UN CHANT D’AMOUR/LA MAGNIFICA OSSESSIONE
29 gennaio - 4 febbraio 2006
Numero 5: Cacciatori bianchi, Settembre nero
(e una Bologna alla ricerca del futuro)
di Raffaele Meale
È
curioso come “Munich”, l’atteso
nuovo film di Steven Spielberg, esca nelle sale
a ridosso della vittoria nelle elezioni politiche
palestinesi di Hamas; sembra quasi che un tratto
di storia, un'epoca, una rivisitazione - come
quella portata avanti dal cineasta statunitense
- sia destinata a trovare la sua conclusione,
a ricompattare le parti, a raggiungere nel bene
o nel male che sia la quadratura del cerchio.
"Munich" è, nella sua essenza
primaria di opera cinematografica, e nella sua
interpretazione politica degli eventi, uno splendido
film: splendido perchè capace, come nessun
altro finora, di mantenere un'equidistanza di
giudizio, senza scadere eccessivamente nella retorica.
Ha disegnato, lontano da sirene catechizzanti,
un thriller politico come se ne facevano una volta,
vi si è inserito con forza e l'ha reso
personale, epico, a tratti quasi insostenibile.
È il suo film più negativo e disilluso,
"Munich", perché impossibilitato
rispetto alle altre sue intrusioni nella storia
recente alla risoluzione del conflitto - e la
vittoria di Hamas è lì a dimostrarcelo
ulteriormente, qualora non ne fossimo coscienti
-, ed è il suo film più adulto,
perché elimina per la prima volta l'idea
dell'eroe dal cuore fanciullesco (che era proprio
del Richard Dreyfuss di "Incontri ravvicinati
del terzo tipo", ma anche di Indiana Jones,
e via discorrendo). Anzi, per la precisione, elimina
in tutto e per tutto gli eroi: i protagonisti
della vicenda, questi ebrei fedelissimi di Israele
che vanno in giro per l'Europa e il medio oriente
a uccidere coloro che Golda Meir e compagnia considerano
colpevoli dell'attentato delle Olimpiadi sono
dei personaggi scomodi, anaffettivi, a tratti
addirittura odiosi nella loro grettezza. Sono
esattamente come coloro che vogliono combattere,
e in una sequenza mirabile questa impressione
deflagrerà con una forza sconvolgente.
È il miglior film di Spielberg da decenni
a questa parte, "Munich", e una delle
più coraggiose autoanalisi - come uomo
occidentale e come ebreo - che il cinema contemporaneo
ci abbia concesso. Il finale, che non vi svelo
per correttezza, è quanto di più
lungimirante, profondo, ed esteticamente bello
- il che non fa mai male - mi sia capitato di
vedere nell'ultimo periodo dalle parti di Hollywood.
Di fronte al tema più scomodo che abbia
mai affrontato - molto più ostico sia dell'olocausto
che della seconda guerra mondiale in generale,
dove era fin troppo semplice dividere tra buoni
e cattivi - Spielberg dimostra di avere ancora
molte carte da giocare e di essere in grande forma
(come aveva palesato già l'ottimo "La
guerra dei mondi").
Ho visto pochi film in anteprima questa settimana
anche perché sono stato, al freddo e al
gelo, al Future Film Festival in quel di
Bologna (la minima era - 6°, fate un po' voi...):
la programmazione prometteva alcune interessanti
anteprime - di queste non tutte per il sottoscritto
erano novità assolute, vedi il bellissimo
"Mirrormask" di cui parlai da Locarno
o "Yokai Daisenso" di Takashi Miike
che avevo visto a Venezia - e una serie di retrospettive
e omaggi, per lo più di autori sconosciuti.
Mi ha sbalordito lo splendore delle opere di Jiri
Trnka, straordinario regista d'animazione - di
qualsiasi genere d'animazione - cecoslovacco morto
trentasette anni fa ma attualissimo, anzi futuristico
(per dare un senso al nome del festival): "Old
Czech Legends" e "A Midsummer's Night
Dream" sono due capolavori di tale spessore
da far impallidire qualsiasi altra opera. E infatti
la seconda retrospettiva, dedicata al danese Jannik
Hastrup, non ha minimamente retto botta: animazione
mediocre, assoluta incapacità di sceneggiare
i propri film, Hastrup ha ben pochi meriti e sinceramente
non si capisce il senso di un'intera retrospettiva
in suo omaggio. Certo, c'è un interessante
uso del colore e un paio di film sono 'carini'
("Samson & Sally" e "The Boy
Who Wanted to Be a Bear" su tutti) ma la
sostanza non cambia. Per il resto una serie di
film dedicata alle Ghost Stories giapponesi
- dove ha brillato soprattutto l'estro di Kiyoshi
Kurosawa e del suo splendido "Kairo (Pulse)"
-, e tante serie animate in anteprima o quasi
che il sottoscritto, dopo essersi sorbito la prima
puntata di tale "Brain Powerd", ha saltato
a piè pari.
La vera pecca del festival comunque, e dispiace
doverlo rimarcare, riguarda la mediocre organizzazione
generale: una faciloneria nella messa in schermo
dei film - le proiezioni dei film di Trnka erano
spesso senza sottotitoli, e passi, ma addirittura
il quadro era completamente tagliato per palese
imperizia dei proiezionisti -, una logica assurda
da seguire per i controlli degli accrediti, addirittura
l'obbligo per determinate proiezioni di andare
a ritirare un tagliandino entro mezzogiorno, senza
il quale non era assicurato l'ingresso in sala.
E meno male che ero considerato Stampa, altrimenti
che avrei dovuto fare, fare di corsa per sei volte
il giro di piazza Maggiore a piedi nudi e ripetendo
per mille volte "Tre tigri contro tre tigri"?
Mistero della fede...
Festival promosso solo a metà dunque, e
che stupisce sia riuscito ad arrivare così
all'ottava edizione.
Film in uscita questa settimana:
Dick & Jane - Operazione furto di
Dean Parisot
Munich di Steven Spielberg (9)
Hans di Louis Nero
Trappola in fondo al mare di John Stockwell
Travaux - Lavori in casa di Brigitte Rouan
Senza destino di Lajos Koltai (6/7)
(29 gennaio 2006)
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