La Stalla Kalporz - "La musica di chi fa musica" di Evan Eisenberg
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La musica vista da chi fa musica - conversazione sul tema
di Evan Eisenberg


» Brano tratto da L'angelo con il fonografo - Musica, dischi e cultura da Aristotele a Zappa - Ed. Instar Libri

» Traduzione di Paolo Prato



- Perché non mi dici cosa vuoi che ti racconti? - esordì Nina. - Farò del mio meglio per accontentarti.
    

Aspirò una lunga boccata dalla sigaretta e il fumo si levò in una colonna senza fine. Ce ne stavamo in mezzo alla stanza seduti sul tappeto come bambini, separati da due vodka and tonic e un registratore. Il monolocale di Nina è una replica molto fedele della sua cameretta di quando era bambina, e abitava in un condominio di periferia a circa settanta isolati da qui. E' da lì che provengono il grande letto d'ottone, il piccolo pianoforte in legno chiaro, e probabilmente i due manifesti di Firenze nelle loro cornici anch'esse di ottone: una veduta rinascimentale dei tetti rossi e la Cacciata dal Paradiso Terrestre di Masaccio. Acquisti più recenti, intonati comunque al colore del piano, sono il tavolo in legno massiccio, le sedie e la libreria con le sue file blu scuro dei classici greci e latini della Oxford, in contrasto con le tinte vivaci dei saggi e dei romanzi tascabili. Sotto il giradischi un unico scaffale pieno di album, da Gesualdo ai Devo senza alcun ordine particolare.

Diedi lo spunto a Nina (che naturalmente non si chiama così) partendo da una frase che mi aveva detto una volta e mi aveva colpito. "Quando ascolto un disco è come se qualcun altro esprimesse i miei sentimenti. Quando suono il piano è come se esprimessi i sentimenti di qualcun altro."

- Giusto - confermò lei. - Ed è ancora così. La cosa straordinaria nell'ascoltare i dischi è che una persona fa tutto il lavoro al posto tuo. E poi il repertorio che hai a disposizione è molto più vasto perché, ammettiamolo pure, anche se ti chiami Horowitz, più di un certo numero di cose non puoi suonare. Perciò, a meno che tu non sia un genio dell'improvvisazione o un grande compositore in persona, si tratterebbe d'incanalare l'intera gamma delle emozioni umane nella limitata quantità di brani che sei capace di eseguire.

       

Nina aspirò una boccata profonda di fumo. I suoi denti sono ricoperti da una patina. Si lamentava spesso del suo naso, paragonandolo a quello di una contadina di Bruegel. Ma ha il viso disegnato da un morbido ovale, gli zigomi alti e decisi, e gli occhi grandi di Claudette Colbert; occhi che possono essere glaciali e un momento dopo riempirsi di meraviglia, tenerezza o malizia infantili. Il suo è il tipico sguardo delle ragazzine ricche e crudeli, con un chiaro messaggio per chi si azzardi a corteggiarle: il mio cuore è di papà, quel figlio di puttana.

- Quando studiavo musica sapevo di dover sottostare al compositore. Ricordo il periodo in cui mi dedicavo ai romantici: tutti gli insegnanti insistevano che il pezzo aveva un significato preciso e che il mio compito era di renderlo chiaro anche per l'ascoltatore più sprovveduto. Ti siedi per suonare un languido e travagliato notturno (così decide il tuo insegnante, chissà, forse non ha conquistato la donna dei suoi sogni, forse ci sta ancora provando, o ha appena scoperto che è lesbica, o qualcosa di simile), in una vena cupa, insomma. Beh, magari hai appena ricevuto un aumento e sei di ottimo umore, eppure devi metterti lì a eseguire per qualcun altro una versione strappalacrime.

