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Mi chiamano Mimosa e dieci anni fa facevo concorsi
da miss. Mi chiamano Mimosa e stavo per finire il liceo,
dieci anni fa, quando ho cominciato a fare concorsi
da miss. Non ho mai dato gli esami. Posso farli da privatista,
pensavo. Posso pagarmi un mucchio di lezioni con quello
che guadagnerò. Mi chiamano Mimosa, adesso, dopo
un mucchio di pizze surgelate divise a metà con
Clapton, che fa il chitarrista in una cover band e vive
con me in questi due locali al piano rialzato, a due
passi dalla Via Emilia. Mi ha insegnato lui a cantare,
è lui che mi accompagna quando vado nei night
e nei privé. E' un po' come giocare in borsa:
rischio di più, ma pagano. Tanto abbastanza da
regalarmi un aereo, e acqua e sabbia, due volte all'anno.
Classe turistica e mezza pensione, ma almeno mi illudo
di lavarmi via di dosso la stanchezza e il disincanto
di notti troppo piene di desideri frettolosi che non
sono i miei. Mi faccio trasparente fino alla pelle,
ma non basta. Li sento, respirare di sudore stantio,
li vedo, occhi di vetro gelatinoso, e pensieri inguinali,
come li chiama Clapton, che glieli leggo sulle facce.
Allora alzo la testa verso il riflettore blu che mi
segue come una luce mistica mentre cammino piano tra
i tavoli, sfilo dalla scollatura il mazzolino di mimose
blu e disegno nell'aria echi di voli lontani. E non
è più sussurro che ansima, ma voce dolente
che nasce. E non è più un buco soffocante
sperduto in mezzo agli allevamenti di maiali. E' palco
immenso e immensa platea di poltrone rosse e fiori bianchi
e profumi di marca. Sono Jessica Rabbit e canto al Radio
City Music Hall - viraggio in blu - stessa distanza
di ghiaccio per farglielo capire: get out of here
and get me some money too. A tutti. Ce ne sono sempre
troppi di uomini che con la scusa dei complimenti spingono
fuori dal mio camerino e sventolano banconote bisunte
davanti a Clapton, e ammiccano, e in una sinfonia di
cadenze settentrionali, gutturali o scivolate o a strappi,
come una sottoveste afferrata per le bretelline, chiedono
della cantante coi capelli blu. Giusto per offrirle
da bere, perché ha una voce così... così...
canta bene, insomma. Senta... Clapton? Ma sono proprio
blu? Blu naturale? Non mi prenda per il culo. Dica alla
sua cantante che la pago un bel po' se mi fa vedere
se è blu anche là sotto.
Puttana, accompagna il coro. La mia minuscola leggenda
nella terra dei prosciutti. Da qualche parte, tra le
nebbie della Bassa, c'è un'apparizione blu che
prima ti incastra con la voce e poi, se ha deciso che
le vai bene, te la porti anche a letto. A volte è
per la cravatta con un bel disegno, o i capelli puliti,
o perché non mette i gomiti sul tavolo. A volte
per uno sguardo lieve che non fa male quando mi sale
addosso. A volte mi faccio pagare e lo faccio al buio
e al blu naturale devono credere sulla parola, anche
se insistono. A volte li pagherei io, quando mi sembra
di sentirgli intorno lo stesso profumo di Adam. Ne ho
ancora una bottiglietta mezza vuota sulla mensola del
bagno. La spolvero e stringo bene il tappo per non lasciar
fuggire via gli ultimi respiri della sua anima fatta
d'aria. Solo quando il dolore si fa crampo nello stomaco
e scende nelle gambe e mi butta per terra, allora la
apro e tento di ficcarmi quelle poche molecole svaporate
fin dentro la carne. E tutto ritorna opaco e sovrapposto.
