Sesta edizione del
Meeting delle Etichette Indipendenti, e prima opportunità
per me di parteciparvi, da spettatore. Tre giorni di concerti,
interviste, piccole band emergenti, discografici gentilissimi
e altri decisamente meno accomodanti, piadine di plastica,
video, cortometraggi, premiazioni, dibattiti. Questo che
segue è un racconto di come è andata.
Buona lettura.
VENERDI'
22 NOVEMBRE - ANTEPRIMA MEI
Il MEI parte con un'anteprima organizzata da Storie
di Note, una delle poche etichette nazionali impegnate
a cercare nuove prospettive per la canzone d'autore.
Una serata-evento, davanti a un pubblico non numerosissimo,
nella quale si sono alternate realtà già
affermate del nostro cantautorato ad alcuni dei gruppi
vincitori del concorso "Storie d'autore":
dagli oltre 250 demo arrivati negli uffici di Storie
di Note, e da una prima selezione di 110 gruppi, sono
stati proclamati i 12 vincitori, le cui canzoni faranno
parte di un cd che sarà pubblicato il prossimo
anno.
Dopo che i livornesi La Quarta Via danno inizio
alla serata con un omaggio a Pierangelo Bertoli; viene
il momento di quattro dei 12 vincitori del concorso
"Storie d'autore", inevitabilmente chiamati
ad esibirsi a organico ridotto: la prima a salire sul
palco è Bianca, che già può
vantare nel curriculum una partecipazione al Premio
Ciampi e l'aver aperto un concerto di Battiato: le sue
filastrocche sono piuttosto originali, ma è indubbio
che un po' di modestia le farebbe bene; seguono i parmigiani
La Scorribanda, ottimi testi e una voce caldissima
che ricorda Gianmaria Testa; i reggiani Laura Mars
sono, nel lotto, i più convincenti: oltre a liriche
molto poetiche, la cantante ha davvero una gran voce
e una capacità di tenere il palco da vera professionista.
È a questo punto che la serata decolla: sul
palco sale Claudio Lolli, accompagnato da Il
Parto delle Nuvole Pesanti, per riproporre interamente
quella che è una delle pietre miliari della nostra
canzone d'autore, "Ho visto anche gli zingari felici".
Quaranta minuti di pura poesia, impegno e musica bellissima,
anche grazie alla carica che la vulcanica band calabrese
mette nell'esecuzione
dove troverà tutta
quell'energia il saxofonista?
L'esibizione è stata registrata, e presto ne
sarà ricavato un cd: il mio consiglio, fin d'ora,
è di prepararsi ad acquistarlo. Un pezzo di storia
della musica italiana, straordinariamente vitale anche
dopo 27 anni dalla pubblicazione.
Sfortunato per aver dovuto suonare subito dopo quest'esibizione,
il genovese Mer, ultimo a suonare delle quattro
band del concorso "Storie d'autore", non lascia
alcun ricordo.
Come vecchi amici che a volte si ritrovano, si riforma
per l'occasione il Nada Trio: la cantante toscana
rilegge, con l'aiuto di Fausto Mesolella e di Ferruccio
Spinetta degli Avion Travel, tre pezzi dello
splendido "L'amore è fortissimo e il corpo
no", oltre a quella "Guardami negli occhi"
presentata (per sbaglio?) qualche anno fa a Sanremo,
e regala brividi con una magnifica cover di "Venezia
Istanbul" di Battiato.
Chiude la serata un gruppo di Carrara, Les Anarchistes,
band nata per incidere canti della tradizione anarchica
riletti in chiave rock.
Un'ottima anteprima dei forsennati e caotici due giorni
che sono seguiti

SABATO 23
la prima cosa che s'impone è di dimenticare subito
l'atmosfera rilassata e le poche persone in giro per
il teatro tenda della sera precedente.
Arrivo verso le 16, e c'è gente ovunque, tutti
ti fermano e tentano di allungarti il loro demo, molti
sono lì per l'attesissimo concerto delle 19.
Tutt'intorno dibattiti, premiazioni e showcase si susseguono
senza sosta; grazie al cielo nessun artista si atteggia
da star e tutti girano per gli stand (capita anche di
fare figure pietose
per esempio, il sottoscritto
è quasi andato a sbattere contro Giulio Casale
degli Estra, per poi mettersi a fissarlo con espressione
ebete pensando: "Questo qua lo conosco
").
