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UN CHANT D’AMOUR/LA MAGNIFICA OSSESSIONE
8-14 gennaio 2006
Numero 3: Mondi (im)possibili

di Raffaele Meale

fonte: www.thenewworldmovie.comIl cinema, andando a stringere, è la messa in scena continua e inarrestabile di mondi (im)possibili; lo andava già profetizzando Antonin Artaud negli anni ’20 e così l’hanno inteso e plasmato i vari Luis Buñuel, David Lynch, Stanley Kubrick, fino a cineasti meno riconosciuti e idolatrati – vengono alla mente le opere di Robert LePage, ad esempio, teatro che diventa cinema dell’inverosimile, cinema che diventa teatro dell’improponibile -. “The New World”, quarto figlio naturale di Terrence Malick in trent’anni di carriera, si pone sulla stessa lunghezza d’onda, senza che questo stupisca minimamente qualcuno.

Non dovrei parlarne oggi, lo so, dovrei soffermarmi sui vari “Lady Vendetta” (ne parlai nel post-Venezia, ma quell’articolo è ancora disperso nei bui anfratti degli archivi kalporziani, trascinando con sé anche i peana rivolti dal sottoscritto alla barbarica grazia e alla forza visiva di Park Chan-wook, alla ricerca di posture ancora più scomode delle già non invidiabili torture morali di “Sympathy for Mr. Vengeance” e “Old Boy”), o magari sul pessimo seguito del già mediocre “Saw”, capitolo secondo di cui nessuno sentiva l’esigenza. Ma la verità è che niente, neanche l’intaccabile splendore di Park, avrebbe potuto competere con l’attesa prodotta dal ritorno sulla ribalta internazionale dell’autore di “Badlands”, “I giorni del cielo” e “La sottile linea rossa”: anticipo dunque quanto avrei dovuto scrivere tra sette giorni, riservandomi il diritto di tornare sull’argomento nuovamente.

Anche perché come anticipato in precedenza, Malick è uno straordinario creatore di mondi (im)possibili; lo è da sempre, dalla spirale di violenza priva di catarsi in cui cadono Martin Sheen e Sissy Spacek. Un cinema che non si è mai venduto, hanno scritto in molti, ma non per chissà quali particolari diktat morali: semplicemente le epopee di Malick vivono in spazi e tempi troppo personali, scorbutici ed elegiaci al contempo – come ricorda il montaggio strattonato, strappato, crudele di questo arrivo al nuovo mondo -, per potersi adattare alla bisogna.
È un cinema di nuovi mondi da scoprire, non solo la giovane terra statunitense – ancora nell’età acerba, roseaux sauvages da svezzare, educare, istruire – nella quale i nativi e gli inglesi si studiano, si amano e si uccidono gli uni con gli altri, ma anche la vecchia austera Inghilterra, dove tutto si fa più formalmente geometrico, tagliato con nettezza, e dove i pellerossa si aggirano nella confusione di odori, rumori, visioni. È un cinema di conquista, ma anche un cinema già conquistato, fascinato dalla maestosità della natura ‘vergine’, come già sottolineato con forza nel confronto tra truppe/sangue/caos e flora/fauna che animava in maniera a tratti quasi dialogica “La sottile linea rossa”. Già, in maniera dialogica… anche qui, come sempre, si ha l’opportunità di cedere il proprio pensiero alla voce interiore, inascoltabile e dunque a sua volta (im)possibile forma di comunicazione.

Non si ha l’occasione, probabilmente, di respirare a pieni polmoni la perfezione de “La rabbia giovane” e/o “La sottile linea rossa”, ma questo incedere inadatto, elefantiaco eppure così intimo, è la purezza di un mondo perduto, è la memoria di un’utopia: perché il sogno che descrive un monocorde Colin Farrell – peso morto dell’intero film, purtroppo – al principio viene materializzato solo nella vita comunitaria pellerossa, e perché, come si ascolta en passant, “quel fortino non rappresenta la libertà”.
Già…

Film in uscita questa settimana:
Lady Henderson presenta di Stephen Frears (6/7)
Lady Vendetta di Park Chan-wook (8/9)
P3K – Pinocchio 3000
di Daniel Robichaud (4)
Saw II – La soluzione dell’enigma di Darren Lynn Bousman (4)

 

(8 gennaio 2006)

 




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