Le corse in moto di notte, sui nervi scoperti della
strada, l'amore impaziente nei bagni dell'autogrill,
il telo verde sollevato dal medico legale a scoprirlo
fino al torace. E' lui, anche senza guardarlo. Il freddo
dell'obitorio e la puzza di lisoformio non riescono
ad ammazzare il sentore ostinato che ancora sale dal
suo viso. Le gambe sono rimaste imprigionate nelle lamiere.
I vigili del fuoco riporteranno quel che ancora si può
ricomporre, prima di far pressare la macchina e brandelli
di Adam in un cubo di metallo riciclabile.
Ogni tanto faccio la corista per Clapton, quando è
in giro per discoteche con la band. Mi sfilo finalmente
il vestito in vinile cobalto e rimetto i vecchi pantaloni
di pelle. Neri. Sui capelli spruzzo un po' di lacca
argentata. I capelli blu sono impossibili da tingere.
Ci ho provato una volta sola: mi avevano chiesto una
Marilyn platinata, si sono dovuti accontentare di una
sirena coi capelli verderame.
Quelli delle discoteche li preferisco. Un po' perché
sono più giovani, un po' perché non stanno
lì con la smania e l'arroganza di chi pensa che
nel biglietto d'ingresso con consumazione sia compresa
una scopata. Anzi, ogni tanto mi guardano con aria di
compassione quando finiamo, come a dirmi che non vale
la pena faticare tanto, quando la cubista guadagna più
di me e non deve far altro che ungersi la scollatura
e dimenarsi.
- Hai una voce da jazz, lo sai? -
La sua camicia era così candida, sapeva di
vapore del ferro da stiro. Portava occhiali sottili.
Una miopia appena accennata che non riusciva a rimpicciolire
gli occhi, di un blu soffice e fluttuante. Aveva capelli
lisci con la riga di lato, miele spalmato di cenere,
e il sorriso imbarazzato di chi è lì per
caso ma ha una voglia matta di parlare. Sembrava uno
di quei professori che si vedono solo nei film americani.
- Non sei mai venuto a vedermi quando canto jazz?
Non qui, in locali più piccoli. Ci vuole un'atmosfera
diversa. Il jazz soffre gli spazi troppo grandi -
Clapton ha staccato la spina della chitarra elettrica
e ha continuato a suonare per noi note ruvide e pulite.
Piano. Note che rotolavano come bolle e si scioglievano
nella discoteca ormai vuota. Note per tenerlo stretto
e sporcargli la camicia di brillantini. Per non riuscire
a decidere se è più calda la voce di Billie
Holiday o di Ella Fitzgerald. Assoli di sguardi swingati
e sorrisi in controtempo sincopato. Note di funo tra
le parole e la pelle umida.
- Sei la mia nostalgia - gli ho detto.
- Di saperti inaccessibile nel momento stesso in cui
ti afferro - ha concluso.
Può bastare una poesia, una volta almeno, un
verso minuscolo da cadenzare insieme danzando, per ritrovare
la strada di casa. Era seduto al tavolo più vicino
al palco, la sera dopo. Non aveva ordinato da bere.
Sulla tovaglia era appoggiato un mazzo di mimose blu,
senza carta trasparente, solo un nastro di raso, blu
anche quello. Dai tavoli intorno ridevano e lo osservavano
come a dirgli coglione. Anche senza parole. Sulle fronti
lucide, nel doppiomento di una risata scomposta, tra
i denti ingialliti e le dita tozze che scoppiano intorno
a una fede sottile. Coglione. Vieni qui una volta, lavato
e pulitino, con quegli occhiali da checca, e pensi che
bastino un paio di fiori per fartela? Ho finito di cantare
e non sono scivolata dietro il sipario di velluto. Scendendo
piano i tre gradini del palco ho steso il braccio verso
di lui, come per invitarlo a ballare. Clapton suonava,
non mi ricordo cosa. Poi mi sono fermata, ho preso le
mimose, come si prende in braccio un neonato, e siamo
andati via insieme, la sua mano a sfiorarmi la schiena.
Bastardo e puttana. Il coro accompagna sempre. Non
li sento neanche più. Ma non è un compromesso.
