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MARLENE KUNTZ - I TESTI DI "BIANCO SPORCO"

a cura di Matteo Marconi

Grazie ai Marlene Kuntz e a Gianni Cicchi per la concessione all'utilizzo dei testi di "Bianco Sporco".

Se "Senza peso" (vedi recensione) era un'opera infiltrata esplicitamente dall'idea della morte, basti ricordare il "cupio dissolvi" de "L'uscita di scena", dove l'autore immaginava per se un'uscita di scena , appunto, a "passione zero" , segnata da una "indifferenza orribile", mentre la copertina sembrava rimandare al drammatico epilogo suicida di "un ricordo" (se ci si pensa bene l'immagine capovolta è proprio l'ultima che vedrebbe una persona che cadesse nel vuoto a testa in giù, mentre il titolo stesso "senza peso" sembra alludere alla sensazione che si ha "nuotando nell'aria"); "Bianco sporco" (vedi recensione) è il lavoro più letterario, impregnato in ogni sua fibra dalla grazia di Godano nella stesura dei testi e da colti (colti non piace, diciamo alti) riferimenti letterari.

A parte questa differenziazione, "Bianco sporco" sembra – in ogni caso e per cifra stilistica - "la continuazione di 'Senza peso' con altri mezzi" e vede una significativa accentuazione del lirismo dei testi (uno su tutti "Amen"). Torna, come nel precedente episodio discografico, il gusto della citazione più o meno criptica (Updike e Egon Schiele in "Senza peso").


MONDO CATTIVO

Sì... ma quale gusto se sto perdendo fiducia e stimoli?
Sai, è proprio angusto il nostro mondo affollato di equivoci:
quanto più pudore tanti piu stronzi che non apprezzeranno mai.

Hey, è tetro e ingiusto questo assedio di intenti malevoli,
e vaffanculo il giusto alla schiera degli insensibili.
Beh, io mi ritiro: è un mondo cattivo in vari modi e ovunque vai.

Non voglio vivere, ma sopravvivere: è la mia intensità, son consapevole
e so convincermi che è proprio meglio così.

Ma a volte gira in me un dubbio labile: "Quale gusto c'è? Ma quale gusto c'è?"
e so persuadermi che ha senso chiedersi cose così

E forse, magari è vero, mi piacerebbe di più scivolare su tutto.
E forse, magari è vero, converrebbe di più essere semplici in tutto.
E forse, mi pare chiaro, funzionerebbe di più vivendosi bene tutto.
E forse, anzi: sicuro, io so che non riuscirò a fare questo del tutto.
Mai.

L'inizio è "Mondo cattivo", una dichiarazione d'intenti artistica o esistenziale. Sembra che vi sia sottotraccia un lamento per non aver raggiunto "gli insensibili" (forse una sfera di pubblico più ampio, che meriterebbero). In ogni caso Godano si chiede se non sarebbe stato più facile "essere più semplici in tutto", nella musica, nella vita. La risposta è la dichiarazione d'intenti cui sopra "so che non riuscirò a fare questo del tutto, mai".


A CHI SUCCHIA

Lascia stare
non mi chiedere più niente,
fallo per favore.
Hai succhiato
sufficientemente energia:
ora vattene via.
E portami con te, se vuoi,
nelle ciance vergognose che farai.

Ti odio: tutto qua.
Come i soldi, come la slealtà,
come chi volta le spalle e se ne va.

Ma lascia stare
e non mi coinvolgere mai più,
se ti riesce.
Ti ho spiegato,
sempre nulla hai capito; e ormai
non c'è altra opportunità.
E sappi bene che
non avrò blandizie da vendere, non a te

Ti odio: tutto qua
Come i soldi, la disonestà
e chi giudica con ottusa vanità.

