nell'articolo
Jo Soares | Tom
Zè | Hugo Pratt |
Jo Oliveira
Premetto... non sono mai stato
in Brasile. Mi correggo. Non sono ancora
stato in Brasile. Sì perché
di quella terra rovente e gelida, che sembra racchiudere
in sé tutte le contraddizioni del nostro
pianeta, sento un richiamo che non potrà
che tradursi in una (spero) prossima, appassionata
visita.
Nonostante la mia innata avversione
per il luogo comune, temo dovrò farvi ricorso
al fine di parlare di qualcosa che, per ora, conosco
solo indirettamente. Il Brasile, appunto.
Tranquilli, cercherò
di evitare il metodo yankee che ad esempio, per
parlare del nostro paese, ha coniato le quattro
fatidiche parole che oramai ci portiamo marchiate
a fuoco nell'anima: Italia, spaghetti, pizza,
mandolino, mamma (non necessariamente in quest'ordine).
Vediamo, pensando al Brasile,
di primo acchito mi viene alla mente. il volto
trasfigurato di Pelé che solleva al cielo
messicano una Coppa Rimet definitivamente conquistata.
Vedo il dribblare zoppo e danzante di Garrincha,
lo schianto sconvolgente di Imola e la fila interminabile
a rendere omaggio, quasi fosse un imperatore,
alla salma di Ayrton.
Vedo le braccia spalancate
del Cristone (sempre di spalle) che dall'alto
del Corcovado domina Rio, vedo il Maracanà,
tempio pagano eretto in onore del dio del pallone.
Vedo le luci e i colori di un magico, unico carnevale
vissuto con passione e ritmo, da miriadi di uomini
e donne sculettanti a passo di samba.
Ma purtroppo non è questo
l'unico Brasile che conosco. Ce n'è anche
un altro, meno luminoso e spensierato, quello
dei tantissimi, tristemente famosi meninos e meninas
de rua, i bambini di strada, per povertà
abbandonati al loro destino
[ per saperne di più vi consiglio web.tiscali.it/quibrescia/sitoarci/adottailmondo.htm
]
C'è il Brasile dei diseredati del Nordeste,
una delle zone più povere dell'intero pianeta,
della foresta amazzonica quotidianamente e scientificamente
distrutta, di Chico Mendes e dei seringueiros,
ultimi custodi della terra tanto per citare una
bella canzone dei Gang (Chico Mendes da
Le radici e le ali).
Ecco, il Brasile nel mio immaginario
è un luogo mentale ancor prima che geografico,
dove tutto è in perenne, precario equilibrio
tra luce e ombra, tra bellezza e orrore, tra immensa
felicità e inconsolabile tristezza.
E questo equilibrio instabile,
chiedo scusa per l'ossimoro, è spesso rappresentato
dai giovanottoni carioca che calcano i nostri
campi di calcio, capaci di passare in un batter
d'occhio, in diretta TV, dalla gioia incontenibile
per un gol memorabile alla maschera di dolore
dovuta a un improvviso attacco di saudade.
Questi cambiamenti umorali
tipicamente brasiliani, sono argutamente descritti
in una canzone di David Riondino intitolata, appunto,
Alegria do Brasil.
[.] Alegria do Brasil / caramba
caramba
Alegria do Brasil / la rumba la samba
Alegria do Brasil / son tutto contento
Alegria do Brasil / c'è il mare c'è
il vento
Alegria do Brasil / son tutti allegri
Alegria do Brasil / i bianchi e i negri
E improvvisamente...
È tutto triste
Tutto buio
Tutto nero
Sono solo al mondo
Ho paura
Ho fame [...]
Capito?
Ma a parte le amenità, il Brasile non è
solo terra di grandi calciatori e piloti di Formula
1. L'immensa nazione sudamericana è anche
patria di grandi musicisti e scrittori apprezzati
in tutto il mondo. Basti pensare, per la letteratura,
a Jorge Amado, a Coelho, Guimares Rosa, De Andrade
(dal nostro compianto Fabrizio De André
citato come "il mio illustre cugino De Andrade"
nel brano La domenica delle salme inserito
in quel magnifico disco che è Le nuvole).
Per quanto riguarda la musica,
invece, come non citare i celeberrimi Caetano
Veloso, Milton Nascimento, Gilberto Gil, Toquinho,
Roberto Carlos (da non confondere con l'omonimo
calciatore ex Inter), o il poeta Vinicius De Moraes?
Ah! Dimenticavo. Anche un certo
Carlos Santana pare sia nato da quelle parti.
Ma non è di questi mostri
sacri che vi voglio parlare, sarebbe quasi banale.
