La Stalla di Kalporz - "Jazzin' The Blue" (prima parte) di Valeria Tosi
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Jazzin' The Blue (prima parte) di Valeria Tosi
racconto inedito


Mi chiamano Mimosa e dieci anni fa facevo concorsi da miss. Mi chiamano Mimosa e stavo per finire il liceo, dieci anni fa, quando ho cominciato a fare concorsi da miss. Non ho mai dato gli esami. Posso farli da privatista, pensavo. Posso pagarmi un mucchio di lezioni con quello che guadagnerò. Mi chiamano Mimosa, adesso, dopo un mucchio di pizze surgelate divise a metà con Clapton, che fa il chitarrista in una cover band e vive con me in questi due locali al piano rialzato, a due passi dalla Via Emilia. Mi ha insegnato lui a cantare, è lui che mi accompagna quando vado nei night e nei privé. E' un po' come giocare in borsa: rischio di più, ma pagano. Tanto abbastanza da regalarmi un aereo, e acqua e sabbia, due volte all'anno. Classe turistica e mezza pensione, ma almeno mi illudo di lavarmi via di dosso la stanchezza e il disincanto di notti troppo piene di desideri frettolosi che non sono i miei. Mi faccio trasparente fino alla pelle, ma non basta. Li sento, respirare di sudore stantio, li vedo, occhi di vetro gelatinoso, e pensieri inguinali, come li chiama Clapton, che glieli leggo sulle facce. Allora alzo la testa verso il riflettore blu che mi segue come una luce mistica mentre cammino piano tra i tavoli, sfilo dalla scollatura il mazzolino di mimose blu e disegno nell'aria echi di voli lontani. E non è più sussurro che ansima, ma voce dolente che nasce. E non è più un buco soffocante sperduto in mezzo agli allevamenti di maiali. E' palco immenso e immensa platea di poltrone rosse e fiori bianchi e profumi di marca. Sono Jessica Rabbit e canto al Radio City Music Hall - viraggio in blu - stessa distanza di ghiaccio per farglielo capire: get out of here and get me some money too. A tutti. Ce ne sono sempre troppi di uomini che con la scusa dei complimenti spingono fuori dal mio camerino e sventolano banconote bisunte davanti a Clapton, e ammiccano, e in una sinfonia di cadenze settentrionali, gutturali o scivolate o a strappi, come una sottoveste afferrata per le bretelline, chiedono della cantante coi capelli blu. Giusto per offrirle da bere, perché ha una voce così... così... canta bene, insomma. Senta... Clapton? Ma sono proprio blu? Blu naturale? Non mi prenda per il culo. Dica alla sua cantante che la pago un bel po' se mi fa vedere se è blu anche là sotto.

Puttana, accompagna il coro. La mia minuscola leggenda nella terra dei prosciutti. Da qualche parte, tra le nebbie della Bassa, c'è un'apparizione blu che prima ti incastra con la voce e poi, se ha deciso che le vai bene, te la porti anche a letto. A volte è per la cravatta con un bel disegno, o i capelli puliti, o perché non mette i gomiti sul tavolo. A volte per uno sguardo lieve che non fa male quando mi sale addosso. A volte mi faccio pagare e lo faccio al buio e al blu naturale devono credere sulla parola, anche se insistono. A volte li pagherei io, quando mi sembra di sentirgli intorno lo stesso profumo di Adam. Ne ho ancora una bottiglietta mezza vuota sulla mensola del bagno. La spolvero e stringo bene il tappo per non lasciar fuggire via gli ultimi respiri della sua anima fatta d'aria. Solo quando il dolore si fa crampo nello stomaco e scende nelle gambe e mi butta per terra, allora la apro e tento di ficcarmi quelle poche molecole svaporate fin dentro la carne. E tutto ritorna opaco e sovrapposto. Le corse in moto di notte, sui nervi scoperti della strada, l'amore impaziente nei bagni dell'autogrill, il telo verde sollevato dal medico legale a scoprirlo fino al torace. E' lui, anche senza guardarlo. Il freddo dell'obitorio e la puzza di lisoformio non riescono ad ammazzare il sentore ostinato che ancora sale dal suo viso. Le gambe sono rimaste imprigionate nelle lamiere. I vigili del fuoco riporteranno quel che ancora si può ricomporre, prima di far pressare la macchina e brandelli di Adam in un cubo di metallo riciclabile.

