La Stalla di Kalporz - "Jazzin' The Blue" (seconda parte) di Valeria Tosi
vai alla pagina iniziale della Stalla vai alla Mappa di Kalporz!

MusiKàl! - Recensioni, Artisti, News musicali
Recensioni, Artisti, News musicali

Osteria - Chiacchiere e Forum
Chiacchiere e Forum

Stalla - Storie in musica
Storie in musica

Municipio - Benvenuti a Kalporz!
Benvenuti a Kalporz!

Cerca un Artista
0-9 A B C D E F G H I
J K L M N O P Q R S
T U V W X Y Z

Info & Contatti
Collabora con noi
Pubblicità
Promo e demo
Le Foto su Kalporz
Live in Kalporz

 storie&note

Jazzin' The Blue (seconda parte) di Valeria Tosi
racconto inedito


No, non voleva sparire. Quella sera era tornato a casa e aveva trovato sua moglie in cucina mentre impilava con cura sul tagliere fette sottili di vitello. Tutte uguali, senza una striatura di grasso, incolori e martoriate dal batticarne. E allora si era sentito scorrere tra le mani l'impulso feroce di afferrarlo, quel batticarne, e farle male. Tanto. Era durato solo un attimo, continuava a ripetermi, ma era stato abbastanza per sentirsi strappato via da tutta la vita asettica che lo aveva tenuto per mano e protetto fino a quel momento. E il senso di colpa si era presentato puntuale insieme a lui, contro la porta del camerino. Avrei voluto spiegargli che gli istinti più tremendi esistono proprio per rimanere sospesi tra le viscere e la pelle, per mediare tra pensiero e adrenalina, e farci fermare, in tempo, almeno davanti alle schifezze più grosse. Invece ho lasciato che mi scivolasse in un abbraccio, gli ho tolto gli occhiali appannati e ho asciugato senza fretta il viso e il collo, umidi e freddi. Continuavano a bussare, fuori. Quando ci sono di mezzo biglietti e soldi, ogni impresario con mocassini dozzinali e giacche color tramviere diventa padrone, e non solo del locale. Gli senti nella voce la smania rabbiosa di inchiodarti al muro con una bestemmia, un insulto, un ordine che non lasci vie di fuga. Fanculo la serata, canterò domani. Poteva pure sfondare la porta e prendermi a sberle e trascinarmi su quella misera pedana di compensato foderata di velluto sintetico, tanto non avrei aperto bocca. Se n'è andato imprecando, alla fine. Tutte troie isteriche, mentre trascinava per il corridoio i tacchi consumati di quei mocassini orrendi. Abbiamo aspettato che le voci in sala si dissolvessero in rumori di chiavi e portiere e diesel asmatici giù nel parcheggio, e poi siamo usciti dal retro. Volevo che venisse a casa da me, magari solo per mettere a tacere quella malinconia strisciante, e inventarmi una cena, un film in bianco e nero, tanto per riuscire a sembrare due persone di sogni e gesti confondibili e pacati. Ma avevamo bisogno di silenzio, di pensieri senza fretta da musicare insieme, lontani. Abbiamo deciso di rivederci due giorni dopo, avrei cantato con la band di Clapton nella discoteca in cui ci eravamo conosciuti.

Ho aspettato dopo i bis seduta sull'amplificatore, mentre Clapton e gli altri sistemavano microfoni e strumenti. Li vedevo parlare distratti coi ragazzi del bar, cercando di fare una faccia interessata, come per avere una scusa per non andare via. Ogni tanto Clapton aspirava a fondo dalla sigaretta e si voltava verso di me. Quella sua fissazione di voler esserci sempre, di starmi addosso ogni volta che c'era da tirarmi fuori da qualche casino, mi faceva sentire ancora più cretina. Io aspettavo, e scrostavo coi denti lo smalto blu dalle unghie, e lui stava lì a guardarmi e a prepararsi la predica.

L'avevo capito che il professore non sarebbe venuto. L'avevo capito e avevo solo paura che troppe sere ancora avrei passato a cercarlo al di là dei riflettori e delle stroboscopiche. Maledetta debolezza impotente che mi faceva sentire estensione amputata di lui. E rifiuto sordo di chiamare abbandono quell'attesa che si dilatava a coprire ogni sussulto di speranza. Ho aspettato, costruendomi il confine di un altro giorno, e poi un altro ancora, come limite ultimo di una pazienza stolida che risucchiava e lavava via ogni pensiero che non si fermasse su di lui. Dieci giorni. Vuol dire sette sere di facce idiote che dicono: hai visto, la checca non ha retto poi tanto. E tre pomeriggi schiantati sul divano a recitare come una deficiente le poesie di Hikmet e Neruda. Con tutto il loro corredo di turpe masochismo sentimentale.