Non c'è volontà di comprendere
e questo corrompe la società,
cui riesce più semplice credere
che i buoni son qua e i cattivi là

In "A chi succhia" ascoltiamo una livorosa dichiarazione di inimicizia verso qualcuno che ha tradito fiducia ed ha "sparlato" anche troppo, dopo aver preso molto. Alcuni, non senza un barlume di ragione, sostengono si tratti di una invettiva contro l'improvvisa, volontaria dipartita di Dan Solo. Spetta all'ascoltatore leggere tra le righe i motivi del brusco addio.


IL SOLITARIO

Il solitario, in assenza di loquacità
è avvoltolato in un enigma,
siede pensoso al limite della realtà
accavallando le sue lungha gambe.

Lo puoi notare perchè è un indecifrabile

Porta il suo sguardo negli accessi cosa non si sa
e li pervade di fascino;
si tocca il mento e si schermisce alla gestualità
di chi sta accanto e lo incomoda.

Lo puoi giurare in sintonia con i fatti suoi,
quand'anche siano sostanzialmente guai,
perchè nel suo mondo è pace
ed è per questo che lui lo abita.

Il solitario, in gran miseria di calorosità,
sta bene al largo di un dilemma che prima o poi avrà
e non si chiede come tutta la faccenda finirà.
No: non si chiede come finirà.

E non si chiede se l'amore che non dà
si vestirebbe un giorno di fatalità
(Lo stesso amore che non prende
e che vestito a lutto a prenderlo verrà;
lo stesso amore che non prende
e che, bellissimo, a prenderlo verrà)

"Il solitario" risulta avere un profilo misterioso ed enigmatico. Ritratto autobiografico (si parla di lunghe gambe accavallate) o forse lo schizzo di un artista o di una persona cara, o forse ancora la precisa "fotografia" di una figura paradigmatica: quella del solitario, appunto. Compare qui per la prima volta – tema ripreso anche ne "La lira di Narciso" e ne "I poeti" – una sorta di impossibilità di amare: "E non si chiede se l'amore che non dà si vestirebbe un giorno di fatalità". Questo amore non corrisposto pare si oggettivizzi in un qualche cosa "vestito di fatalità" che, "vestito a lutto", un giorno "a prenderlo verrà", come nella più cupa vendetta. Viene in mente "verrà la morte ed avrà i tuoi occhi", di pavesiana memoria. In ogni caso, un'immagine ricercatissima ed immaginifica. Ognuno vi vedrà chi vuole.


BELLEZZA

Noi sereni e semplici o cupi ed acidi,
noi puri e candidi o un po' colpevoli
per voglie che ardono:

noi cerchiamo la bellezza ovunque.

E noi compresi e amabili o offesi e succubi
di demoni e lupi, noi forti ed abili
o spenti all'angolo:

Noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E passiamo spesso il tempo così,
senza utilità (quella che piace a voi)
senza utilità (perché non serve a noi)

"Bellezza" è un testo scarno e bellissimo, appunto. Bello quel "cercare la bellezza ovunque senza utilità", "quella che piace a voi". Pare riecheggi ancora una volta l'idea di contrapposizione tra un mondo di bellezza e pensata sofferenza al mondo utile e prosaico della "schiera degli insensibili".


POETI

Sono il tuo poeta e scendo le acque erratiche e limpide
di una venerazione-fiume, senza temere le rapide.
Son sul flusso che mi ti porta e sto sdraiato a naso in su:
quando alla baia la barca è giunta a braccia aperte ci sei tu.

Ohh, amami quanto vuoi:
scintillerò di rime in fondo agli occhi tuoi.
Ohh, tu vieni dentro ai miei:
quel che troverai è quello che tu sei per me in ogni istante.

"Un mio gioco di sillabe ti illuse" il gran poeta fissò,
ma non fra le deluse con "l'onesto rifiuto" ti metterò.
Passeremo minuti ed ore nell'ardore più complice.
Amorevole amore illuso: sillaberemo le coccole.

Ohh, amami quanto vuoi:
scintillerò di rime in fondo agli occhi tuoi.
Ohh, tu vieni dentro ai miei:
quel che troverai è quello che tu sei per me in ogni istante.