Un compromesso è solo un alibi per farsi meno
male. E' sopraffazione travestita da accomodamento.
Io invece il potere non glielo lascio. Faccio finta
di cantare e permetto che mi lancino addosso volgarità
appiccicose. Ma non si attaccano. Come i rimpianti.
Se ne sono andati da un pezzo. E' rimasto il desiderio,
il bisogno di prendere e dare via come se domani non
esistesse. Come se ogni gesto fosse destinato a rimanere
sospeso nelle arterie congelate di un passato immobile,
senza canali di nutrimento col tempo a venire.
L'ha capito subito il mio professore così bello
che troppe parole e spiegazioni o promesse ci avrebbero
uccisi in una sera. L'ha capito e ha continuato a seguirmi,
a sfiorarmi e a regalarmi mimose blu. Anche quando era
il giorno del privé degli scambisti. Deve avere
pagato una fortuna per entrare da solo. Di domande gliene
facevo poche anch'io. Mi bastava il suo odore di pulito
caldo, che adagio riusciva a sciogliere il freddo acido
della morte di Adam. Era sposato, questo me l'ha detto
subito. Ed era sua la colpa se non arrivava un figlio.
Chiamarla colpa mi sembrava crudele. Ma forse crudele
era l'accanimento con cui sua moglie cercava di strappargli
qualcosa che semplicemente lui non poteva darle. Io
guardavo le mie mimose che nascevano e appassivano in
un giorno solo e anche questo mi bastava. Io l'utero
non ce l'ho. Malformazione congenita. Bella definizione
per dare un nome a qualcosa che non c'è. Non
sono una geografia dettagliata, sono un disegno a matita,
un abbozzo a carboncino di un embrione di donna, un
vuoto sterile da riempire. Che non si riempie mai. Amore,
botte, occasioni, illusioni. Ci passa tutto. E poi se
ne va. Per la prima volta il mio dentro diverso era
intimità da accudire e dividere. Con lui. Con
le sfumature non dette della sua solitudine. Erano sere
e notti di malinconie blu sussurrate in minuscole melodie
jazz. Avevamo trovato un impianto chimico che al buio
si illuminava e faceva splendere le cromature di tubi
e ciminiere. Vapori trasparenti sbuffavano e poderose
architetture di fari gialli lo circondavano di un'aura
spaziale. Altro mondo, altro pianeta, astronave magnifica.
Parcheggiavamo in fondo a una strada sterrata, al limite
delle recinzioni, e ci mescolavamo tra le sfaccettature
metalliche delle luci della fabbrica che si riflettevano
sui nostri corpi.
Una sera è arrivato al locale con gli occhi
rossi e la camicia stropicciata. Non sapeva di ferro
da stiro. L'ho portato in camerino, ci siamo seduti
per terra, la schiena contro la porta, e ho aspettato
che riuscisse a parlare. Mi ha detto che non sapeva
più cosa inventarsi con sua moglie, che non dormiva
di notte per stare con me, e non lavorava di giorno,
perché si addormentava sulla scrivania. Per me
era diverso, diceva, io di giorno potevo starmene a
letto o correre dietro a Clapton.
- Se vuoi sparire fallo con eleganza. Fallo e basta
-
segue... la seconda parte il 21 novembre
| Note
del Nonno |
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Jessica
Rabbit, la mitica,
rossa bomba sexy a fumetti del film Chi ha incastrato
Roger Rabbit. Per intenderci... quella che... "non
sono cattiva... è che mi disegnano così!"
Eleonora
"Billie" Holiday (Baltimora, Maryland,
7/4/1915 - New York, 17/7/1959). Dal 1928 a New York,
vive facendo la prostituta.: arrestata per adescamento,
sconta quattro mesi nella prigione di Welfare Island.
Rimessa in libertà tenta un'audizione per il
Log Cabin di Harlem dove viene assunta come cantante
ed entreneuse. Nel 1931 viene scoperta da John Hammond
che le procura subito una registrazione con Benny Goodman.
