Esattamente cento anni fa, il 20 febbraio 1909, veniva pubblicato sul “Figaro” di Parigi il “Manifesto del Futurismo” di Marinetti. Lo potete trovare qui.
Kalporz festeggia questo anniversario a suo modo, con un omaggio, un “Comizio n(e)ofuturista” ed una Top 5 di dischi che, anche se nolenti, contengono in sé le intuizioni del movimento d’avanguardia di inizio Novecento.
Una lucida visione della modernità
di Paolo Bardelli
E’ un vecchietto, ma non li dimostra. Il Futurismo compie oggi 100 anni e dovrebbe sembrare uno di quei simpatici ma innocui anzianotti che vengono intervistati al Tg1 con l’immancabile domanda: “Qual è il suo segreto?” (“Bevo molto latte”). Invece pare ancora un giovincello cazzuto e rivoluzionario. E la longevità dei movimenti artistici è più complicata che per le persone: nascono e muoiono in un fulgere istantaneo, in un battito d’ali, e soprattutto vengono superati e soppiantati con un certo ribrezzo dalle new-wave successive. Che a 100 anni di distanza il Futurismo emani ancora un fascino così forte, così magneticamente di rinnovamento, così intriso di gioventù, ci pare un merito indiscutibile.
Ancor più che per i pilastri su cui si fondava, la fiducia nella scienza e la necessità di “velocità”, che sono patrimonio quotidiano della nostra esperienza, si manifesta oggi ancora salvifica l’ansia di ribellione del movimento, di rottura verso ciò che è costituito, che è status quo. In un modo ingenuo certo, eccessivo come un intervento a gamba tesa su un portatore di palla, eppure lucido e moderno. Ecco la chiave: una lucida visione della modernità. In una logica stranamente baudelariana: “affinché ogni modernità acquisti il diritto di diventare antichità”, spiegava il poeta francese, “occorre che ne sia tratta fuori la bellezza misteriosa che vi immette, inconsapevolmente, la vita umana” di quell’epoca. Di quell’esatto momento.
Un’arte autentica perché viva, dunque, che potrà sembrare vivente anche in futuro perché ha colto l’effimero respiro del contingente. Perché ha estratto l’eterno dall’effimero.
Carmelo Bene recita un discorso futurista
Comizio n(e)ofuturista - per la leggerezza della Nuova Musica nell’Era del NonPiùFisico
di Simone Dotto
Con buona pace del signor Ministro dei Beni Culturali e Dintorni, oggi più che mai necesiteremmo di un’avanguardia, nella musica come nella cultura in genere, che riconoscesse “il coraggio, l’audacia, la ribellione” come elementi essenziali, non foss’altro allo scopo di pungolare il ventre molle di questo molle, molle Paese. Proprio nei giorni del glorioso centenario l’industria discografica si affaccia ad una nuova stagione, in cui gli ingranaggi e i macchinari decantati da Marinetti finiscono in soffitta e ci si prepara un livello successivo: più leggero! più moderno! Ad altri e più accademici si consegnino il dibattito sulle qualità artistiche e le tediose disquisizioni sulle connessioni politiche. Ad oggi il movimento che fu futurista vale soprattutto come una provocazione a guardare in avanti, ad abbandonarsi definitivamente alle spalle le “pesantezze” di un passato troppo ingombrante. Lasciamoli perdere, allora, i piagnistei dei signori discografici, che troppo tardi blaterano dell’abominevole importanza dell’Oggetto! Organizziamo falò di vinili e dischi compatti! Lasciamo morire in pace i giganti di metallo e apriamo le porte alle nuove, agili forme della musica: che sfuggano ai contratti e alle burocrazie, che scivolino dalle mani impacciate dei discografici, che escano da ogni castrante contenitore-supporto e tornino ad aleggiare senza più impedimenti fisici. E che finisca, così, una volta per tutte l’assurda sindrome d’inferiorità del Palco nei confronti dello Studio, dell’Agire rispetto allo Agito!
Noi prendiamo atto dell’ineffabilità della Musica e rinunciamo definitivamente ad organizzarla, razionalizzarla, chiuderla in qualsivoglia contenitore già fissato, o ricondurla a qualsivoglia copione già scritto. Ci impegniamo invece ad enfatizzare questa Nuova Musica come azione, flusso, imprendibile movimento, violenza, gesto di aggressività mai scontato e sempre sorprendente ed insidioso all’orecchio del suo ascoltatore.
