UN CHANT D’AMOUR/LA MAGNIFICA OSSESSIONE
24-31 Dicembre 2005
Numero 1: La guerra di Natale e le vittime innocenti
di Raffaele Meale
Quale
inaugurazione migliore per un appuntamento settimanale
come quello che si prospetta essere Un chant
d’amour/La magnifica ossessione se non
la fatidica settimana natalizia, capace di catalizzare
nei cinema italiani la maggior parte del pubblico
di fine anno?
L’uscita natalizia è tradizionalmente
dedicata ai film di largo consumo, adatti a tutte
le età: quei prodotti, in sintesi, in grado
di trascinare nelle sale cinematografiche intere
famigliole festanti, ingrassate dai vari panettoni,
pandori, torroni e chi più ne ha più
ne metta. La sfida annuale non esula da uno schema
fisso; l’Italia lancia sul mercato commedie
più o meno scollacciate, dagli USA rispondono
con blockbuster di grande impatto e un’attenzione
particolare verso le fasce più giovani.
Per il 2005 i film nostrani preposti ad accaparrarsi
euro a destra e a manca sono Ti amo in tutte
le lingue del mondo di Leonardo Pieraccioni
e Natale a Miami di Neri Parenti, e non
si può certo dire che siano fantasia e
sorpresa a farla da padrone. Ma preferisco passare
abbastanza rapidamente su entrambi, per vari motivi
che vado ad elencare: innanzitutto proprio per
l’assoluta mancanza di innovazione –
sia tecnica che a livello di struttura narrativa
-. Insomma, non vi è alcuna possibilità
di distinguere il film di Pieraccioni dai suoi
ultimi (improvvidi) interventi sul campo, e lo
stesso si può tranquillamente dire per
il solito Natale all’estero della coppia
Boldi/De Sica, la cui unica periodica novità
sta nel cambiare zona del globo nella quale andare
a far danni. Non vi è dunque motivo di
consigliare la visione di una di queste due opere:
se proprio siete amanti della scipita comicità
toscana (mai eversiva, mai dirompente, sempre
accomodante e misurata) di Pieraccioni o della
trivialità pecoreccia di Neri Parenti affittatevi
pure uno dei loro film precedenti ed evitatevi
inutili file ai botteghini. Il secondo motivo
che mi fa passare senza troppa attenzione sui
due film italiani – nello specifico, in
realtà, su quello di Parenti – è
di carattere più direttamente critico.
Sarà stata l’emozione (?) di veder
riuniti per l’ultima volta insieme due attori
comici del calibro (???) di Massimo Boldi e Christian
De Sica, sarà stato l’insano raptus
che spinge a rivalutare per forza tutto ciò
di cui si è sempre parlato poco e/o male,
sarà stata l’influenza aviaria…
fatto sta che per Natale a Miami si sono
sprecate parole che rasentano la follia: veder
paragonati i nostri due istrioni a coppie cinematografiche
del calibro di Laurel e Hardy o di Matthau e Lemmon
è francamente indecente e ipotizzare per
i filmetti che da decenni dominano la principale
festa della cristianità una rivalutazione
pari a quella meritoria vissuta in tempi recenti
dai vari Bava, Margheriti e Di Leo mostra una
preoccupante deriva critica. Cantava Manuel Agnelli
qualche anno fa “la mia generazione ha un
trucco buono/critica tutti per non criticar nessuno”:
probabilmente la frase vale anche al contrario.
