Non mi ricordo cosa stavo facendo il giorno in cui è morto Elliott Smith. Probabilmente nemmeno sapevo chi fosse. Nel 2003 avevo 17 anni e mi ero appena approcciato all'indie-rock. Però mi ricordo cosa stavo facendo il giorno in cui è morto Vic Chesnutt. Mi ha tolto anche quella poca voglia che avevo di festeggiare. Ironia della sorte. Questo non vuole essere uno stupido e lacrimevole coccodrillo. L'uomo Vic non ne ha bisogno. Un uomo che ha comunque mantenuto una dignità e una coerenza da far impallidire. Un cantautore davanti al quale bisognava solo togliersi il cappello. Mi mancherà. Probabilmente era il più "forte" della sua generazione. Il più straziante. Quello con più cose da dire.
Chiaro che le classifiche riportino At the Cut nei primi posti. Non è paraculismo, semplicemente giusto tributo ad un album della madonna che sarebbe stato comunque in cima a tutte le playlist di ogni ascoltatore con un minimo di cuore, cervello, orecchio e sensibilità. Il resto è dietrologia da mentecatto.
Considerando come le classifiche siano relative, per me entrare nei "10" vuol dire assicurarsi il passaporto per essere ascoltati in eterno. Ma se alla fine tutto si risolve in questioni di mera soggettività, la palma del mio disco dell'anno va a The First Days of Spring degli inglesi Noah and the Whale. Una scelta “politica”. La loro musica, un folk-pop acustico ed evocativo, è fatta di grandi suggestioni e - cosa più importante - grandissime canzoni. Un viaggio nella tradizione capace di giocare con Nick Drake e Belle & Sebastian. Mi ricordano i Guillemots, ma molto più bravi. Con molte più cose da dire e un immaginario - quello relativo alle pellicole dei registi americani Wes Anderson e Noah Baumbach - che mi rappresenta molto di più.
(trailer del film The First Days of Spring, allegato al disco)
A concludere, menzione d'onore al rock scassone dei Japandroids e gli arabeschi di chitarra dei Polvo, della classe dei songwriter Grant Lee Phillips e Willy Vlautin (la cui You can move back here va dritta nelle canzoni dell'anno), alla riscoperta delle radici dei sorprendenti Low Anthem, alla conferma - ormai di routine - dei Wilco, alle distorsioni nineties dei Silversun Pickups, per i quali sempre sarò di parte, e alla gioia pop dei Phoenix. Questi ultimi sorprendenti animali da palcoscenico.
Anche per quanto riguarda il cinema, vale il discorso fatto per la musica. Le posizioni sono relative. Spesso è pura politica. Per dire, a me Wes Anderson piacerebbe pure riprendesse sua madre fare le faccende di casa per due ore (ehi, ma forse l’ha fatto…). Fatto sta che Fantastic Mr. Fox sia effettivamente un grandissimo film che non solo reimposta i canoni dello stop-motion, ma riesce a fare un discorso preciso sul cinema di Anderson ritornando nei luoghi dei Tenenbaum dopo le parentesi sottomarine e indiane. The Wrestler ha il finale più bello degli ultimi dieci anni di cinema e un Mickey Rourke da lacrime (oltre a chiudersi sull’unica canzone decente dell’ultimo schifosissimo album di Springsteen). Michael Mann ha tirato fuori l’ennesimo capolavoro d’autore che mi ha spinto ad urlare di gioia da solo in sala così come penso di essere l’unico ad aver apprezzato oltremisura Nel paese delle creature selvagge. Anche con Jonze sono di parte.
Ho già ricevuto lamentele sulle posizioni troppo basse destinate a Tarantino e Eastwood. Ora. Se la classifica personale dev’essere tale, allora va detto che più i film sono in alto, più ho voglia di rivederli. Ok, Bastardi senza gloria l’ho già visto due volte in sala e sicuramente mi prenderò il dvd, ma forse adesso ho bisogno di altro pur essendo un grandissimo film e – forse – il Tarantino che ho goduto di più. Gran Torino, invece, così come Two Lovers, è cresciuto dentro giorno dopo giorno. A Serious Man, invece, è una raffica di pugni nello stomaco. Quando i Coen fanno centro, sanno lasciare senza fiato. E poi ha i migliori titoli di testa dell’anno. Chi altri, penso io, avrebbero pensato ai Jefferson Airplane in un contesto del genere e in un anno di vuote celebrazioni per Woodstock (ogni riferimento a quel film di merda di Ang Lee è voluto).
Chiude una doppietta indie-giovane con Breaking Upwards, film “da festival” che consiglio a tutti di procurarsi in quanto variazione sul tema della fine di una storia in maniera furba, sentita, onesta e bella da vedere e Adventureland. Strepitosa biografia sulla fine dell’adolescenza con una Kirsten Stewart lontana dalla rovina vampiresca e la maglietta degli Hüsker Dü.