Ci sono due outsider che vorrei segnalarvi in
quanto, a mio avviso, meriterebbero più
attenzione, da parte di critica e pubblico, di
quanto in realtà ne abbiano. Entrambi,
quasi coetanei, forse a causa del loro carattere
schivo, al limite della ruvidità, che li
porta spesso "fuori dal coro", sono
purtroppo poco noti al grande pubblico.
JO SOARES
Il primo, per la letteratura, si chiama Jo Soares.
Soares, nato a Rio nel '38, è attore umorista
e drammaturgo, oltre che scrittore raffinatissimo.
In Italia la casa editrice Einaudi ha pubblicato
due libri molto singolari per gli argomenti trattati
e per l'ironia scoppiettante che pervade ogni
pagina. Nel primo, Un
samba per Sherlock Holmes, l'autore risveglia
dal suo letargo secolare il personaggio creato
da Sir Arthur Conan Doyle, lo umanizza rispetto
all'originale stereotipo dell'investigatore tutto
logica e supponenza, e lo cala di peso in un'indagine
che segnerà la prima sconfitta professionale
per il non più infallibile detective.
Il secondo libro di Soares,
invece, L'uomo che
uccise Getùlio Vargas, narra le
vicende di Dimitri, giovane anarchico educato
all'omicidio e all'odio per tutti i tiranni. Il
protagonista di questo romanzo, pasticcione senza
pari, viaggia attraverso il secolo appena trascorso,
con un'innocenza e un candore disarmante, incrociando
nelle sue peregrinazioni le vite di tanti personaggi
che hanno fatto la storia, quella vera.
Da leggere. Assolutamente.
TOM ZE'
Il
secondo artista, questa volta per la musica, è
Antonio José Santana Martins, in arte Tom
Zé. Nato sessantacinque anni fa a Irarà,
nello stato di Bahia, nel '67 conclude gli studi
musicali presso l'Università di Bahia.
Subito dopo, su invito del già famoso Caetano
Veloso, si trasferisce a San Paolo dove, con lo
stesso Veloso ed altri artisti quali Gilberto
Gil, Gal Costa, fonda il Movimento Tropicalista,
gruppo teso a rinnovare un clima artistico stagnante
che in Brasile, come nel resto del pianeta, cominciava
a stare stretto alle nuove generazioni.
Inspiegabilmente però,
mentre Veloso e gli altri tropicalisti conosceranno
negli anni successivi un sempre crescente successo
a livello mondiale, Tom Zé rimarrà
confinato in patria pressoché sconosciuto
all'estero. Bisognerà aspettare l'inizio
degli anni '90, quando uno straordinario David
Byrne (ex mente dei Talking Heads) in veste di
talent scout, proporrà al mercato mondiale
per la sua etichetta il genio musicale di Tom
Zé.
Per la Luaka Bop sono stati
dati alle stampe tre magnific dischi: "The
best of Tom Zé" (1990), "The
return of Tom Zé" (1992) e "Fabrication
defect" (1998).
Una particolarità di
Tom Zé. E' straordinariamente capace di
suonare qualsiasi oggetto in grado di emettere
un suono. Non è raro nei suoi pezzi sentire
sottofondo di trapani elettrici, macchine da scrivere
a dare il ritmo, seghe circolari, urla, fischietti,
martelli...
Beh! Buon ascolto.

| NOTE
DEL NONNO |
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E per gli amanti del fumetto,
due autentiche chicche d'autore. L'uomo del
Sertao di Hugo Pratt e L'uomo di Canudos
di Jo Oliveira, entrambi editi negli anni '70
dalle Edizioni Cepim nella collana Un uomo un'avventura,
e successivamente ristampati (in edizione tascabile
e in bianco e nero) dalla Bompiani.
Dell'italianissimo
Hugo Pratt che dire? Meriterebbe il ringraziamento
del genere umano per gli innumerevoli sogni e
viaggi e voli che ci ha fatto fare in compagnia
del suo Corto Maltese. Una lacrima per il grande
Hugo.
Jo
Oliveira, brasiliano dell'isola di Itamaracà
(Pernambuco) ha un disegno che a prima vista può
apparire ingenuo, naif, ma che affascina per l'esplosione
di colori caldi e per quelle figure dal tratto
quasi primitivo che scaturiscono chiaramente da
secoli di iconografia popolare. Guardando i disegni
di Oliveira, facendo un salto geografico nemmeno
troppo azzardato, rivedo l'arte murale dei pittori
messicani Siqueiros e Rivera.
Beh! Mi sembra che possa bastare.
Abbiamo parlato di suoni, di parole, di immagini,
non mi resta che salutare gli amati nipotini con
un plastico passo di samba, o preferite una cumbia,
un merengue, un cha cha cha, una rumba, un charanga?
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