UN CHANT D’AMOUR/LA MAGNIFICA OSSESSIONE
1-7 gennaio 2006
Numero 2: Anno nuovo, cinema vecchio
di Raffaele Meale
Per
il secondo numero di Un chant d’amour/La
magnifica ossessione ho trovato impossibile
non dedicare spazio all’oramai annuale appuntamento
con il riassunto dell’annata appena trascorsa.
Ma, seguendo l’istintivo entusiasmo che
fa da corollario a ogni nuova iniziativa, ne ho
modificato la struttura, cercando di renderla
più completa. Aprendo con quella che è
stata definita "la
sbrodolata introduttiva" questa sezione
di Kalporz due anni fa mi proponevo di dedicare
uno spazio critico al cinema che esulasse dalla
mera distinzione tra buoni e cattivi. Ebbene,
non sto certo qui a tornare sui miei passi, ma
diciamo che ciò che avete sotto gli occhi
in questo momento in parte ridefinisce anche quella
semplice frase: nel tentativo di delineare con
la massima precisione possibile i dodici mesi
passati al cinema ho disposto in un elenco tra
il serio e il faceto (vi basterà scorrere
l’intitolazione data a ogni suddivisione
meritocratica per rendervi conto di quanta ironia,
in fin dei conti, risieda nell’intera operazione)
tutti i film usciti nei cinema italiani che ho
avuto modo di vedere – poco più di
duecento -. Qualcosa di diverso dunque rispetto
alle scorse annate, nelle quali mi soffermavo
esclusivamente sui prodotti a cui dare maggior
risalto: qui, al contrario, saranno presenti tutte
le pellicole visionate dal sottoscritto, senza
eccezione alcuna. Questo per permettere una disanima
critica più ampia e per facilitare la lettura
di ciò che per me ha significato il 2005
passato nelle nostre sale. Altro il discorso impostato
per le visioni di quei film che in Italia non
è stato possibile vedere e che io ho avuto
modo di recuperare girovagando per i vari festival
nazionali e non; lì ho preferito soffermarmi
sulle opere delle quali consiglio il recupero
magari auspicando anche un’uscita sul suolo
italico. Ma andiamo per ordine…
IL CINEMA USA
Il 2005 è stato un anno in gran parte privo
di chiaroscuri: lo stato di salute del cinema
statunitense (da sempre il mercato maggiormente
saccheggiato dalla distribuzione nostrana) è
apparso ottimo, sia nei prodotti a largo budget
che dalle parti del cosiddetto cinema indipendente.
Tra i prodotti intenzionati a scalare le classifiche
di tutto il mondo è stato possibile gustare
la conclusione della nuova trilogia lucasiana
sugli eroi di Star Wars, e la Vendetta
dei Sith è apparso sicuramente il migliore
del lotto, l’unico in grado di competere
con i capitoli storici della saga. Peter Jackson
ha cambiato pagina dopo quasi dieci anni passati
dietro a hobbit, nani e numenoreani mettendo in
scena il mito di King Kong, Steven Spielberg
ha diretto il suo miglior film da anni a questa
parte creando con La guerra dei mondi il
rovescio della medaglia degli Incontri ravvicinati
del terzo tipo, e infine il ‘fratellino
di latte’ di Quentin Tarantino, Robert Rodriguez
coadiuvato dal fumettista di culto Frank Miller
ha portato sugli schermi l’universo cinico
e malsano di Sin City. Insomma, un quartetto
di tutto rispetto: l’unica grande delusione
dell’anno è stato il mediocre ritorno
in scena di Batman, annacquato nella nuova veste
regalatagli da Christopher Nolan – e sì
che mi aspettavo veramente tanto da lui! -.
Ad andare a guardare tra i vecchi e acclamati
maestri ancora in vena di dispensare saggezza
c’è altrettanto di che sorridere:
il Martin Scorsese sottovalutato degli ultimi
anni dà un’ulteriore prova di grandezza
con The Aviator, Clint Eastwood continua
a minare la mente e il corpo dell’hollywoodiano
medio grazie a Million Dollar Baby, David
Cronenberg (sì, vabbè, è
canadese e costruisce i suoi set in Canada, ma
chi meglio di lui – a parte David Lynch
- ha scandagliato gli scheletri nell’armadio
dell’American Way of Life?) sforna un piccolo
capolavoro con A History of Violence e
lo stesso fa Jim Jarmusch con Broken Flowers.
