No, non voleva sparire. Quella sera era tornato a
casa e aveva trovato sua moglie in cucina mentre impilava
con cura sul tagliere fette sottili di vitello. Tutte
uguali, senza una striatura di grasso, incolori e martoriate
dal batticarne. E allora si era sentito scorrere tra
le mani l'impulso feroce di afferrarlo, quel batticarne,
e farle male. Tanto. Era durato solo un attimo, continuava
a ripetermi, ma era stato abbastanza per sentirsi strappato
via da tutta la vita asettica che lo aveva tenuto per
mano e protetto fino a quel momento. E il senso di colpa
si era presentato puntuale insieme a lui, contro la
porta del camerino. Avrei voluto spiegargli che gli
istinti più tremendi esistono proprio per rimanere
sospesi tra le viscere e la pelle, per mediare tra pensiero
e adrenalina, e farci fermare, in tempo, almeno davanti
alle schifezze più grosse. Invece ho lasciato
che mi scivolasse in un abbraccio, gli ho tolto gli
occhiali appannati e ho asciugato senza fretta il viso
e il collo, umidi e freddi. Continuavano a bussare,
fuori. Quando ci sono di mezzo biglietti e soldi, ogni
impresario con mocassini dozzinali e giacche color tramviere
diventa padrone, e non solo del locale. Gli senti nella
voce la smania rabbiosa di inchiodarti al muro con una
bestemmia, un insulto, un ordine che non lasci vie di
fuga. Fanculo la serata, canterò domani. Poteva
pure sfondare la porta e prendermi a sberle e trascinarmi
su quella misera pedana di compensato foderata di velluto
sintetico, tanto non avrei aperto bocca. Se n'è
andato imprecando, alla fine. Tutte troie isteriche,
mentre trascinava per il corridoio i tacchi consumati
di quei mocassini orrendi. Abbiamo aspettato che le
voci in sala si dissolvessero in rumori di chiavi e
portiere e diesel asmatici giù nel parcheggio,
e poi siamo usciti dal retro. Volevo che venisse a casa
da me, magari solo per mettere a tacere quella malinconia
strisciante, e inventarmi una cena, un film in bianco
e nero, tanto per riuscire a sembrare due persone di
sogni e gesti confondibili e pacati. Ma avevamo bisogno
di silenzio, di pensieri senza fretta da musicare insieme,
lontani. Abbiamo deciso di rivederci due giorni dopo,
avrei cantato con la band di Clapton nella discoteca
in cui ci eravamo conosciuti.
Ho aspettato dopo i bis seduta sull'amplificatore,
mentre Clapton e gli altri sistemavano microfoni e strumenti.
Li vedevo parlare distratti coi ragazzi del bar, cercando
di fare una faccia interessata, come per avere una scusa
per non andare via. Ogni tanto Clapton aspirava a fondo
dalla sigaretta e si voltava verso di me. Quella sua
fissazione di voler esserci sempre, di starmi addosso
ogni volta che c'era da tirarmi fuori da qualche casino,
mi faceva sentire ancora più cretina. Io aspettavo,
e scrostavo coi denti lo smalto blu dalle unghie, e
lui stava lì a guardarmi e a prepararsi la predica.
L'avevo capito che il professore non sarebbe venuto.
L'avevo capito e avevo solo paura che troppe sere ancora
avrei passato a cercarlo al di là dei riflettori
e delle stroboscopiche. Maledetta debolezza impotente
che mi faceva sentire estensione amputata di lui. E
rifiuto sordo di chiamare abbandono quell'attesa che
si dilatava a coprire ogni sussulto di speranza. Ho
aspettato, costruendomi il confine di un altro giorno,
e poi un altro ancora, come limite ultimo di una pazienza
stolida che risucchiava e lavava via ogni pensiero che
non si fermasse su di lui. Dieci giorni. Vuol dire sette
sere di facce idiote che dicono: hai visto, la checca
non ha retto poi tanto. E tre pomeriggi schiantati sul
divano a recitare come una deficiente le poesie di Hikmet
e Neruda. Con tutto il loro corredo di turpe masochismo
sentimentale.
Aveva una voce che sembrava uscire soffiata da un
tubo quando alla fine, finalmente, ha chiamato. Stavo
riattaccando. L'avevo scambiato per uno di quelli che
si mettono ad ansimare al telefono senza neppure il
coraggio di dire qualche porcheria. Era appena tornato
a casa dall'ospedale, con tutte e due le rotule fratturate
e qualche costola incrinata. L'ematoma del trauma cranico
si stava riassorbendo. Piano, ma se andava. Era stato
un giorno in coma. Ma non aveva visto tunnel di luce,
o roba simile. Aveva visto la sedia a rotelle che lo
avrebbe ospitato fino a un nuovo intervento. A Londra,
aveva deciso sua moglie.