Manuel Agnelli viene assalito in continuazione
da gente che allunga demo e gli fa complimenti, mentre
un trio di ragazzine (scena tragicomica) lo segue ovunque,
dandosi di gomito e squittendo frasi tipo "Lo seguiamo?"
"No,dai
" "Dio, com'è bello!"
e altre amenità.
Inizio con un giro tra gli stand, e ci sono davvero
tutti: etichette indipendenti, giornali, radio. Molto
bello lo spazio che riuniva le etichette distribuite
da Audioglobe, con un'angolo riservato alle esibizioni
dei propri artisti. Dopo un paio d'ore passate a importunare
discografici con Luca, mi sposto nella stanza video,
dove trasmettono un corto che ha fatto da videoclip
a "Gesù" di Nada, per la regia
di Citto Maselli: come la canzone, anche questo
cortometraggio è duro, crudo, le immagini della
cantante che, sola, si aggira per le vie di una città
caotica tra una massa indistinta di persone alternate
a scene di pestaggi avvenuti durante il G8 l'anno scorso
a Genova. Poco prima del corto, Nada e il regista si
intervistano a vicenda, e dicono di non aver fatto un
video politico, ma un cortometraggio sulla solitudine
e sulla violenza, in linea con il testo della canzone.
Un bellissimo video, ma qualcuno mi potrebbe gentilmente
spiegare il motivo per cui non è MAI stato passato
in TV?
La stessa domanda, anche se per altre ragioni (senz'altro
non politiche), mi è tornata sulle labbra poco
dopo, quando assisto alla proiezione della videografia
degli Estra. Stavolta riconosco Estremo e Abe
al primo colpo (applausi, grazie)
La qualità dei loro video è decisamente
sopra la media delle schifezze che passano su MTV: i
loro vecchi videoclip sono girati da registi importanti
(Alessandra Pescetta, per dirne uno) e giocano con le
ambientazioni ed i rimandi cinematografici (splendidi
"Miele" e "Vieni", mentre "Risveglio"
è uno dei pochi clip che mostra un concerto a
rivelarsi interessante, complice anche la scelta del
bianco e nero); i video realizzati per "Tunnel
supermarket", escluso quello di "Sei così
semplice" girato in Marocco, scelgono invece di
sperimentare le nuove possibilità offerte dalla
tecnologia, esplorando le tecniche di animazione digitale
("Sacrale"), di animazione di oggetti ("Minimo",
con la regia dal chitarrista Abe) e di cartoon ("Perché?!").
Ancora una volta mi domando perché certa ottima
musica e certi video così belli e curati non
trovino spazio nei palinsesti
possibile che, a
parte rarissime eccezioni, il rock non riesca ancora
a godere dell'attenzione che merita?
Uno stralcio di dibattito sentito poco prima mi aveva
gelato: uno dei responsabili di "Hobo",
che va in onda su Radio 1, aveva affermato, disgustato
per come vanno queste cose, che certi brani non possono
entrare in programmazione perché hanno troppe
chitarre; il suono della chitarra sarebbe percepito
dall'ascoltatore medio come troppo aggressivo,e di conseguenza
lo indurrebbe a cambiare canale. Questa è la
ragione del proliferare delle schifezze che purtroppo
si ascoltano.
Mi riprendo, e assisto alla proiezione del mediometraggio
"Il cielo sopra Baghdad", testimonianza
dei giorni trascorsi nella capitale irachena da un gruppo
di artisti italiani. Immagini importanti, a testimoniare
come popoli diversi possano essere accomunati dall'arte.
Piccole istantanee mi rimangono impresse nella memoria:
i musicisti del Parto delle Nuvole Pesanti si
mettono a suonare in strada e la folla si mette a danzare,
bambini e uomini che riempiono lo stadio per andare
ad ascoltare il concerto di artisti italiani e iracheni
riuniti per suonare insieme. Grazie al cielo non tutti
sono d'accordo con questa guerra, e anche per merito
di questo progetto ora lo sa anche qualcuno in Iraq.