Passiamo dunque alle altre pellicole che dominano
la scena cinematografica nel periodo natalizio,
iniziando da King Kong. Il primo viaggio
di Peter Jackson dopo quasi un decennio dedicato
esclusivamente alla trilogia tolkeniana de Il
signore degli anelli, è un grande spettacolo
d’intrattenimento, ennesima dimostrazione
di come il cineasta neozelandese sia attualmente
il miglior regista “hollywoodiano”
in circolazione, l’unico apparentemente
in grado di coniugare spettacolarità e
studio sui personaggi. Perché, al di là
delle ovvie scene d’azione – straordinaria
quella che vede il gorillone combattere contro
tre sauri nel folto della giungla -, King Kong
presenta uno studio tutt’altro che banale
dei rapporti tra i personaggi: non tutto è
relegato alla sola metafora della bella e la bestia,
ma c’è anzi spazio per mettere in
scena la megalomania folle di un determinato approccio
registico (racchiuso nelle azioni di Jack Black,
comunque il più spaesato dell’intero
lotto), lo scontro tra machismo e intellettualismo
(dove il primo aspetto è dominato proprio
dalla scimmia gigantesca, mentre il secondo è
appannaggio del sempre bravo Adrien Brody), l’abbagliante
bellezza della pura protagonista (una splendente
Naomi Watts, i cui primi piani da soli valgono
l’intero prezzo del biglietto), mentre sullo
sfondo si agita un’America per niente in
pace e devastata dall’interno dai morsi
della fame della Grande Depressione, come sintetizzato
con intelligenza nelle prime sequenze. Jackson,
pur concedendosi di quando in quando i soliti
incisi per il pubblico di bocca buona –
ricordate le azioni in battaglia di Legolas nella
trilogia? -, regge con fermezza e intelligenza
più di tre ore di film, tra l’altro
ampiamente tagliato per permettere una normale
fruizione in sala (e in alcuni casi questi tagli
si notano), e scrive il suo nome tra i registi
essenziali del cinema ad alto budget contemporaneo.
Nascosto dietro la sua barba sembra sempre più
facile intravedere il volto di Colin Mackenzie,
il regista virtuale al quale aveva dedicato lo
straordinario mockumentary Forgotten Silver
proprio dieci anni fa. Ed è una piacevole
sensazione.
Aspettavo con grande ansia l’uscita de
Le cronache di Narnia, ennesima saga fantasy
trasportata al cinema: la matrice letteraria è
seconda, all’interno delle dinamiche del
genere, solo al monolito tolkeniano per quanto
riguarda il fantasy moderno. Appariva non semplice
la sfida affrontata dalla Disney e dal regista
Andrew Adamson, già portato alla ribalta
grazie ai successi commerciali dei due capitoli
dedicati all’orco Shrek, e a conti fatti
non si può certo dire che tutti i nodi
siano venuti al pettine: si nota, prepotentemente,
la difficoltà di Adamson a rapportarsi
con attori in carne e ossa, e la sua regia risulta
scarna, priva di scarti, incapace di far scaturire
l’epica che pervade le pagine del libro.
Se proprio fossi costretto a confrontare questo
film con la trilogia recente de Il signore
degli anelli (e, per quanto Tolkien e Lewis
fossero coevi e conoscenti non mi sembra la più
arguta delle mosse, visto e considerato che il
primo ragiona su un mondo del tutto estraneo da
coordinate reali, mentre il secondo fa scaturire
il suo da una situazione reale come l’Inghilterra
della seconda guerra mondiale) noterei l’incapacità,
grave, di Adamson nel delineare i contorni di
un mondo. Laddove la Terra di Mezzo è un
universo perfettamente riconoscibile, sia per
quanto riguarda gli spazi che per quanto riguarda
gli usi e i costumi delle popolazioni, Narnia
resta avvolta in una densa nuvola di ipotesi.
Ed è un peccato, perché per il resto,
ovvero quando si incentra sulle psicologie dei
giovani protagonisti, il film si mantiene su un
buon livello generale grazie soprattutto alla
verve del membro più piccolo della famiglia
Pevencie, Lucy, interpretata da Georgie Henley.
Rimarchevole il lavoro svolto sulla coppia di
castori – il Signor Castoro chiuso nella
sua armatura potrebbe alimentare un piccolo culto
a sé – e alcune intuizioni visive.
Elementi che bastano a promuovere l’opera,
ma non a lenire completamente la delusione.