Aveva una voce che sembrava uscire soffiata da un tubo quando alla fine, finalmente, ha chiamato. Stavo riattaccando. L'avevo scambiato per uno di quelli che si mettono ad ansimare al telefono senza neppure il coraggio di dire qualche porcheria. Era appena tornato a casa dall'ospedale, con tutte e due le rotule fratturate e qualche costola incrinata. L'ematoma del trauma cranico si stava riassorbendo. Piano, ma se andava. Era stato un giorno in coma. Ma non aveva visto tunnel di luce, o roba simile. Aveva visto la sedia a rotelle che lo avrebbe ospitato fino a un nuovo intervento. A Londra, aveva deciso sua moglie.

Mi ha visto sulla porta, lei, e io sono partita a recitare il pezzo della volontaria che avevo provato in macchina. Assistenza domiciliare gratuita per incidentati automobilistici, ho detto tutto d'un fiato. Ha fatto una faccia di sbieco e lo sguardo è subito andato a cadere sui miei capelli, legati a coda. Deve avermi presa per una tirata via dalla strada da un'anima buona. Però alla fine si è convinta ed è uscita. Mi sono seduta sul divano e lui si è avvicinato adagio con la sedia a rotelle, fino a fermarsi davanti a me. Ho appoggiato le mie mani sulle sue, abbandonate sulle ginocchia. Le ha sfilate in silenzio e si è tirato indietro i capelli che gli coprivano mezza faccia. Le occhiaie violette sembravano ombretto steso sottosopra, ma gli facevano le iridi ancora più azzurre.

- Sai cos'è che non riesco proprio a sopportare? - ha cominciato tirando dentro più fiato possibile.

- Non è l'idea di un altro intervento, non è mia moglie. E' la nostra storia che mi stride nelle orecchie. E' come uno strumento che arriva in ritardo sull'orchestra. Si sente. In quella frenata che mi è scivolata via come se avessi unto d'olio i freni c'era tutto il ritardo accumulato nella mia vita. Stavo venendo da te in discoteca con l'idea di portarti via. E quando ho sentito la macchina scappare e ho visto la carreggiata opposta venirmi incontro, allora in quel lampo di fari è svanita l'unica grande occasione che avevo avuto il coraggio di abbracciare. Mi fossi almeno schiantato per bene non starei qui a piangermi addosso -

L'unica cosa sensata che avesse detto. Ma mi era impossibile sopportare quello sfregio al destino che per una svista di pochi metri d'asfalto aveva avuto la clemenza di risparmiarlo.

- E tu lo sai cos'è che non sopporto io? - Cercavo di indurire il tono della voce perché lui non si accorgesse di quanto mi stesse tremando.

- Sei così bravo a commiserarti e a fare la parte dell'uomo finito. Ma cosa credi che sia un'occasione? E' solo un pezzo di vita contro cui vai a sbattere. Se ti dice bene continui a camminare dritto e sicuro. Ma se ti dice male ti trovi a testa in giù e non puoi far altro che lavorare di muscoli nelle braccia e imparare in fretta a vivere in un mondo capovolto. Tu ce le hai ancora le gambe. Non ti basta? -

Me ne sono andata dopo aver mangiato con lui una pizza ordinata al telefono. Ho buttato in bagno il pranzo lasciato da sua moglie e ho lavato i piatti mentre mi guardava da un angolo della cucina. Non ci siamo detti molte altre parole. Sarebbero state una massa di note fuori sincrono, aveva ragione. Ci bastava quel silenzio, che placando gli scossoni di un parlare impulsivo si faceva lago tranquillo in mezzo a noi. Era la fine, forse, di sicuro. Lo vedevo sulla riva opposta del lago e l'unica barca che avrebbe potuto riportarmi da lui era quella del tempo, se ne avessimo avuto ancora abbastanza, al suo ritorno. Se fossimo diventati suono corale d'orchestra senza stonature.