Non mi chiedere amore che non credo sia tempo di guerra per me.
Se ho bisogno d'amore non vuol dire che amo l'idea di te.
Mi dispiace, tesoro io non ho alcun progetto per noi.
Sto bene come sto. Se è una colpa un giorno la pagherò

Ohh, amami quanto vuoi:
scintillerò di rime in fondo agli occhi tuoi.
Ohh, tu vieni dentro ai miei:
quel che troverai è quello che tu sei....

o quel che non sei più.

Ne "I Poeti" emerge una sorta di peana levato alla poesia ed alla figura del poeta, con correlata citazione di G. Gozzano, poeta crepuscolare: "Un mio gioco di sillabe t'illuse". Come illusorio, si immagina, è il rapporto che l'autore intrattiene con una donna cui non può però corrispondere vero amore ("Non mi chiedere amore che non credo sia tempo di guerra per me"). Anche Gozzano-Godano (l'assonanza è voluta?) pare illudere con le sue rime una figura femminile di non particolare rilevanza o di comica inutilità.


AMEN

In sella a un vuoto fatale,
negli occhi un'ombra ferale,
il guitto dell'anima va
in giro per la città.

E di sventura esemplare
il suo ronzino spettrale
è immagine tragica
in scena patetica.

Un soffio di spirito, per carità!
Un soffio... gli basterà...
Amen. Amen. Amen.

Per strade ostili e ben dure,
scansando sguardi e andature,
parlando con fisime
in tono d'acredine,

fuggendo false paure,
e nascondendosi pure,
il guitto dell'anima va
braccato dalla città.

Un soffio di spirito, per carità!
Un soffio... gli basterà...
Amen. Amen. Amen.

Ma quando cala la sera
e abbuia la città intera
rubente s'illumina
d'immensa ebetudine.

E di destino segnato
il suo ronzino sfigato
è immagine comica
in scena drammatica

E affronta assurde paure
in nebulose avventure
il guitto dell'anima
che sbronzo si spegnerà.

Un goccio di spirito, per carità!
Un goccio... gli basterà...
Amen. Amen. Amen.

"Amen". Strepitosa citazione del malinconico Don Chisciotte di Cervantes, attempato cavalier errante fuori tempo massimo, visionario e scombinato, in groppa ad un povero ronzino (Ronzinante, infatti, il nome). Rievocazione delle sue avventure scombinate, quasi sempre contraddistinte da sberleffi e canzonature. Bellissima l'immagine del "guitto dell'anima". In ogni caso in questo testo sembra riecheggiare una delle interpretazioni più belle e drammatiche del Don Chisciotte: ovvero la figura tragica e scombinata del puro idealista che preferisce un mondo di follia autoorganizzata ad una realtà cruda e senza bellezza. Struggente il finale incentrato sul "guitto dell'anima che sbronzo si spegnerà". Analogamente, alla fine del romanzo, dopo innumerevoli peripezie, Don Chisciotte morirà nel suo letto, quasi minato dalla sua stessa ossessione cavalleresca appresa dai libri. L'Hidalgo della Mancia morirà proprio dopo avere – paradossalmente – riacquistato il senno, come a figurare la sua incapacità a sopravvivere in una realtà grama e senza Dulcinee da amare e difendere.


IL SORRISO

Sono entrato nel suo sorriso una sera grigio-scura e monotona.
Il brusìo del mondo vociava qua e là, indistitno ed ignorabile.
Stavo dietro a un pensiero dal passo sciancato e ci zoppicavo insieme ormai,
quando quella bellezza si è messa tra noi, ed ha acceso l'impensabile.

Ed ora so ch'era la primavera (in un sorriso... rinascere...)
dai mille fiori dei suoi modi amabili.
E in quel calore e nella sua raggièra (in un sorriso... rinascere...)
ho percepito che un sorriso ha una forza piena.

Uhh, se il mondo lo sapesse
Uhh, se il mondo ne scoppiasse

Sono uscito dal suo sorriso che si era insinuata, carezzevole,
la magìa di istanti di serenità pure ed immaginifica;
e l'uggiosaa andatura di quella sera inseguita dai fastidi miei
ha ceduto il suo passo alla chiarità di un'intesa inesprimibile.

