E se il "Kraut" l'avessero inventato gli americani? Era il 1966 e mentre Bob Dylan cantava contro i Mastri della Guerra cinque marine si rasavano i capelli e seguivano un ritmo che pulsava solo nelle loro teste.
di Simone Dotto
In principio erano gli Americani. Sempre. Se sulla paternità a stelle e strisce del rock’n’roll non ci è mai piovuto, almeno risalendo alla sorgente un filone orgogliosamente teutonico come il cosiddetto “Kraut” ci si aspetterebbe di imbattersi in un pugno di pionieri crucchi purosangue. E invece, al posto di Otto, Hans e compagnia, tra le fila della seminale band dei Monks troviamo tali Gary, Larry, Eddie, Roger, Dave… Americani, sissignori, e marine per giunta, ma incontratisi quand’erano di servizio in quei di Francoforte: laggiù, negli stralci di tempo libero che le esigenze militari della madrepatria concedono loro, mettono su un “complesso” beat, il primo che si ricordi ad annoverare un banjo elettrificato in formazione.
Era il sessantasei, Bob Dylan aveva già puntato il dito contro i Mastri della Guerra, i Beatles avrebbero presto trasmesso il loro messaggio d’Amore universale in mondovisione e Woodstock e la generazione antiVietnam stavano bussando alle porte. Ma la musica di chi in quel periodo sotto leva ci si trovava, va chiarito, tende a distanziarsi parecchio dal canto di coloro che gli orrori della guerra si limitavano a cantarli da lontano: nulla di esplicitamente pacifista, nessuna logica flower power è rintracciabile nelle prime testimonianze d’esistenza dei Monks. Conta piuttosto il ritmo marziale che martella la testa del soldato, una riedizione estetizzata dell’austerità militare, cui rimandano anche le acconciature rapate, in stile monacale - per l’appunto - e in netta controtendenza con la controcultura ribelle, che a quel tempo si usava capellona.
La tanto bistrattata memoria democratica della rete ha invece a portata di YouTube un memorabilia coi fiocchi: trattasi di un’acerba apparizione dei nostri ad una versione tedesca di Top of the Pops o affini. Correva l’anno 1965, e il pezzo con cui i Monaci tentavano di fare breccia nel jet-set locale - poco prima dell’esordio ufficiale su Polydor - titolava "Monk Chant", un manifesto senza parole. Ma in un contesto visivo costruito ad immagine e somiglianza dei sixties più esuberanti, lo straniante effetto di quei volti avrebbe pregiudicato loro qualsiasi possibilità di seguito commerciale: basti dare un’occhiata ai goffi movimenti di chi tentava di muoversi su quel pezzo tribale come si trattasse di un rock’n’roll qualsiasi o, peggio, di una danzereccia hit da Piper Club. Lo stesso biglietto da visita del “beat”, con il quale pure i cinque si presentavano, non spiega poi molto, a meno che non venga considerato nella sua accezione letterale di “battito”, “colpo”… percuotere ogni centimetro di superficie praticabile era tutto ciò che sembrava interessare ai Monks, costantemente impegnati ad inseguire un ritmo ossessivo che pulsava soltanto nelle loro teste. “Se soltanto la gente avesse compreso il suono dei Monks la rivoluzione del '68 sarebbe potuta arrivare due anni prima” diceva Jochen Irmler dei Faust. Ma sbagliava: qui siamo già oltre, oltre l’utopia e il pace&amore di Woodstock, oltre i fiori nei cannoni e oltre le chitarre al posto delle mitragliatrici. Lo strumento principe del rock, liberato da tutte le responsabilità messianiche, se ne sta già steso a terra, pronto per essere vivisezionato.
"Monk Chant" rimane una perla rara e non compare né nella scaletta riaggiornata di “Black Monk’s Time” né nella nuova raccolta “the Early years ’64-67”, entrambi in (ri)uscita per la Light in the Attic Records. Ve ne sono in compenso un’altra ventina/trentina fatte della stessa pasta che, al tempo della loro prima uscita, non conobbero troppa fortuna: quelli dal ‘64 al ‘67 che l’antologia chiama ironicamente i “primi anni” furono in realtà anche gli ultimi per la formazione germanico-statunitense. Senza ancora un Julian Cope ad apprezzare o un David Bowie pronto a cogliere i frutti del lavoro (altrui), il monito dei Monks non avrebbe travalicato i confini nazionali. Non per questo, comunque, sarebbe caduto nel vuoto: gli Americani avevano gettato il seme, la Germania avrebbe pensato a incubarlo, conservarlo, segretamente coltivarlo e, lungo il decennio successivo, a farlo germogliare: prima nei fasti krautrock di Kraftwerk, Can, Amon Düül, Faust, poi nelle venature più industriali della new wave europea e, di rimando, anche nella scena postpunk d’oltreoceano, a chiudere lì da dove era partito un altro cerchio fondamentale nella Storia del Rock.