SOLO il formicolio che partendo dal mio piede sinistro
si inerpica fastidiosamente lungo tutta la coscia, mi
riporta di botto al presente.
Mi
accorgo così di essere rimasto per più di
un'ora in contemplazione, non senza una sorta di piacevole
turbamento, di un quadro che tra tanti altri ha catturato
completamente la mia attenzione.
La
scena raffigurata è molto semplice, ancorché
singolare.
Su
uno sfondo di nubi grigie e pesanti, bucherellate qua
e là da sprazzi di cielo azzurro (un temporale
in arrivo? Una tempesta or ora passata?) una coppia
di aristocratici ballerini sta muovendo leggeri passi
di danza sulla sabbia bagnata di una spiaggia deserta
(chissà perché mi dà l'idea di
essere un tango, quello fissato nel dipinto, anche se
c'è più distacco che passione nel volto
dell'uomo).
I
due non sono soli; alle loro spalle due domestici, impacciati
dal vento che muove i loro ombrelli come instabili vele,
cercano di riparare (compito arduo il loro!) le figure
rapite da una musica che sembra esistere solo nella
loro mente, dalle gocce di pioggia che presto (o che
ancora per poco) cadranno.
Le
ombre dei quattro soggetti si scompongono in un gioco
di colori creato dall'acquitrino sabbioso ai loro piedi.
La prima cosa che balza all'occhio è il totale
contrasto dei colori caldi della sabbia col buio del
cielo, il tutto diviso dalla perfetta, sottile striscia
blu scuro del mare.
Detta
così, il quadro di cui sto parlando potrebbe
sembrare, al di là del semplice giudizio estetico
che è sempre e comunque soggettivo, uno dei tanti.
Allora
cos'è che ha catturato la mia attenzione obbligandomi
a rimanere immobile come uno stoccafisso, per rimirare
rapito quella scena?
Ci
sono! La curiosità un po' da voyeur per quella
strana situazione. Quale
oscura forza ha portato i due ballerini su quella spiaggia
bagnata? Perché rischiare di prendere un acquazzone
per un semplice ballo?
Una banalissima passione per la danza? Alquanto improbabile.
Sembra
che dal dipinto scaturisca una potenza misteriosa, quasi
un destino ineluttabile che impone ai due personaggi
di trovarsi lì, in quel posto, e proprio in quell'istante.
E
allora?
Forse
i due si sono incontrati dopo tanto tempo e travolti
dal vortice della passione per un amore ritrovato hanno
deciso di festeggiare come sappiamo.
La
cosa non mi convince. La presenza dei domestici sembrerebbe
contraddire questa ipotesi.
Un
convegno amoroso, soprattutto se frutto di una passione
riesplosa dopo aver a lungo covato sotto la cenere della
lontananza, non vuole testimoni. Il ritrovarsi di due
amanti è cosa di un'intimità irrinunciabile.
Ripeto.
E allora? Forse ci sono.
La
passione tra i due c'è stata, è innegabile.
La donna, ritratta di spalle nel suo vestito rosso lungo,
non è di quelle che passano inosservate, per
lei un uomo può anche decidere (ma il termine
è improprio in quanto questa non è mai
una scelta presa coscientemente) di perdersi.
Lui,
nel suo elegante abito nero la guida sicuro, con la
testa occupata da un groviglio di sentimenti contrastanti,
e comunque coi suoi pensieri già proiettati verso
una nuova storia.
Un
amore agli sgoccioli. Un ballo, lungo, d'addio.
E
la presenza dei domestici?
Che
importa? Quando non c'è più nulla da salvare,
nella disperazione di un ultimo saluto, nello spegnersi
di una passione si è sempre e comunque soli,
anche se dovessero esserci migliaia di persone intorno.
In
quel definitivo abbraccio, tutto il resto si annulla.
Scompaiono le altre due figure, scompare la pioggia
col suo cielo plumbeo, scompare la sabbia e anche il
mare.
Solo
un ultimo, disperato tango.
Poco
distante l'artista è in piedi, a rimirare soddisfatto
un suo dipinto che altri non è che un'esplosione
di giallo, giustamente orgoglioso del suo lavoro.
Sono
tentato di avvicinarlo e chiedere spiegazioni in merito
al quadro a cui io, del tutto arbitrariamente ho deciso
di affibbiare il titolo "Un lungo addio".
Mi
verrebbe da domandargli: «E allora, Maestro, lei
che è l'autore dell'opera, ha voglia di raccontarmi
la storia dei due ballerini sulla spiaggia, visto che
tutto è comunque nato e si è svolto nella
sua testa?»
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| "The
singing butler" di Jack Vettriano |
Ma
mi trattengo dal farlo. Frenato dalla discrezione che
la situazione richiede, mi fermo giusto in tempo. Mi
sembrerebbe di togliere qualcosa ai due ballerini, di
diventare il terzo incomodo in aggiunta ai due domestici,
e non ho alcuna intenzione di mettere in atto una tale
indelicatezza.
E
poi... un mistero svelato perde tutto il proprio fascino.
Meglio
lasciare i due amanti soli, persi nel silenzio di una
musica che suona solo per loro, abbandonati al loro
ultimo, disperato tango.
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| GIUSEPPE
CIARALLO |
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Giuseppe
Ciarallo (1958), milanese di origini molisane, ha
finora pubblicato numerosi racconti su giornali,
riviste e antologie. La sua scrittura in presa diretta
è ricca di immagini pescate a piene mani dalla musica
(con una narrazione spesso catramosa come la voce
di Tom Waits, il sarcasmo zappiano, i ritmi, le
sincopi e l'improvvisazione jazzistica), dal cinema
(il lirismo di Wenders e Kurosawa, la visionarietà
di Jarmush), dalla pittura (il simbolismo di Magritte
e i colori caldi del Sud di Dalì) e non ultima,
naturalmente, dalla letteratura dei suoi scrittori
preferiti (Dostoevskij con i suoi personaggi estremi,
Silone e
Jovine, suoi conterranei, con il proprio amore per
la terra, per arrivare agli americani Hemingway,
Kerouac, Fante e Bukowski).
Nel 1994 Giuseppe Ciarallo ha pubblicato per l'editore
Tranchida "Racconti per sax tenore" che
per quattro mesi è stato ai vertici della classifica
dei tascabili più venduti. Per lo stesso editore,
è del 1999 la raccolta di racconti "Amori a
serramanico". Collabora attivamente alla redazione
della rivista telematica "Kalporz".
i racconti di Giuseppe
Ciarallo nella Stalla
leggi "Rapa
al capolinea"
leggi "Un lungo addio"
leggi "Like A Bird"
leggi "Ma che MUUUUUUUUUUsica!"
leggi "Jazz in
scatola di montaggio"
leggi "Brasile - Cuore
americano con sapore di vetro e ferite"
leggi l'intervista del
nonno a Giuseppe Ciarallo
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