- Perché non mi dici cosa
vuoi che ti racconti? - esordì Nina. - Farò
del mio meglio per accontentarti.
Aspirò una lunga boccata dalla sigaretta e il
fumo si levò in una colonna senza fine. Ce ne
stavamo in mezzo alla stanza seduti sul tappeto come
bambini, separati da due vodka and tonic e un registratore.
Il monolocale di Nina è una replica molto fedele
della sua cameretta di quando era bambina, e abitava
in un condominio di periferia a circa settanta isolati
da qui. E' da lì che provengono il grande letto
d'ottone, il piccolo pianoforte in legno chiaro, e probabilmente
i due manifesti di Firenze nelle loro cornici anch'esse
di ottone: una veduta rinascimentale dei tetti rossi
e la Cacciata
dal Paradiso Terrestre di Masaccio. Acquisti più
recenti, intonati comunque al colore del piano, sono
il tavolo in legno massiccio, le sedie e la libreria
con le sue file blu scuro dei classici greci e latini
della Oxford, in contrasto con le tinte vivaci dei saggi
e dei romanzi tascabili. Sotto il giradischi un unico
scaffale pieno di album, da Gesualdo ai Devo senza alcun
ordine particolare.
Diedi lo spunto a Nina (che naturalmente non si chiama
così) partendo da una frase che mi aveva detto
una volta e mi aveva colpito. "Quando ascolto un
disco è come se qualcun altro esprimesse i miei
sentimenti. Quando suono il piano è come se esprimessi
i sentimenti di qualcun altro."
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- Giusto - confermò
lei. - Ed è ancora così. La cosa straordinaria
nell'ascoltare i dischi è che una persona
fa tutto il lavoro al posto tuo. E poi il repertorio
che hai a disposizione è molto più
vasto perché, ammettiamolo pure, anche se
ti chiami Horowitz, più di un certo numero
di cose non puoi suonare. Perciò, a meno
che tu non sia un genio dell'improvvisazione o un
grande compositore in persona, si tratterebbe d'incanalare
l'intera gamma delle emozioni umane nella limitata
quantità di brani che sei capace di eseguire. |
Nina aspirò una boccata profonda di fumo. I
suoi denti sono ricoperti da una patina. Si lamentava
spesso del suo naso, paragonandolo a quello di una contadina
di Bruegel. Ma ha il viso disegnato da un morbido ovale,
gli zigomi alti e decisi, e gli occhi grandi di Claudette
Colbert; occhi che possono essere glaciali e un momento
dopo riempirsi di meraviglia, tenerezza o malizia infantili.
Il suo è il tipico sguardo delle ragazzine ricche
e crudeli, con un chiaro messaggio per chi si azzardi
a corteggiarle: il mio cuore è di papà,
quel figlio di puttana.
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- Quando studiavo musica
sapevo di dover sottostare al compositore. Ricordo
il periodo in cui mi dedicavo ai romantici: tutti
gli insegnanti insistevano che il pezzo aveva
un significato preciso e che il mio compito
era di renderlo chiaro anche per l'ascoltatore più
sprovveduto. Ti siedi per suonare un languido e
travagliato notturno (così decide
il tuo insegnante, chissà, forse non ha conquistato
la donna dei suoi sogni, forse ci sta ancora provando,
o ha appena scoperto che è lesbica, o qualcosa
di simile), in una vena cupa, insomma. Beh, magari
hai appena ricevuto un aumento e sei di ottimo umore,
eppure devi metterti lì a eseguire per qualcun
altro una versione strappalacrime. |
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- Per quanto mi riguarda,
questo non c'entra niente con la libera espressione
di sé stessi. Richiede più che altro
una gigantesca dose di concentrazione e di energia,
e alla fin fine lo trovavo frustrante. Perciò
ora suono quasi esclusivamente Bach: mi lascia più
spazio per dire quello che voglio. Perfino di Beethoven,
che bisogno c'è? Se mi va di suonarlo, metto
su un suo disco. |
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- Però se non suoni
per un insegnante o per un pubblico - obiettai -
ma per te stessa, puoi decidere d'interpretare il
notturno in modo languido e travagliato, oppure
sereno e apatico. |
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- E' vero. Quando mi applicavo molto al pianoforte,
era così che mi esprimevo. Adesso sono
vittima di rituali nevrotici che mi sforzo di
esorcizzare con la terapia, e ogni tanto ripeto
a me stessa: hai sempre sofferto di depressione.
Di solito che cosa facevi prima di incominciare
qualcosa? Hai presente, no? Uno beve, ascolta
musica assordante, mangia biscotti, o roba del
genere. Ho letto i miei vecchi diari, e ho visto
che la mia soluzione di allora era suonare il
piano, qualche volta anche per sette ore al giorno.
Una valvola di sfogo, è ovvio. Avevo il
pianoforte in camera da letto ed era il mio rifugio,
una fortezza contro i miei genitori e contro i
mali del mondo. Il problema è che non suonavo
bene se ero emozionata. Ecco perché mi
hanno sempre sorpreso i grandi artisti che attribuiscono
la propria grandezza alla capacità di sentire
la musica. Credo valga solo al cinquanta per cento,
e chi davvero suona come un automa non è
un grande pianista. Penso sia importante raggiungere
un compromesso perfetto tra emozione ed esecuzione.
Troppo difficile per me. Vedi, o suonavo maluccio
e riuscivo a esprimere quello che avevo dentro,
o suonavo benino e non ci riuscivo. Ho semplicemente
capito di non essere all'altezza. E meno suonavo,
più ascoltavo musica e meglio stavo.
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| Note
del Nonno |
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Prendendo
spunto dal brano testé presentato, potrei parlarvi
di Masaccio, di Horowitz, di Bach, di Beethoven. E invece
no! Mi limito a segnalarvi l'album d'esordio dei Devo,
band para-punk, techno-wave e chi più ne ha più
ne metta, from Akron, Ohio. Filosofi della de-evoluzione
(da cui il loro nome), i Devo denunciano la mutazione
dell'uomo in funzione del suo adattamento all'ambiente
tecnologico; praticamente un'evoluzione della specie
(di darwiniana memoria) alla rovescia. Nei loro brani,
scanditi da ritmi nervosi e testi che non è esagerato
definire neodadaisti, i Devo celebrano la scomparsa
delle emozioni dal patrimonio umano, la massificazione
dei cervelli, la riduzione dell'uomo a particella infinitesimale
di un meccanismo stritolante, la fede cieca nella tecnologia
che tutto risolve e tutto appiattisce.
Q: Are We Not Men? A: We
Are Devo! Questo l'Lp con cui la band si presentò
al pubblico nel 1978. Brani come Space Junk,
Mongoloid e Jocko Homo fecero epoca alla
fine degli anni '70. per non parlare di Satisfaction
(I Can't Get Me No) rifacimento in chiave psicopatico/epilettica
del famoso brano dei Rolling Stones.
Il nonno naturalmente non si
perse il concerto del '78 al Palalido di Milano! (Porca
put..! Sono già passati ventidue anni!)
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