Tutto questo senza dimenticare i ‘giovani’
maestri Gus Van Sant (Last Days), Tim Burton
(La sposa cadavere/La fabbrica di cioccolato),
David Mamet (Spartan), Wes Craven (Cursed
– Il maleficio), Terry Gilliam (I
fratelli Grimm e l’incantevole strega).
E che dire poi di quegli autori che americani
proprio non sono ma che all’ombra di Hollywood
hanno trovato una seconda (o terza, o quarta,
o quinta) patria? In particolare come non citare
l’incredibile vitalità artistica
dell’ultimo Herzog che con L’ignoto
spazio profondo firma probabilmente l’opera
più inclassificabile e “bella”
dell’intero 2005? Ma, a parte l’esempio
fuori dall’ordinario del cineasta tedesco,
viene naturalmente da applaudire a pensare al
Wim Wenders di Non bussare alla mia porta
e al brasiliano Walter Salles alle prese con il
remake di Dark Water di Hideo Nakata (e
proprio quest’ultimo, al contrario, firma
un esordio statunitense tutt’altro che lusinghiero
con il mediocre The Ring 2, ponendosi sulla
stessa lunghezza d’onda del Takashi Shimizu
di The Grudge, ennesima e inutile variazione
sul tema di Ju-On).
Dal panorama indipendente e, per mescolare le
carte, da quello degli esordienti o giù
di lì viene voglia di innalzare sul gradino
più alto del podio Le avventure acquatiche
di Steve Zissou di Wes Anderson, geniale viaggio
surreale a metà tra le stramberie intellettuali
dei Tenenbaums e le memorie sottomarine di Jean-Jacques
Cousteau e (più in là negli anni)
Jules Verne. Poi tante, tantissime cose: il bianco
e nero antimaccartista di Good Night, and Good
Luck di George Clooney, il divertente noir
metalinguista Kiss Kiss Bang Bang di Shane
Black, il Gregg Araki adolescenziale di Mysterious
Skin, l’ebreo statunitense errante in
Ucraina in Ogni cosa è illuminata
di Liev Schreiber. E poi ancora le due odi allo
skateboard racchiuse in Lords of Dogtown
e Dogtown & Z-Boys (una fiction e una
documentaria, e questa parentesi serve a rendere
onore alla messe di documentari arrivata anche
da noi), The Exorcism of Emily Rose di
Scott Derrickson, Saved di Brian Dannelly.
Come si può ben vedere l’industria
statunitense, data per spacciata solo qualche
anno fa, si è ripresa in fretta e furia,
inglobando nuove leve nei suoi ingranaggi e permettendogli
(anche se solo lievemente) di modificarli. Pratica
questa non certo nuova, ma che si ripropone anzi
con una ciclicità regolare tanto da non
rappresentare più una sorpresa per lo spettatore
veramente attento.
IL CINEMA ITALIANO
Tutto questo discorso fatto sugli USA vale,
rovesciato al 100% nei valori, anche per il cinema
italiano: dato in rinascita solo pochi anni (mesi!)
fa ha dimostrato negli ultimi dodici mesi il suo
stato di coma apparentemente irreversibile. Basterà
ragionare sulle cifre: dal primo gennaio al trentuno
di dicembre ho avuto modo di vedere al cinema
36 film prodotti nel nostro paese (ho lasciato
fuori sia L’educazione fisica delle fanciulle
che Mary, vista la natura comunque tutt’altro
che italiana dei film). Di questi 18 sono a mio
parere mediocri o addirittura totalmente ingiustificabili,
mentre solo 9 meriterebbero di essere citati,
con i restanti a naufragare nel limbo della sufficienza
stiracchiata. E non è finita! Di questi
otto, solo uno appare veramente inattaccabile,
Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi,
e tra l’altro si tratta di un film italiano
solo fino a un certo punto: la regista è
infatti svizzera, vive e lavora nel Canton Ticino,
e solo una parte della produzione è stata
appannaggio dell’Italia. Per il resto c’è
il bel documentario di Sabina Guzzanti sulla censura
(Viva Zapatero!), e sei opere non perfette
ma che quantomeno sembrano procedere nella direzione
giusta: trattasi della docu-fiction Craj –
Domani di Davide Marengo, dei due film sulla
Banda della Magliana diretti da Michele Placido
e Daniele Costantini (Romanzo criminale
e Fatti della banda della Magliana), dell’ultima
opera del compianto Sergio Citti (Fratella
e sorello, targata addirittura 2002), del
film americano di Asia Argento (Ingannevole
è il cuore più di ogni cosa),
dell’esordiente Saverio Costanzo di Private
e di Quo Vadis, Baby? di Gabriele Salvatores.