Insomma, la sfida a suon di milioni di euro tra
le superpotenze natalizie meriterebbe di essere
vinta dallo scimmione di otto metri, e ovviamente
non è stato/sarà così. Ma
poco importa…
Se invece di assecondare i gusti della maggioranza
preferite muovervi in tutt’altra direzione,
questo Natale fa decisamente al caso vostro: raramente
sarebbe infatti stato possibile incappare, contemporaneamente,
nel Jim Jarmusch di Broken Flowers e nel
David Cronenberg di A History of Violence.
Due autori fra i più imponenti del cinema
contemporaneo, capaci di tirare fuori dal cilindro
due opere di assoluto spessore e di mascherarle
in modo tale da farle scambiare per prodotti minori
all’interno della loro cinematografia. In
realtà sia Broken Flowers che A
History of Violence rappresentano la definitiva
cristallizzazione dell’autorialità
dei loro creatori: certo, non siamo di fronte
a opere definitive come potevano apparire Dead
Man e Videodrome, ma a dimostrazioni
di una chiarezza d’intenti che lascia sbigottiti.
Entrambi tesi all’asciuttezza del racconto,
in un’operazione di elisione delle sovrastrutture
continua e apparentemente inarrestabile, Jarmusch
e Cronenberg colpiscono con violenza proprio perché
il colpo si fa sempre più inaspettato.
E, si sa, la sorpresa è tutto…
Quella sorpresa che, in parte, arriva da Me
and You and Everyone We Know di Miranda July
e Kirikù e gli animali selvaggi di
Michel Ocelot (entrambi comunque dopo tutto sopravvalutati,
in particolar modo il primo) e che non potrà
mai arrivare da Vizio di famiglia di Rob
Reiner – ma che fine ha fatto il regista
di Stand By Me, Harry ti presento Sally
e Misery non deve morire? – e
Memorie di una geisha di Rob Marshall.
In attesa che l’anno finisca e arrivi l’ora
di The New World di Terrence Malick: ma
questa, si sa, è un’altra storia…
Attualmente in sala (i film senza voto
non ho ancora avuto modo di vederli):
Broken Flowers di Jim Jarmusch (8)
Chicken Little – Amici per la pelle
di Mark Dindal (6)
Crash – Contatto fisico di Paul Higgins
(6/7)
Le cronache di Narnia – Il leone, la
strega e l’armadio di Andrew Adamson
(7)
L’enfant di Jean-Pierre e Luc Dardenne
(7/8)
Harry Potter e il calice di fuoco di Mike
Newell (7)
A History of Violence di David Cronenberg
(9)
L’ignoto spazio profondo di Werner
Herzog (10)
King Kong di Peter Jackson (8)
Kirikù e gli animali selvaggi di
Michel Ocelot (7)
La marcia dei pinguini di Luc Jacquet (6)
Me and You and Everyone We Know di Miranda
July (6/7)
Melissa P. di Luca Guadagnino
Memorie di una geisha di Rob Marshall (5)
Mr. & Mrs. Smith di Doug Liman (4)
Natale a Miami di Neri Parenti (3)
Ogni cosa è illuminata di Liev Schreiber
(7/8)
Parole d’amore di Scott McGeehe,
David Siegel
Reinas – Il matrimonio che mancava
di Manuel Gómez Pereira
La seconda notte di nozze di Pupi Avati
(2)
Il sole di Aleksandr Sokurov (8/9)
La sposa cadavere di Tim Burton, Mike Johnson
(10)
Ti amo in tutte le lingue del mondo di
Leonardo Pieraccioni (4)
Tutti i battiti del mio cuore di Jacques
Audiard
Vai e vivrai di Radu Mihaileanu (6/7)
Vizi di famiglia di Rob Reiner (4/5)
Zucker – Come diventare ebreo in 7 giorni!
di Dani Levy (6)
(26 dicembre 2005)
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