Ed ora so ch'era la primavera (in un sorriso... rinascere...)
dai mille fiori dei suoi modi amabili.
E in quel calore e nella sua raggièra (in un sorriso... rinascere...)
ho percepito che un sorriso ha una forza piena.
E in quell'ebbrezza di fragranza vera (in un sorriso... rinascere...)
ho ben capito che un sorriso può fare molto.

Uhh, se il mondo lo sapesse
Uhh, se il mondo ne scoppiasse
Uhh, se una canzone avesse...

"Il sorriso". Un momento d'illuminazione beata – quasi un satori – scovato nella "chiarità" di un semplice sorriso (di nuovo cercare la bellezza ovunque) proprio mentre il protagonista "stava dietro ad un pensiero dal passo sciancato". Una rivelazione, quindi, improvvisa ed inaspettata.


L'INGANNO

Ti avvicinasti piano
col pathos di un notturno:
sotto il sole un pieno di gente,
ma si fece buio presto intorno.

E avvinti e immemori ci baciammo; e poi...
qual ghigno ingenerò l'inganno!

Te ne andasti come fumo
in fosforescenti spire,
ma non c'era più nessuno attorno,
al risveglio della luce. E infine

avvinto e immemore mi addormentai.
Ma quante risa, poi, giù nel sonno!

"L'inganno". Pezzo semiserio su di una storia (di una notte?) che non cela alcuna prospettiva o senso. Le risa finali parrebbero fare capire chi inganna chi. L'incedere del pezzo è cupo, il testo pare sottilmente ironico.


LA LIRA DI NARCISO

Un anno di
narcisi e solitudine
specchiandomi
nella mia finitudine,

sporgendomi
su quella viva fissità
che ad ogni respiro moriva un po'
in concentriche

delucidazioni
e fuggevoli illuminazioni.

E in essa tu,
ninfea di bianco fascino,
che aprendoti
sul lago delle vanità

ti apristi a me, perduto in
una sola immagine
vibrante ad ogni sospiro.
E bella e fragile.

Ci guardammo e ci ascoltammo:
silenzi e parole a corredo fecondo del testo della seduzione
e il suono segreto delle brame a musicare la scena.
Poi finalmente un dì ti presi fra le mani
e le tue foglie si adagiarono sui miei palmi
ma il soffio della vita e il suo schiaffo ti fecero presto volare via

Ed ora, qui,
nessun profumo sa di te.
Non ci sei più.
Nell'acqua ciò che è intorno a me
si specchia con me
riflesso in un'immagine
che si anima di quello che anima me.

Resterò qui
un anno, un altro... e quanti più...
specchiandomi
ovunque dove eri tu.
E intorno a me
narcisi e quietudine
e tutto ciò che si anima di quello che anima me.

"La lira di Narciso". Composizione, appunto, molto lirica. Pare una rievocazione di un incontro fuggevole e importante – bellissimo il parlato in mezzo – tra Narciso e una ninfa. È evidente il richiamo mitologico al bellissimo semidio che non volle mai ricambiare l'amore che le donne gli donarono, finendo per annegare, ammaliato dalla propria immagine. I riferimenti autobiografici paiono molti (questo Narciso brandisce una lira Fender che l'originale non aveva), ed in questo caso la ninfa è stata portata via "dallo schiaffo della vita". Fuori del mito, questo Narciso pare rimanere solo a contemplare se stesso contro la sua volontà. Come nei già citati "I poeti" e ne "Il solitario" ritorna quest'idea dell'amore che si vendica di chi non sa o non vuole corrisponderlo, una sorta di nemesi infallibile ed Erinni tarda punitrice.


LA COGNIZIONE DEL DOLORE

Lei si stupì e restò arresa alla brutalità di un impeto infernale
che lui rigurgitò con abominevole irascibilità rituale.