Mentre lui era via non desideravo altro che smettere con tutti i night da due soldi in cui peregrinavo di sera in sera. Ho parlato con Clapton, con lui sarei riuscita a inventarmi qualcosa che mi avrebbe permesso di tirare avanti per un po' senza l'urgenza di chiedergli qualche prestito o di arrivare a procurarmelo per la via più semplice. Anche lui non ne poteva più. Sempre in sincrono, lui e io, quasi avessimo terrore di perderci e di essere costretti a donare a qualcun altro l'insicurezza che cementava la nostra claustrofobica amicizia amorosa. Per prima cosa avrei dovuto dire agli impresari dei locali di pagarmi in fretta quel che ancora mi dovevano. Ho lasciato per ultimo quello coi mocassini orrendi. Mi doveva ancora un paio di serate, ma ogni volta che avevo avuto a che fare con lui era sempre stato capace di risvegliare in me un fastidio viscido che diventava poi paura sottile. Uno di quei timori stupidi come uno scricchiolio di notte o uno sconosciuto che ti cammina qualche passo indietro, seguendo la tua strada con una casualità sospetta. L'ho aspettato nel suo ufficio, mentre lo sentivo urlare nel camerino. Stava spiegando le regole del locale alle ballerine di lap dance appena arrivate. Doveva sperare di guadagnarci parecchio, a giudicare dal volume della voce. Il suo ufficio non era che un quadrato ricavato dal fondo del corridoio, col muro di cartongesso coperto di stuoia di bambù, e un fazzoletto di finestra con le sbarre che dava sul parcheggio, al livello della strada. Una lampada col paralume a frange spuntava solitaria sul tavolo che straripava fatture, mozziconi schiacciati e foto di ragazze in topless, alcune con la faccia cerchiata a pennarello rosso. La parete accanto al telefono era tappezzata a mosaico di foglietti adesivi, scarabocchiati di numeri e sigle. Cellulari, appuntamenti, qualche imprecazione. Uno era scritto con l'evidenziatore: lettere e cifre che hanno cominciato a scavarmi nella mente, cercando il cassetto in cui conservavo una successione identica. Era la targa della macchina del professore. E da un altro cassetto che si era aperto subito dopo, le sue parole sussurravano a ritmo: come se avessi unto d'olio i freni.

- Cosa vuol dire questo? - Ho teso il braccio verso la sua faccia, a due dita dal sigaro biascicato che gli spuntava come un'appendice morta dalla bocca. Mi ha strappato via il biglietto strattonandomi la mano.

- Non ti è bastato farmi incazzare tutti i clienti buoni? Devi pure metterti a chiedere e a comandare? Vattene con la tua checca, che di troie come te ne ho quante ne voglio. Le vedi, le vedi? - Rovistava tra le foto sulla scrivania e rideva con mugolii rochi, stringendo il sigaro tra le labbra.

- Fai conto di non essere mai esistita. Dimentica. Tanto nessuno veniva qui per la tua voce -

Mi sono chiusa in casa con Clapton. Ci siamo addormentati sul divano, insieme. Credevamo di farci meglio la guardia l'un l'altro. Dopo un po', non so quanto, la stanza era già inondata di buio, una sirena acuta e vicinissima ha cominciato a lanciare bagliori rossi intermittenti attraverso gli spiragli della tapparella. Guardando dalle fessure abbiamo visto i vigili del fuoco spegnere le fiamme di due piccoli incendi, sul marciapiede davanti a noi. La mia moto e la sua macchina. Stavano arrivando, dunque. Non c'erano più interessi, e nemmeno soldi, di mezzo. C'era solo uno, tanto sconosciuti che camminavano calpestando le nostre orme, pronti a immobilizzarci dietro il primo angolo senza lampioni. Non avremmo cambiato niente. Finiti gli eroi, le azioni giuste, finita anche la ragione, rimaneva il bisogno di pura, elementare sopravvivenza lontano da quella strada a luci spente che partiva da una camicia bianca e finiva, chissà, tra rifiuti irriconoscibili in fondo a un vicolo cieco.

Ce ne andiamo a New York, tra una settimana, Clapton e io. Niente acqua e sabbia, quest'anno. Un albergo sulla cinquantasettesima e dietro l'angolo il Radio City e Broadway. Compreremo sacchetti di ciambelle a Times Square e le mangeremo su una panchina di Strawberry Field, scommettendo su chi per primo vedrà Woody, nel suo cappotto spigato, perso a guardare i grattacieli. Niente biglietti aerei che scadono, niente rientri forzati. E poi c'è Stardust che abita giù a Mulberry Street. Potremo stare un po' da lui se proprio non ci va di ripartire. Potremo comunque sopravvivere, a Little Italy. Impareremo a suonare il mandolino e a cantare canzoni napoletane. Ricorderemo ancora una volta come si cammina a testa in giù e ancora avremo la voglia e la forza di chiamare occasione ogni marchetta, ogni svendita, ogni accomodamento che ci capovolgerà il mondo sotto i piedi.

Perché la vita non è fatta di occasioni miracolose, di rimorsi o rimpianti. La vita capita, e basta. E capita di trovare la felicità, o qualcosa che tenti almeno di assomigliarle, tra gli avanzi di tutte le scelte solenni. Comincia a crescere dal silenzio e dal dolore. Un po' come il jazz. Un respiro di vita ostinata che diventa musica quando il mondo intorno - per un attimo - riesce a tacere.