      

- Per quanto mi riguarda, questo non c'entra niente con la libera espressione di sé stessi. Richiede più che altro una gigantesca dose di concentrazione e di energia, e alla fin fine lo trovavo frustrante. Perciò ora suono quasi esclusivamente Bach: mi lascia più spazio per dire quello che voglio. Perfino di Beethoven, che bisogno c'è? Se mi va di suonarlo, metto su un suo disco.



- Però se non suoni per un insegnante o per un pubblico - obiettai - ma per te stessa, puoi decidere d'interpretare il notturno in modo languido e travagliato, oppure sereno e apatico.



- E' vero. Quando mi applicavo molto al pianoforte, era così che mi esprimevo. Adesso sono vittima di rituali nevrotici che mi sforzo di esorcizzare con la terapia, e ogni tanto ripeto a me stessa: hai sempre sofferto di depressione. Di solito che cosa facevi prima di incominciare qualcosa? Hai presente, no? Uno beve, ascolta musica assordante, mangia biscotti, o roba del genere. Ho letto i miei vecchi diari, e ho visto che la mia soluzione di allora era suonare il piano, qualche volta anche per sette ore al giorno. Una valvola di sfogo, è ovvio. Avevo il pianoforte in camera da letto ed era il mio rifugio, una fortezza contro i miei genitori e contro i mali del mondo. Il problema è che non suonavo bene se ero emozionata. Ecco perché mi hanno sempre sorpreso i grandi artisti che attribuiscono la propria grandezza alla capacità di sentire la musica. Credo valga solo al cinquanta per cento, e chi davvero suona come un automa non è un grande pianista. Penso sia importante raggiungere un compromesso perfetto tra emozione ed esecuzione. Troppo difficile per me. Vedi, o suonavo maluccio e riuscivo a esprimere quello che avevo dentro, o suonavo benino e non ci riuscivo. Ho semplicemente capito di non essere all'altezza. E meno suonavo, più ascoltavo musica e meglio stavo.




Note del Nonno

Prendendo spunto dal brano testé presentato, potrei parlarvi di Masaccio, di Horowitz, di Bach, di Beethoven. E invece no! Mi limito a segnalarvi l'album d'esordio dei Devo, band para-punk, techno-wave e chi più ne ha più ne metta, from Akron, Ohio. Filosofi della de-evoluzione (da cui il loro nome), i Devo denunciano la mutazione dell'uomo in funzione del suo adattamento all'ambiente tecnologico; praticamente un'evoluzione della specie (di darwiniana memoria) alla rovescia. Nei loro brani, scanditi da ritmi nervosi e testi che non è esagerato definire neodadaisti, i Devo celebrano la scomparsa delle emozioni dal patrimonio umano, la massificazione dei cervelli, la riduzione dell'uomo a particella infinitesimale di un meccanismo stritolante, la fede cieca nella tecnologia che tutto risolve e tutto appiattisce.

Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! Questo l'Lp con cui la band si presentò al pubblico nel 1978. Brani come Space Junk, Mongoloid e Jocko Homo fecero epoca alla fine degli anni '70. per non parlare di Satisfaction (I Can't Get Me No) rifacimento in chiave psicopatico/epilettica del famoso brano dei Rolling Stones.

Il nonno naturalmente non si perse il concerto del '78 al Palalido di Milano! (Porca put..! Sono già passati ventidue anni!)



EVAN EISENBERG

Newyorchese di nascita, ma con una molteplicità di paesi di formazione (tra gli altri Israele e Italia) parallela al nomadismo dei suoi interessi (che includono la pratica del canto in sinagoga e l'ecologia nei parchi della Grande Mela), il quarantacinquenne Evan Eisenberg fa di professione il critico musicale, ma non disdegna di collaborare a riviste di economia o di medicina o, quando capita, di filosofia in cui per altro si laureò magna cum laude ad Harvard. Abbandonata la cacofonica confusione di Manhattan per le più naturali sonorità della campagna, oggi vive e lavora in una tranquilla cittadina di provincia del Massachusetts.




(19 gennaio 2001)

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