Ogni tanto faccio la corista per Clapton, quando è in giro per discoteche con la band. Mi sfilo finalmente il vestito in vinile cobalto e rimetto i vecchi pantaloni di pelle. Neri. Sui capelli spruzzo un po' di lacca argentata. I capelli blu sono impossibili da tingere. Ci ho provato una volta sola: mi avevano chiesto una Marilyn platinata, si sono dovuti accontentare di una sirena coi capelli verderame.

Quelli delle discoteche li preferisco. Un po' perché sono più giovani, un po' perché non stanno lì con la smania e l'arroganza di chi pensa che nel biglietto d'ingresso con consumazione sia compresa una scopata. Anzi, ogni tanto mi guardano con aria di compassione quando finiamo, come a dirmi che non vale la pena faticare tanto, quando la cubista guadagna più di me e non deve far altro che ungersi la scollatura e dimenarsi.

- Hai una voce da jazz, lo sai? -

La sua camicia era così candida, sapeva di vapore del ferro da stiro. Portava occhiali sottili. Una miopia appena accennata che non riusciva a rimpicciolire gli occhi, di un blu soffice e fluttuante. Aveva capelli lisci con la riga di lato, miele spalmato di cenere, e il sorriso imbarazzato di chi è lì per caso ma ha una voglia matta di parlare. Sembrava uno di quei professori che si vedono solo nei film americani.

- Non sei mai venuto a vedermi quando canto jazz? Non qui, in locali più piccoli. Ci vuole un'atmosfera diversa. Il jazz soffre gli spazi troppo grandi -

Clapton ha staccato la spina della chitarra elettrica e ha continuato a suonare per noi note ruvide e pulite. Piano. Note che rotolavano come bolle e si scioglievano nella discoteca ormai vuota. Note per tenerlo stretto e sporcargli la camicia di brillantini. Per non riuscire a decidere se è più calda la voce di Billie Holiday o di Ella Fitzgerald. Assoli di sguardi swingati e sorrisi in controtempo sincopato. Note di funo tra le parole e la pelle umida.

- Sei la mia nostalgia - gli ho detto.

- Di saperti inaccessibile nel momento stesso in cui ti afferro - ha concluso.

Può bastare una poesia, una volta almeno, un verso minuscolo da cadenzare insieme danzando, per ritrovare la strada di casa. Era seduto al tavolo più vicino al palco, la sera dopo. Non aveva ordinato da bere. Sulla tovaglia era appoggiato un mazzo di mimose blu, senza carta trasparente, solo un nastro di raso, blu anche quello. Dai tavoli intorno ridevano e lo osservavano come a dirgli coglione. Anche senza parole. Sulle fronti lucide, nel doppiomento di una risata scomposta, tra i denti ingialliti e le dita tozze che scoppiano intorno a una fede sottile. Coglione. Vieni qui una volta, lavato e pulitino, con quegli occhiali da checca, e pensi che bastino un paio di fiori per fartela? Ho finito di cantare e non sono scivolata dietro il sipario di velluto. Scendendo piano i tre gradini del palco ho steso il braccio verso di lui, come per invitarlo a ballare. Clapton suonava, non mi ricordo cosa. Poi mi sono fermata, ho preso le mimose, come si prende in braccio un neonato, e siamo andati via insieme, la sua mano a sfiorarmi la schiena.