Torno a dire, i numeri parlano chiaro: se poi
si va a chiudere ulteriormente il cerchio ci si
rende conto che due film sono italiani solo in
parte, che altri due sono documentari e altri
tre partono da un contesto storico. Per dirla
brevemente, gli italiani non sanno (più)
raccontare storie. Con questo non voglio gettarmi
in una aberrante divisione tra cinema di fiction
e cinema documentario, ma certo è che l’incapacità
mostrata nel tracciare storie interessanti non
è da prendere sottogamba. Perché
va bene la crisi del mercato, va bene che le case
di produzione non abbiano soldi, ma qui si nota
più che altro come manchino bravi sceneggiatori
e bravi registi, persone in grado di descrivere
una situazione e di renderla interessante su uno
schermo. Non esiste uno sguardo inusuale nel cinema
italiano, non esiste creatività alcuna,
e queste sono due pecche da sottolineare con forza,
nella speranza che si possa cambiare radicalmente
faccia a questo nostro cadavere imbellettato.
IL CINEMA ASIATICO
Mi sono talmente dilungato finora da dover passare
come un tornado sugli altri argomenti che avevo
intenzione di trattare e che rispondo ai nomi
di cinema asiatico e cinema “per bambini”
(le virgolette non sono certo casuali). Il cinema
asiatico, come già lamentato in più
occasioni, rimane nascosto alla grande massa italiana:
e non basta certo mandare sul mercato horror a
scatola chiusa solo per cavalcare l’onda
del momento per superare questa grave tara che
affligge ogni cinefilo che si rispetti. Ok, siamo
stati colonizzati da sempre da Hollywood: la prendo
per buona, ma ci dev’essere un preciso piano
criminoso nello scegliere, nel marasma di capolavori
e ottimi film che si producono tra la via del
Catai e l’est, solo i prodotti più
scadenti. Non fatevi abbindolare dai pessimi The
Eye 2, Premonition, e neanche dalle
delusioni come Seven Swords, il mercato
orientale ha in valigia ben altro. Ancora non
ne siete convinti? Va bene, ragionate allora su
questo: come mai, nonostante la minima percentuale
di film orientali presenti nelle nostre sale ben
sette rientrano tra i migliori in assoluto? Risposta
che mi aspetto con fin troppa ovvietà:
perché tu (io) sei un appassionato di cinema
orientale. Controrisposta: cos’è
il cinema orientale, una categoria a parte? La
pellicola a Bangkok o a Tokyo non funziona forse
a 24 fotogrammi al secondo?
La verità è che la varietà
di stili che contraddistingue Old Boy, Tropical
Malady, La samaritana, Silenzio tra due pensieri,
Il gusto dell’anguria e via discorrendo
continuiamo a sognarcela. E basta.
ANIMAZIONE
Cerco di legare il tema del cinema orientale a
quello del cinema “per bambini”. Ecco
spiegato rapidamente il ruolo delle virgolette:
ha un senso reale limitare i vari Il castello
errante di Howl, Steamboy e La sposa cadavere
a una visione per soli bambini e/o adulti non
cresciuti? Credo che la domanda sia sufficientemente
retorica di per sé. Come sarebbe altrimenti
da classificare un film genialoide come Team
America di Trey Parker? Può il semplice
uso di una tecnica come quella dell’animazione
circoscrivere la visione a una determinata fascia
d’età? Ovviamente no: faccio dunque
mie le parole che scandì a Venezia Marco
Müller al momento di affidare il Leone d’oro
alla carriera nelle mani di Hayao Miyazaki, e
dico che sarebbe ora di smetterla di considerare
l’animazione un mondo a parte all’interno
della storia del cinema. Lo stesso discorso che
si fa per i documentari: sottodivisioni di questo
genere non avrebbero mai dovuto avere un senso,
ma che lo trovino nel 2005 è addirittura
anacronistico. Grande annata comunque per chi
ama il cinema “per bambini”: oltre
ai già citati lavori di Miyazaki, Otomo
e Burton è giusto citare anche i comunque
buoni Tokyo Godfathers, Le cronache di Narnia,
Harry Potter e il calice di fuoco, Kirikù
e gli animali selvaggi e Spongebob –
Il film. Senza dimenticare lo splendido Mirrormask
di Dave McKeane, visto a Locarno e ancora latitante
nelle nostre sale. Ma di lui avremo modo di parlare
in seguito.
» la classifica
del 2005
(2 gennaio 2006)
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