MEI DAY
Esco dalla sala conferenze, ed è già l'ora
del concerto principale. Arrivo nel tendono giusto in
tempo per vedere i Bisca che scendono dal palco,
mentre dall'altra parte iniziano ad esibirsi i Têtes
de Bois: li conoscono in pochi, ma molti rimangono
a bocca aperta davanti alla semplicità e all'eleganza
con cui riadattano le canzoni del grande poeta anarchico
Leo Ferrè. Il pubblico si fa ammaliare dal loro
suono morbido, debitore tanto al jazz quanto alla chanson
française; il loro "Ferrè, l'amore
e la rivolta" è una delle cose più
belle uscite quest'anno, e potrebbe davvero far innamorare
i fan di Paolo Conte o di Vinicio Capossela.
Dopo il combo romano, salgono sul palco i Valentinadorme,
a cui viene consegnato il premio "Fuori dal Mucchio"
per il miglior album d'esordio, "Capellirame";
visibilmente emozionati e caricati dal riconoscimento,
i quattro veneti regalano un quarto d'ora intensissimo,
sicuramente uno dei momenti più belli della serata.
La loro poesia è elettrica e nervosa, tra pause
melodiche e squarci di rumore: come innestare le liriche
di De André sulla musica dei Sonic Youth. Davvero
una bellissima sorpresa.
Un po' sottotono l'esibizione dei 24 Grana,
mentre sono stati veramente emozionanti i torinesi Perturbazióne:
le loro sono canzoni nel senso vero e proprio della
parola, musica pop come non in molti sono capaci di
suonare, specialmente nell'underground italiano. Divertenti
e leggeri, ma anche malinconici, con un'eleganza immensa:
la loro "Agosto" mi si è davvero impressa
nella mente, e non vuole saperne di andarsene. Una grande
scoperta, almeno per il sottoscritto che non li conosceva.
Dall'incanto allo sconforto, si passa a Bugo:
senza dubbio è divertente, ma dire che la sua
musica è ben suonata o di qualità mi sembra
decisamente un azzardo. Sinceramente non capisco né
tutto questo clamore dei media né il pubblico
in adorazione. Mah.
Giorgio Canali regala la solita aggressione sonica,
per un quarto d'ora di distorsioni e urla assordanti:
ottimo, anche da solista. Venero la sua chitarra disturbata,
non c'è niente da fare.
Giulio Casale, in momentanea (?) fuga dagli
Estra, abbassa il volume e si presenta accompagnandosi
solo con una chitarra acustica: c'è tempo per
un inedito ("La strada") incluso nel suo cd
solista, poi regala una grandissima versione di "Sacrale"
e una cover, da brividi, di "Hallelujah" del
compianto Jeff Buckley. L'ovazione del pubblico è
scontata. E meritatissima.
Marco Parente, uno degli artisti più
attesi, almeno dal sottoscritto, delude un po': sicuramente
la sua stupenda musica ha bisogno di spazi un po' più
intimi per farsi apprezzare, ma il modo in cui sta sul
palco lascia una fastidiosa sensazione di intellettualismo
forzato; sembra quasi che non voglia fare la minima
concessione al pubblico, e tende davvero ad esagerare.
Faccio prendere una pausa alle mie orecchie durante
l'esibizione dance fighetta dei Feel Good Productions,
e rientro per il concerto degli Afterhours. Mi avevano
deluso parecchio l'ultima volta che li avevo visti dal
vivo, ed ero un po' scettico. Beh, Manuel e soci spazzano
via i miei dubbi in pochissimo tempo: scaletta rivoluzionata
(hanno persino suonato "Mio fratello è figlio
unico" e una stupenda versione riarrangiata di
"Strategie") , nessun brano da "Hai paura
del buio?", una cattiveria inaudita. Un concerto
perfetto, uno dei più belli visti quest'anno.
E mi fa re-innamorare degli Afterhours.
Un interminabile sabato di musica, finito davvero nel
migliore dei modi.

DOMENICA 24
La giornata di sole è troppo bella per chiudersi
dentro gli stand della Fiera di Faenza
decido
di prendermi la mattina libera e di arrivare al MEI
verso le 16. Appena entrato, volo verso lo stand di
CYC Promotions,dove ho un appuntamento per l'intervista
a Fiamma. Scopro così che nello spazio
delle etichette distribuite da Audioglobe c'è
una serie di concerti molto più interessante
che sul palco principale, almeno per il pomeriggio.
Purtroppo faccio in tempo solo a sentire Jont,
inglese con una bellissima voce, molto simile come atmosfere
e vocalità ai Coldplay meno malinconici; si susseguono
Endura, Madrigali Magri, Marilù
Lorén, Caravane De Ville e altri,
ma non riuscirò a sentire quasi niente di tutto
questo, dato che sono impegnato a inseguire Beatrice
di CYC Promotions che insegue Fiamma per l'intervista.
