergio Rubini
(2 marzo 2006)
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