Bastardo e puttana. Il coro accompagna sempre. Non li sento neanche più. Ma non è un compromesso. Un compromesso è solo un alibi per farsi meno male. E' sopraffazione travestita da accomodamento. Io invece il potere non glielo lascio. Faccio finta di cantare e permetto che mi lancino addosso volgarità appiccicose. Ma non si attaccano. Come i rimpianti. Se ne sono andati da un pezzo. E' rimasto il desiderio, il bisogno di prendere e dare via come se domani non esistesse. Come se ogni gesto fosse destinato a rimanere sospeso nelle arterie congelate di un passato immobile, senza canali di nutrimento col tempo a venire.

L'ha capito subito il mio professore così bello che troppe parole e spiegazioni o promesse ci avrebbero uccisi in una sera. L'ha capito e ha continuato a seguirmi, a sfiorarmi e a regalarmi mimose blu. Anche quando era il giorno del privé degli scambisti. Deve avere pagato una fortuna per entrare da solo. Di domande gliene facevo poche anch'io. Mi bastava il suo odore di pulito caldo, che adagio riusciva a sciogliere il freddo acido della morte di Adam. Era sposato, questo me l'ha detto subito. Ed era sua la colpa se non arrivava un figlio. Chiamarla colpa mi sembrava crudele. Ma forse crudele era l'accanimento con cui sua moglie cercava di strappargli qualcosa che semplicemente lui non poteva darle. Io guardavo le mie mimose che nascevano e appassivano in un giorno solo e anche questo mi bastava. Io l'utero non ce l'ho. Malformazione congenita. Bella definizione per dare un nome a qualcosa che non c'è. Non sono una geografia dettagliata, sono un disegno a matita, un abbozzo a carboncino di un embrione di donna, un vuoto sterile da riempire. Che non si riempie mai. Amore, botte, occasioni, illusioni. Ci passa tutto. E poi se ne va. Per la prima volta il mio dentro diverso era intimità da accudire e dividere. Con lui. Con le sfumature non dette della sua solitudine. Erano sere e notti di malinconie blu sussurrate in minuscole melodie jazz. Avevamo trovato un impianto chimico che al buio si illuminava e faceva splendere le cromature di tubi e ciminiere. Vapori trasparenti sbuffavano e poderose architetture di fari gialli lo circondavano di un'aura spaziale. Altro mondo, altro pianeta, astronave magnifica. Parcheggiavamo in fondo a una strada sterrata, al limite delle recinzioni, e ci mescolavamo tra le sfaccettature metalliche delle luci della fabbrica che si riflettevano sui nostri corpi.

Una sera è arrivato al locale con gli occhi rossi e la camicia stropicciata. Non sapeva di ferro da stiro. L'ho portato in camerino, ci siamo seduti per terra, la schiena contro la porta, e ho aspettato che riuscisse a parlare. Mi ha detto che non sapeva più cosa inventarsi con sua moglie, che non dormiva di notte per stare con me, e non lavorava di giorno, perché si addormentava sulla scrivania. Per me era diverso, diceva, io di giorno potevo starmene a letto o correre dietro a Clapton.

- Se vuoi sparire fallo con eleganza. Fallo e basta -

segue... la seconda parte il 21 novembre


Note del Nonno

Jessica Rabbit, la mitica, rossa bomba sexy a fumetti del film Chi ha incastrato Roger Rabbit. Per intenderci... quella che... "non sono cattiva... è che mi disegnano così!"