Alla fine tutto si risolve, e la brava cantante reggiana
mi concede qualche minuto per chiacchierare dei suoi
inizi e del suo nuovo disco, "Contatto".
Finisco appena in tempo per correre verso il palco
principale ed essere piacevolmente sorpreso da Paola
Turci. Ebbene sì: anche se non l'avrei mai
creduto possibile la cantautrice ha sfoderato un buon
set, decisamente elettrico, lontano dal pop da classifica
trito e ritrito a cui credevo si fosse dedicata. Non
è niente male, ogni tanto, vedere un'esibizione
che ti cancella i pregiudizi.
Un'altra donna rock sale sul palco poco dopo: è
la bella Lara Martelli, tornata dopo sei anni
con un nuovo disco, "Orchidea porpora". Un
suono volutamente aggressivo, forse anche troppo, in
cui le chitarre sempre tirate allo spasimo sembrano
soffocare la bella voce e le liriche di Lara. Comunque
una bella prova.
Mi sposto dal palco centrale, e vado verso il palco
acustico, dove avrebbe dovuto esibirsi Fiamma. Il guaio
di questo spazio, però, è che chiunque
poteva prendere in mano una chitarra ed esibirsi un
poco: così dalle 18 lo showcase che attendevo
slitta fino alle 19.30.
Attendo con pazienza, insultando mentalmente i malcapitati
che salivano sul palco nell'indifferenza generale. Mentre
aspetto, vedo un'altra brutta scena: arriva un personaggio
peloso seguito da uno sciame di gente con un foglietto
e una penna in mano. Il personaggio peloso sta parlando
al cellulare, mentre un povero venditore di chitarre
tenta di convincerlo della bontà del suono di
una Grestch (o forse stava spiegandogli come suonarla?
Mah
). Ah: il Divo in questione è Piero
Pelù, misteriosamente in testa alle classifiche
con i suoi "nuovi" grugniti. Non c'è
che dire: dopo averlo visto da vicino e averne ammirato
le pose da primadonna, la mia stima già bassa
nei suoi confronti scende allo zero.
Finalmente Fiamma sale sul palco, e lascia tutti
a bocca aperta. E' bella la sua elettronica, è
intima, è discreta; la sua voce passa senza sforzo
dal sussurro al grido, e riporta alla mente Björk
(vorrei ci si rendesse conto dell'enormità del
paragone), ma anche Antonella Ruggiero.
E' ora di cena, e mi lancio su una piadina di plastica
("Signora! Ho detto una piadina AL CRUDO, non
una piadina CRUDA!"). Mi aspetta il concerto finale,
aperto da una parata interminabile di gruppi minori
davvero difficili da sopportare. Il primo nome importante
è quello dei Luciferme, ma anche nel loro caso
la qualità del live lascia a desiderare, complici
anche evidenti problemi di suono. Tutto piatto, tutto
da dimenticare? Grazie al cielo, no.
Gli ultimi tre concerti mi riconciliano col mondo:
prima i Beati Paoli rileggono la musica tradizionale
siciliana in chiave rock; poi Davide Van De Sfroos
raccoglie membri del Parto delle Nuvole Pesanti
e dei Rosaluna e fa aprire le danze, divertendosi
e divertendo; infine la Bandabardò scatena
il solito putiferio davanti ad un pubblico in adorazione.La
loro bellissima "Vento in faccia" chiude la
serata e l'intera manifestazione, lasciandomi esausto
per tre giorni di concerti, ma assolutamente entusiasta
di esserci stato.
Mi ha impressionato la quantità di persone viste
in questo fine settimana, il numero enorme di ragazzi
e di band che provano a dire la loro nell'ambito del
rock italiano: la maggior parte di loro non ha molto
di originale o di nuovo da dire (ma lo stesso discorso
vale anche per nomi molto più blasonati), ma
sopra una base di gruppi prescindibili esiste un movimento
vero. Ci sono nomi che sono degni di competere con le
migliori band straniere, e sarebbe il caso che tutti
se ne rendessero conto. È il momento di scrollarsi
di dosso un complesso d'inferiorità e un'esterofilia
che non ha davvero più ragione di esistere. E
manifestazioni come il MEI non sono che il primo, importantissimo
passo.
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