Mi ha visto sulla porta, lei, e io sono partita a
recitare il pezzo della volontaria che avevo provato
in macchina. Assistenza domiciliare gratuita per incidentati
automobilistici, ho detto tutto d'un fiato. Ha fatto
una faccia di sbieco e lo sguardo è subito andato
a cadere sui miei capelli, legati a coda. Deve avermi
presa per una tirata via dalla strada da un'anima buona.
Però alla fine si è convinta ed è
uscita. Mi sono seduta sul divano e lui si è
avvicinato adagio con la sedia a rotelle, fino a fermarsi
davanti a me. Ho appoggiato le mie mani sulle sue, abbandonate
sulle ginocchia. Le ha sfilate in silenzio e si è
tirato indietro i capelli che gli coprivano mezza faccia.
Le occhiaie violette sembravano ombretto steso sottosopra,
ma gli facevano le iridi ancora più azzurre.
- Sai cos'è che non riesco proprio a sopportare?
- ha cominciato tirando dentro più fiato possibile.
- Non è l'idea di un altro intervento, non
è mia moglie. E' la nostra storia che mi stride
nelle orecchie. E' come uno strumento che arriva in
ritardo sull'orchestra. Si sente. In quella frenata
che mi è scivolata via come se avessi unto d'olio
i freni c'era tutto il ritardo accumulato nella mia
vita. Stavo venendo da te in discoteca con l'idea di
portarti via. E quando ho sentito la macchina scappare
e ho visto la carreggiata opposta venirmi incontro,
allora in quel lampo di fari è svanita l'unica
grande occasione che avevo avuto il coraggio di abbracciare.
Mi fossi almeno schiantato per bene non starei qui a
piangermi addosso -
L'unica cosa sensata che avesse detto. Ma mi era
impossibile sopportare quello sfregio al destino che
per una svista di pochi metri d'asfalto aveva avuto
la clemenza di risparmiarlo.
- E tu lo sai cos'è che non sopporto io? -
Cercavo di indurire il tono della voce perché
lui non si accorgesse di quanto mi stesse tremando.
- Sei così bravo a commiserarti e a fare la
parte dell'uomo finito. Ma cosa credi che sia un'occasione?
E' solo un pezzo di vita contro cui vai a sbattere.
Se ti dice bene continui a camminare dritto e sicuro.
Ma se ti dice male ti trovi a testa in giù e
non puoi far altro che lavorare di muscoli nelle braccia
e imparare in fretta a vivere in un mondo capovolto.
Tu ce le hai ancora le gambe. Non ti basta? -
Me ne sono andata dopo aver mangiato con lui una
pizza ordinata al telefono. Ho buttato in bagno il pranzo
lasciato da sua moglie e ho lavato i piatti mentre mi
guardava da un angolo della cucina. Non ci siamo detti
molte altre parole. Sarebbero state una massa di note
fuori sincrono, aveva ragione. Ci bastava quel silenzio,
che placando gli scossoni di un parlare impulsivo si
faceva lago tranquillo in mezzo a noi. Era la fine,
forse, di sicuro. Lo vedevo sulla riva opposta del lago
e l'unica barca che avrebbe potuto riportarmi da lui
era quella del tempo, se ne avessimo avuto ancora abbastanza,
al suo ritorno. Se fossimo diventati suono corale d'orchestra
senza stonature.
Mentre lui era via non desideravo altro che smettere
con tutti i night da due soldi in cui peregrinavo di
sera in sera. Ho parlato con Clapton, con lui sarei
riuscita a inventarmi qualcosa che mi avrebbe permesso
di tirare avanti per un po' senza l'urgenza di chiedergli
qualche prestito o di arrivare a procurarmelo per la
via più semplice. Anche lui non ne poteva più.
Sempre in sincrono, lui e io, quasi avessimo terrore
di perderci e di essere costretti a donare a qualcun
altro l'insicurezza che cementava la nostra claustrofobica
amicizia amorosa. Per prima cosa avrei dovuto dire agli
impresari dei locali di pagarmi in fretta quel che ancora
mi dovevano. Ho lasciato per ultimo quello coi mocassini
orrendi. Mi doveva ancora un paio di serate, ma ogni
volta che avevo avuto a che fare con lui era sempre
stato capace di risvegliare in me un fastidio viscido
che diventava poi paura sottile. Uno di quei timori
stupidi come uno scricchiolio di notte o uno sconosciuto
che ti cammina qualche passo indietro, seguendo la tua
strada con una casualità sospetta. L'ho aspettato
nel suo ufficio, mentre lo sentivo urlare nel camerino.