Eleonora "Billie" Holiday (Baltimora, Maryland, 7/4/1915 - New York, 17/7/1959). Dal 1928 a New York, vive facendo la prostituta.: arrestata per adescamento, sconta quattro mesi nella prigione di Welfare Island. Rimessa in libertà tenta un'audizione per il Log Cabin di Harlem dove viene assunta come cantante ed entreneuse. Nel 1931 viene scoperta da John Hammond che le procura subito una registrazione con Benny Goodman. Approda al famoso Apollo Theatre e, nel '35, incide prima con l'orchestra di Duke Ellington e poi con quella di Ted Wilson di cui fanno parte Ben Webster, Lester Young (da lei soprannominato Prez, il Presidente), Roy Eldridge, Johnny Hodges e altri. Lo stesso anno viene ingaggiata da Joe Glaser, manager di Louis Armstrong. Nel '37, si esibisce con Jimmie Lunceford e Fletcher Henderson, dopodiché lavora per circa un anno con Count Basie. Dopo un periodo con l'orchestra di Artie Shaw, incide nuovamente con Ted Wilson, Benny Goodman e Frankie Newton, col quale realizza forse il suo pezzo più famoso: la bellissima, struggente Strange Fruit.
Nel '40, dopo una parentesi con Benny Carter, si esibisce nei più importanti club di New York, Chicago e Los Angeles. E' l'epoca, questa, in cui Lady Day, così è da tutti conosciuta nell'ambiente, precipita nel dramma che segnerà tutta la sua esistenza: l'uso di droghe e alcool.
Nonostante il successo che l'accompagnerà praticamente fino alla sua morte (suonerà ancora con Louis Armstrong, Red Norvo, Norman Granz, Ben Webster, Mal Waldron, Roy Haines) la sua vita privata è caratterizzata da una serie drammi personali. Disperata, beve, fa uso di stupefacenti, colleziona una serie di fallimenti sentimentali, perde la salute, e poco a poco anche la voce.
Nel maggio del '59 fa la sua ultima apparizione dal vivo al Phoenix Theatre di New York. Poco dopo verrà ricoverata in ospedale e, come ultima beffa, sul letto di morte riceverà l'ennesima condanna per detenzione di stupefacenti.
Di lei si è detto: "Dotata di una vocalità che si distingue nettamente da quella dei suoi contemporanei, Billie Holiday seduce innanzitutto per la sensualità e per l'espressività ma anche, a volte, per l'asprezza inquietante della voce, la spontaneità, la trasgressività. Con lei la voce diviene uno strumento vero e proprio; la sua arte è il perfetto risultato di una certa irriverenza verso le convenzioni, insita nella natura stessa del jazz."
In Italia, la casa editrice Feltrinelli ha pubblicato La signora canta il blues, autobiografia della leggendaria vocalist. Da questo libro nel 1972 è stata ricavata una sdolcinata versione cinematografica dal titolo Lady Sings The Blues, interpretata da Diana Ross.

Ella Fitzgerald (Newport Nwes, Virginia, 25/4/1918 - Beverly Hills, California, 15/6/1996) Nel '34 vince il primo premio in un concorso per dilettanti alla Opera House di Harlem. L'anno successivo viene scritturata dall'orchestra di Chick Webb. Continuerà poi la sua carriera come star accompagnata di volta in volta da musicisti del calibro di Oscar Peterson, Ellis Larkins, Hank Jones e di tanto in tanto, dall'orchestra di Duke Ellington e Count Basie. Partecipa ai più grandi festival mondiali, interpreta brani dal repertorio di Gershwin, Cole Porter, Irving Berlin, incide con Louis Armstrong e molti eminenti improvvisatori tra cui il chitarrista Joe Pass.
Di lei hanno detto: "Dotata di una tecnica collaudata che le permette di improvvisare in un registro molto esteso, Ella Fitzgerald possiede un timbro fresco, affascinante, e si trova a suo agio su tutti i tempi, swingante con una buona dose di grazia, scioltezza e anche energia. Se agli inizi interpreta con rispetto i successi del momento, dal 1945, Ella si rivela una sorprendente improvvisatrice capace di praticare l'arte dello scat e di rivaleggiare vocalmente con i migliori solisti del momento, integrando nella sua esecuzione sia le scoperte del bebop che le formule della bossa-nova."



VALERIA TOSI

Valeria Tosi, trent'anni, è nata e vive a Milano. Traduttrice dal tedesco si è occupata di narrativa per ragazzi. Attualmente è editor free lance e copywriter, nonché autrice di trasmissioni radiofoniche culturali. Scrive articoli di costume e racconti per riviste di moda e per canali femminili on line.




(14 novembre 2000)

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