TOP 5 DI DISCHI "FUTURISTI"
5. Metallica, “Kill ‘Em All”(Vertigo, 1983)
Quello che non ha fatto il punk, lo ha finito “Kill ‘Em All”. L’estetica marinettiana dell’energia e della velocità racchiusa in dieci brani che vanno a segno come altrettanti pugni allo stomaco, incarnata da questi quattro ragazzini californiani freschi e autoconsapevoli allo stesso tempo. Già lo stesso titolo è un affronto al moralismo: è la risposta di Cliff Burton ai produttori che si rifiutarono di intitolarlo “Metal Up Your Ass”. "Fuck them, kill them all", disse. Con estremo rigore e disciplina, elementi non presenti nel movimento punk, i Metallica uccisero metaforicamente non solo i produttori, ma anche tutti quanti credevano che la musica aggressiva potesse essere fatta solo nell’anarchia. (Paolo Bardelli)
4. Alec Empire, “Intelligence and Sacrifice” (Digital Hardcore Recordings, 2001)
Quando futurismo fa rima con fascismo e superomismo, ecco spuntare mister Impero: uno che per contrastare la tecnocrazia dell’hardcore digitale esce dai suoi Atari Teenage Riot, si riprende tutti gli accessori dittatoriali generosamente concessi alla rockstar e costruisce una carriera solista attorno al proprio Culto della Personalità. Hai un bel professarti antinazista quando poi alla prima occasione spedisci l’esplicita richiesta di un “New World Order” ad oltre 220 bpm di velocità. L’album successivo si chiamerà Futurist. (Simone Dotto)
3. Il Teatro degli Orrori, “Dell’Impero delle Tenebre” (La Tempesta, 2007)
L’ispirazione diretta arriva da altrove, dal Teatro delle Crudeltà di Antonine Artaud, ma l’intento coincide con quello futurista di “esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.”. A questi propositi rumoristici si aggiunga un Capovilla che declama e ringhia come la reincarnazione di Carmelo Bene – tra i più audaci promotori postumi del movimento. Carrarmato Rock! ci spiega che, se dopo un secolo siamo ancora in guerra, forse possiamo anche ballarci su. (Simone Dotto)
2. Pere Ubu “The Modern Dance”, (Blank Records, 1978)
Ancora prima che il futurismo prendesse piede da noi, al Théâtre de l'Œuvre di Parigi andava di scena l’Ubu Roi, primo copione del Surrealismo. Dal suo grottesco protagonista, Pere Ubu, il frontman David Thomas erediterà il nome, la stazza panciuta, lo sghignazzo e quel gusto per la provocazione artistica che il drammaturgo Alfred Jarry aveva condiviso con Marinetti e compagnia. La Danza Moderna della band rappresenta il primo atto creativo dell’homo mechanicus, abitante neoprimitivo della rigenerata Civiltà Industriale. (Simone Dotto)
1.Devo, “Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!” (Warner, 1978)
Con i Devo entra nel rock la consapevolezza postmoderna che tutta la musica umanamente concepibile è già stata suonata e ciò che resta è allora solo il farneticante gioco combinatorio e caricaturale (un cut-up?) di generi e formati sonori mescolati disordinatamente l’uno con l’altro, all’interno di un unico flusso di citazioni irridenti e mistificazioni di mistificazioni. Non è più chiaro chi ha inventato cosa, indistinguibile l’originale dalla sua copia, il prima dal dopo, il serio dallo scherzo, trionfa l’estro superbamente retorico e sbeffeggiante di un mentitore tragico senza volto. È l’inizio dell’era delle macchine, del “cronocomunismo” (come lo definisce genialmente Peter Sloterdijk), in cui tutto avviene contemporaneamente, in un unico interminabile istante sempr’identico. Si annullano le distanze geografiche e culturali e a farsi avanti è la pallida ombra di uomini-clone (i Devo erano per giunta guidati da due gemelli, Bob e Jerry Casale) in tuta bianca da catena di montaggio, con i loro movimenti robotici e scattosi che inscenano l'epilettica danza seriale di un Dioniso fatto di circuiti elettrici e antenne telescopiche. È questa la De-evoluzione di cui Devo diventerà la mirabile sigla. Parte da qui la fine di ogni romanticismo idealizzante, è con canzoni come la geniale rivisitazione di “Satisfation” che il marinettiano chiaro di luna vine definitivamente stilizzato in un involucro (vuoto) di plastica e vetroresina, in un algoritmo chimico replicabile all’infinito. (Francesco Giordani)
“Amare con frenesia la velocità e le donne belle. A preferenza, amare in velocità le donne belle. Ma al momento opportuno, fuggire con velocità dalle donne belle.”
Mario Carli, dal “Manifesto dell’Ardito-Futurista”, novembre 1919.