Stava spiegando le regole del locale alle ballerine
di lap dance appena arrivate. Doveva sperare di guadagnarci
parecchio, a giudicare dal volume della voce. Il suo
ufficio non era che un quadrato ricavato dal fondo del
corridoio, col muro di cartongesso coperto di stuoia
di bambù, e un fazzoletto di finestra con le
sbarre che dava sul parcheggio, al livello della strada.
Una lampada col paralume a frange spuntava solitaria
sul tavolo che straripava fatture, mozziconi schiacciati
e foto di ragazze in topless, alcune con la faccia cerchiata
a pennarello rosso. La parete accanto al telefono era
tappezzata a mosaico di foglietti adesivi, scarabocchiati
di numeri e sigle. Cellulari, appuntamenti, qualche
imprecazione. Uno era scritto con l'evidenziatore: lettere
e cifre che hanno cominciato a scavarmi nella mente,
cercando il cassetto in cui conservavo una successione
identica. Era la targa della macchina del professore.
E da un altro cassetto che si era aperto subito dopo,
le sue parole sussurravano a ritmo: come se avessi unto
d'olio i freni.
- Cosa vuol dire questo? - Ho teso il braccio verso
la sua faccia, a due dita dal sigaro biascicato che
gli spuntava come un'appendice morta dalla bocca. Mi
ha strappato via il biglietto strattonandomi la mano.
- Non ti è bastato farmi incazzare tutti i
clienti buoni? Devi pure metterti a chiedere e a comandare?
Vattene con la tua checca, che di troie come te ne ho
quante ne voglio. Le vedi, le vedi? - Rovistava tra
le foto sulla scrivania e rideva con mugolii rochi,
stringendo il sigaro tra le labbra.
- Fai conto di non essere mai esistita. Dimentica.
Tanto nessuno veniva qui per la tua voce -
Mi sono chiusa in casa con Clapton. Ci siamo addormentati
sul divano, insieme. Credevamo di farci meglio la guardia
l'un l'altro. Dopo un po', non so quanto, la stanza
era già inondata di buio, una sirena acuta e
vicinissima ha cominciato a lanciare bagliori rossi
intermittenti attraverso gli spiragli della tapparella.
Guardando dalle fessure abbiamo visto i vigili del fuoco
spegnere le fiamme di due piccoli incendi, sul marciapiede
davanti a noi. La mia moto e la sua macchina. Stavano
arrivando, dunque. Non c'erano più interessi,
e nemmeno soldi, di mezzo. C'era solo uno, tanto sconosciuti
che camminavano calpestando le nostre orme, pronti a
immobilizzarci dietro il primo angolo senza lampioni.
Non avremmo cambiato niente. Finiti gli eroi, le azioni
giuste, finita anche la ragione, rimaneva il bisogno
di pura, elementare sopravvivenza lontano da quella
strada a luci spente che partiva da una camicia bianca
e finiva, chissà, tra rifiuti irriconoscibili
in fondo a un vicolo cieco.
Ce ne andiamo a New York, tra una settimana, Clapton
e io. Niente acqua e sabbia, quest'anno. Un albergo
sulla cinquantasettesima e dietro l'angolo il Radio
City e Broadway. Compreremo sacchetti di ciambelle a
Times Square e le mangeremo su una panchina di Strawberry
Field, scommettendo su chi per primo vedrà Woody,
nel suo cappotto spigato, perso a guardare i grattacieli.
Niente biglietti aerei che scadono, niente rientri forzati.
E poi c'è Stardust che abita giù a Mulberry
Street. Potremo stare un po' da lui se proprio non ci
va di ripartire. Potremo comunque sopravvivere, a Little
Italy. Impareremo a suonare il mandolino e a cantare
canzoni napoletane. Ricorderemo ancora una volta come
si cammina a testa in giù e ancora avremo la
voglia e la forza di chiamare occasione ogni marchetta,
ogni svendita, ogni accomodamento che ci capovolgerà
il mondo sotto i piedi.
Perché la vita non è fatta di occasioni
miracolose, di rimorsi o rimpianti. La vita capita,
e basta. E capita di trovare la felicità, o qualcosa
che tenti almeno di assomigliarle, tra gli avanzi di
tutte le scelte solenni. Comincia a crescere dal silenzio
e dal dolore. Un po' come il jazz. Un respiro di vita
ostinata che diventa musica quando il mondo intorno
- per un attimo - riesce a tacere.
And I think to myself what a wonderful world