(E' un bravo figlio, ma no... non è facile capacitarsene.
Una madre può, con l'amore formidabile che è in lei)

Poi sbiancò e cascò nell'impossibilità di muoversi o parlare,
gli occhi in fissità sull'indefinibile abisso di afflizione universale.

(E' un bravo figlio, ma no... non è facile capacitarsene
Una madre può, con l'amore formidabile che è in lei)

Lenta un giorno apparirà, rossa piaga apparirà,
la cognizione di un dolore miserevole.
E lenta un giorno crescerà, e cancrena si farà,
la cognizione di un dolore deprecabile.
E lenta un giorno fiorirà, e tumore diverrà,
la cognizione del dolore.

E più grande di ogni colpa avrà inviolabile sovranità
su chi non potrà più vivere felice, mai.
E più d'ogni colpa porterà al verdetto della verità:
"pagherai scrivendone".

"La Cognizione del Dolore". Geniale ed esplicito richiamo al Romanzo di C.E. Gadda. Romanzo autobiografico – soffuso di realismo magico - che traspone nell'immaginaria provincia sudamericana del Maradagal la Brianza dell'autore e ripercorre il rapporto nervrotico e ambivalente del protagonista con la madre, narrando del nauseante "male invisibile" o "male oscuro" (e della sua scoperta) che avvolge l'intera gretta società borghese d'epoca fascista. È proprio la consapevolezza di questo male di vivere – chiamatelo come volete! – che apparirà "un giorno" al protagonista come un "tumore" o una "rossa piaga".


NEL PEGGIO

Essendo che finì dritto nel peggio
in quell'istante dall'indicibile odore,
d'esser carcassa per marcescente ormeggio
s'accorse con assai dolente stupore.

Al porto dei rottami presi in ostaggio
da un vento grato solo a qualche uccello
capì che non era un sogno nè un miraggio
all'urto con la banchina e al duro scrollo.

Denso il mare che no, non ondeggia più (DERIVA!)
limaccioso come un vizio e niente più (FINITA!)
Denso il mare che no, non disperde più (DERIVA!)
paludoso e osceno stagno, niente più (FINITA!)

Sentì una falla aprirsi e captò un dileggio,
come ci fosse alcuno al suo tracollo.
La chiglia del suo charme (un guscio greggio)
lo dette in pasto a un mare mai satollo.

Denso il mare che no, non ondeggia più (DERIVA!)
limaccioso come un vizio e niente più (FINITA!)
Denso il mare che no, non disperde più (DERIVA!)
paludoso e osceno stagno, niente più (FINITA!)

E si laciò succhiare da quel peggio
con una smorfia di vacuo splendore
legandosi a quel marcescente ormeggio:
impiccato! (senza mostrar dolore)

Ma poi la corda, marcia, si sfilacciò.
La presa al collo lentamente allentò.
L'abietto si staccò sprofondando
per toccare tristemente il fondo.

"Nel peggio". Testo originariamente presente in ACAU di Marok, disco marinaro con pesci assortiti in copertina, col titolo di "Deriva Finita", "Nel Peggio" è stata in parte reinventata. Conoscendo la fascinazione dell'autore per la poesia e la letteratura, il pezzo potrebbe essere ispirato alla "Ballata del Vecchio Marinaio" di Samuel Coleridge. Poeta metafisico e romantico inglese, Coleridge racconta di una terrificante avventura occorsa ad un vecchio marinaio e al suo equipaggio, travolto in una agghiacciante bonaccia, in un mare putrefatto e insidioso, colmo di mostri e visioni. Il tutto a causa della malaugurata uccisione di un albatross inerme da parte dell''equipaggio. Dopo il gesto inconsulto la nave cade una terribile bonaccia che sarà espiata solo col naufragio finale (una deriva finita, quindi).
In definitiva un'opera (perché non è solo un disco) di struggente liricità. Testi mai ripetivi, sofferti e sicuramente lavorati col "bulino" in un estenuante lavoro di cesellatura. Chi ha orecchie per intendere e cuore per godere di quest'arte non se la faccia scappare.

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