And I think to myself what a wonderful world


Note del Nonno

Nazim Hikmet (Salonicco, 1902 - Mosca, 1963). Poeta turco, vive a Mosca dal '21 al '28, entrando in contatto con i movimenti d'avanguardia della cultura sovietica. Nel '38 torna in Turchia dove viene condannato a 28 anni di carcere in quanto oppositore al regime di Ataturk. Rilasciato nel 1950, ripara nuovamente in Unione Sovietica dove risiederà fino alla sua morte. La sua scrittura è caratterizzata da un linguaggio semplice e diretto, teso a una immediata comunicazione al lettore delle sue tematiche predilette, la sua esperienza umana e politica ma soprattutto la denuncia delle condizioni di vita disumane della sua gente.
Tra le sue opere vanno ricordate la raccolta di versi Poesie d'amore, il poema epico In quest'anno 1941, il romanzo autobiografico pubblicato postumo I romantici e la piece teatrale Ma è poi esistito Ivan Ivanovic?

Pablo Neruda, pseudonimo di Neftalì Ricardo Reyes (Parral, 1904 - Santiago 1973). Poeta cileno, premio Nobel per la letteratura nel 1971.
Diciassettenne, comincia a pubblicare alcune poesie su riviste cilene dell'epoca con lo pseudonimo di Neruda, in onore allo scrittore ceco Jan Neruda. Il suo primo libro è Crepuscolario (1923), seguito da Venti poesie d'amore e una canzone disperata (1924). Nel '27 entra in diplomazia e, dopo alcuni anni passati in estremo oriente (Rangoon, Colombo, Singapore), viene assegnato al consolato cileno in Spagna, prima a Barcellona, poi a Madrid. Qui, dal '34 al '36 vive le drammatiche vicende della guerra civile, partecipando attivamente nelle file repubblicane (in quegli anni conosce Garcia Lorca e Rafael Alberti).
L'entrata nel partito comunista segnerà l'inizio di un'attività poetica in funzione sociale e politica. Tornato in Cile, viene eletto senatore nel '45; deposto nel '48, inizierà per lui un lungo periodo di esilio che lo porterà, tra l'altro, anche in Italia ('51 e '52). Successivamente, sostenitore di Allende, viene nominato ambasciatore in Francia (1970). Nel '72 torna malato a Santiago dove muore pochi mesi dopo il golpe che rovescia il governo socialista. Tra le sue opere più importanti e significative: Spagna nel cuore (1937), Canto General (1950), poema epico improntato all'ideale antimperialista, la produzione "italiana" Le uve e il vento e I versi del capitano, le raccolte Stravagario (1958) e Memorial de Isla Negra (1964) e, per finire, forse il libro più noto di Pablo Neruda, le memorie Confesso che ho vissuto.


And I think to myself what a wonderful world

Che dite? C'è bisogno di una nota?



VALERIA TOSI

Valeria Tosi, trent'anni, è nata e vive a Milano. Traduttrice dal tedesco si è occupata di narrativa per ragazzi. Attualmente è editor free lance e copywriter, nonché autrice di trasmissioni radiofoniche culturali. Scrive articoli di costume e racconti per riviste di moda e per canali femminili on line.




(21 novembre 2000)

TUTTE LE STORIE
MANDA LA TUA STORIA

STORIE E SPECIALI
Stalla Aperta: "Il pippistrello e la falena"
Stalla Aperta: "Il Monaciello II"
Stalla Aperta: "Il Monaciello"
Stalla Aperta: "Plick"
Stalla Aperta: "L'Ospite"
Rock Malato - Indovina la band e vinci...
Stalla Aperta: "Gerardo il pazzooide"
Stalla Aperta: "L'intruso"
Stalla Aperta: "Storia di Timo"
Stalla Aperta: "Luci della notte d'autunno"
Stalla Aperta: "Poteva solo sentire"
Stalla Aperta: "Lamento"
Stalla Aperta: "(Senza titolo)"
Stalla Aperta: "Dancin' Fool"
Stalla Aperta: "Prima e poi"
Stalla Aperta: "Sospiri nel vento"
Stalla Aperta: "Il The alla menta"
Stalla Aperta: "Scampoli"
"Dance Dance Dance" (recensione)
"Ed avevamo gli occhi troppo belli" (recensione)
Dieci anni senza Pier Vittorio Tondelli
Le provenienze dell'amore (recensione)
Questa notte mi ha aperto gli occhi (recensione)
Bentornato rinnegato!
Tokio Blues (recensione)
Miles è vivo!
Speciale Festivaletteratura 2001
Speciale La Crus - Videointervista sul libro "Crocevia"
Brasile - Cuore americano con sapore di vetro e ferite
Videointervista a Cristina Donà
Tutte le altre storie!


Home | MusiKàl | Municipio | Osteria | Stalla

Copyright  © Kalporz 2000-2010. Tutti i diritti riservati

Kalporz su: Facebook (Kalporz / Kalporz Redazione) | MySpace | Twitter