Approda al famoso Apollo Theatre e, nel '35, incide
prima con l'orchestra di Duke Ellington e poi con quella
di Ted Wilson di cui fanno parte Ben Webster, Lester
Young (da lei soprannominato Prez, il Presidente), Roy
Eldridge, Johnny Hodges e altri. Lo stesso anno viene
ingaggiata da Joe Glaser, manager di Louis Armstrong.
Nel '37, si esibisce con Jimmie Lunceford e Fletcher
Henderson, dopodiché lavora per circa un anno
con Count Basie. Dopo un periodo con l'orchestra di
Artie Shaw, incide nuovamente con Ted Wilson, Benny
Goodman e Frankie Newton, col quale realizza forse il
suo pezzo più famoso: la bellissima, struggente
Strange Fruit.
Nel '40, dopo una parentesi
con Benny Carter, si esibisce nei più importanti
club di New York, Chicago e Los Angeles. E' l'epoca,
questa, in cui Lady Day, così è da tutti
conosciuta nell'ambiente, precipita nel dramma che segnerà
tutta la sua esistenza: l'uso di droghe e alcool.
Nonostante il successo
che l'accompagnerà praticamente fino alla sua
morte (suonerà ancora con Louis Armstrong, Red
Norvo, Norman Granz, Ben Webster, Mal Waldron, Roy Haines)
la sua vita privata è caratterizzata da una serie
drammi personali. Disperata, beve, fa uso di stupefacenti,
colleziona una serie di fallimenti sentimentali, perde
la salute, e poco a poco anche la voce.
Nel maggio del '59 fa
la sua ultima apparizione dal vivo al Phoenix Theatre
di New York. Poco dopo verrà ricoverata in ospedale
e, come ultima beffa, sul letto di morte riceverà
l'ennesima condanna per detenzione di stupefacenti.
Di lei si è detto:
"Dotata di una vocalità che si distingue
nettamente da quella dei suoi contemporanei, Billie
Holiday seduce innanzitutto per la sensualità
e per l'espressività ma anche, a volte, per l'asprezza
inquietante della voce, la spontaneità, la trasgressività.
Con lei la voce diviene uno strumento vero e proprio;
la sua arte è il perfetto risultato di una certa
irriverenza verso le convenzioni, insita nella natura
stessa del jazz."
In Italia, la casa editrice
Feltrinelli ha pubblicato La signora canta il blues,
autobiografia della leggendaria vocalist. Da questo
libro nel 1972 è stata ricavata una sdolcinata
versione cinematografica dal titolo Lady Sings The
Blues, interpretata da Diana Ross.
Ella
Fitzgerald (Newport Nwes, Virginia, 25/4/1918 -
Beverly Hills, California, 15/6/1996) Nel '34 vince
il primo premio in un concorso per dilettanti alla Opera
House di Harlem. L'anno successivo viene scritturata
dall'orchestra di Chick Webb. Continuerà poi
la sua carriera come star accompagnata di volta in volta
da musicisti del calibro di Oscar Peterson, Ellis Larkins,
Hank Jones e di tanto in tanto, dall'orchestra di Duke
Ellington e Count Basie. Partecipa ai più grandi
festival mondiali, interpreta brani dal repertorio di
Gershwin, Cole Porter, Irving Berlin, incide con Louis
Armstrong e molti eminenti improvvisatori tra cui il
chitarrista Joe Pass.
Di lei hanno detto: "Dotata
di una tecnica collaudata che le permette di improvvisare
in un registro molto esteso, Ella Fitzgerald possiede
un timbro fresco, affascinante, e si trova a suo agio
su tutti i tempi, swingante con una buona dose di grazia,
scioltezza e anche energia. Se agli inizi interpreta
con rispetto i successi del momento, dal 1945, Ella
si rivela una sorprendente improvvisatrice capace di
praticare l'arte dello scat e di rivaleggiare
vocalmente con i migliori solisti del momento, integrando
nella sua esecuzione sia le scoperte del bebop che le
formule della bossa-nova."
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