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Folk 2005 di Raffaele Meale

THAT'S ALL, FOLK!

Il 2005 se ne va, portandosi con sè le sue perle e le sue delusioni senza fare eccezione alcuna.

Trovarsi a parlare dell'annata incentrando tutto l'intero discorso sulle derive folk che tanta parte stanno avendo negli equilibri musicali contemporanei - l'anno scorso innalzai peana senza vergogne per il dittico partorito da Devendra Banhart - non è poi così semplice: c'è viva la preoccupazione di lasciar fuori qualcuno, di non riuscire realmente a gettare uno sguardo a trecentosessanta gradi sull'argomento. Ciononostante, bando alle ciance, accettiamo la sfida e apriamo le danze. Partendo proprio da quella che fu la sorpresa più piacevole del 2004 e si risolve essere la delusione più crudele del 2005: "Cripple Crow" di Devendra Banhart è la dimostrazione di un genio, sì, ma di un genio piuttosto stanco e sbalestrato; mettere in circolo tre album in appena un anno e uno sputo non sarebbe poco per nessuno, se poi ci aggiungete che il ragazzo ha la dannata mania di dilungarsi nei suoi lavori capirete bene come il dio della continuità debba essere stato oberato di lavoro a star dietro a questo freak dal nome esotico e hippie. Così il risultato, sotto gli occhi di tutti, è quello di un mucchio di canzoni neanche brutte - anzi, un paio dimostrano pienamente la grandezza dell'ispirazione compositiva di Banhart - ma che iniziano vorticosamente a girare a vuoto. Nella speranza che sia stato solo un incidente di percorso, consiglio al buon Devendra (che dal vivo mi ha ammaliato ancora una volta, in concerto a Villa Ada) di prendersi una piccola pausa: nessuno gli corre dietro e gli impone di regalare al mercato qualsiasi cosa gli frulli per la mente. L'aver citato il concerto della scorsa estate mi permette di passare direttamente agli universi musicali che gravitano intorno all'autore di "Rejoicing in the Hands". I nomi sono presto fatti: Entrance, Cocorosie, in parte Vashti Bunyan.

Il primo, personaggio folle - visto di spalla a Banhart nel concerto citato in precedenza -, si è concesso in "Wandering Stranger" la libertà di costruire uno degli album " blues più anacronisticamente affascinanti degli ultimi anni", come scrive Hamilton Santià; la sua vena iconoclasta e assolutamente priva di compromessi con il mondo della musica commerciale gli fa estrarre dal cappello un miscuglio di canzoni refrattarie eppure cariche di fascino, quasi trogloditiche nella loro primaria essenza. La musica, liberata dai (pre)concetti che la vogliono logica, si esprime come corpo a sè, anima di un mondo morto rimasto a fluttuare come fantasma nel limbo della nostra contemporaneità.

Le CocoRosie hanno sfornato un secondo album che è, almeno in parte, la copia carbone dell'esordio "La maison de mon reve": questo sta a significare che il risultato finale è comunque soddisfacente, ma non può oramai più contare sul fattore sorpresa. Il folk, che nel calderone acceso dalle due sorelline Casady diventa elemento da mescolare a pratiche più direttamente legate alla modernità, vive leggermente in questo "Noah's Ark", grazie anche alle collaborazioni esterne e a quell'aria da chansonnier in vacanza sulle rive del Delta che il duo ha sempre avuto. Nulla di straordinariamente memorabile, forse, ma al sottoscritto la formula ipotizzata dalle CocoRosie continua ad ammaliare. Per quanto riguarda Vashti Bunyan invece bisogna fare un discorso diverso, che parte da molto lontano e per l'esattezza da quel 1969 che vide il parto di "Just Another Diamond Day", esordio di questa cantante dalla voce fatata ed eterea: il ritorno sulle scene fu affidato l'anno scorso alla comparsata in "Rejoicing in the Hands", per poi poter approdare al bell'EP "Prospect Hummer" condiviso con gli Animal Collective (di cui parlerò fra poco) e soprattutto all'atteso secondo album come solista. "Lookaftering" è la messa in scena di un universo che non era mai realmente scomparso, celandosi sì agli occhi e alle orecchie del grande pubblico ma rimanendo attivo sottoterra, fino alla deflagrazione dovuta alla rivalutazione totale del genere - di cui hanno approfittato anche altri artisti, su tutti il Gary Higgins che grazie alla cover di Ben Chasny/Six Organs of Admittance nel suo splendido "School of the Flower", ha visto tornare di moda il proprio nome -. "Lookaftering" è un album tangibile e immateriale allo stesso tempo, talmente lontano dalle lusinghe della nostra civiltà da apparire quasi alieno.

L'esatto opposto di "Feels", ultima fatica degli Animal Collective, e progressivo avvicinamento della band a una musica di impatto decisamente più immediato rispetto al passato; sono lontani i tempi di "Here Comes the Indian", capolavoro di Panda Bear e soci, ora il folk si è fatto meno psichedelico, pur contenendo sempre al suo interno rimasugli di schizzata follia. Certo è che la classe non è proverbialmente acqua e un brano come "Grass" è lì a dimostrarcelo inequivocabilmente.

Ma gli Animal Collective non sono un caso isolato, rappresentano altresì la punta dell'iceberg di un intero movimento in rotta di avvicinamento ai lidi assolati del pop: ne sono prova inequivocabile "Life & Love in Sparrow's Meadow" degli Skygreen Leopards, "Flags of the Sacred Harp" dei Jackie-O Motherfucker, "Lepidoptera" di Fursaxa (uno dei nomi a me più cari, da quando ho posato le orecchie sulle straordinarie armonie bucoliche di "Mandrake"), solo per citare gli episodi più significativi. Ma non si scambi questa ricerca della semplicità - a volte tra l'altro molto più apparente di quanto sembri - per uno svendersi al pubblico di bocca buona; i tre lavori citati sono tutti e tre estremamente rimarchevoli, a dimostrazione di una ricchezza espressiva che non andrebbe mai sottovalutata.

Il neo-folk, psycho-folk o come accidenti preferite chiamarlo ha oramai rotto gli argini e pretende un posto d'onore anche nella commercializzazione della musica: se questo sia un bene o un male potremo giudicarlo realmente solo tra qualche anno. Quello che è certo è che il fenomeno è in espansione e inizia già a permettersi il lusso di far uscire materiale inedito tutt'altro che indispensabile, come quello raccolto da Banhart e Bianca Casady in "Enlightened Family", antologia discutibile da un punto di vista artistico che accoglie comunque i nomi più disparati da Jana Hunter a Diana Cluck (stakanovista di questo 2005 con ben due album - il terzo è uscito ai primi vagiti del 2006 -, "Oh Vanille/Ova Nille" e "Countless Times") passando per gli Island Folk Lore e i Metallic Falcons.

Chi sembra allontanarsi invece sempre di più dalle luci della ribalta per proseguire in solitaria il suo percorso musicale è il buon Phil Elvrum che dopo essersi gettato alle spalle il moniker Microphones ha assunto quello di Mount Eerie, in onore al suo indiscutibile capolavoro targato 2003: "Singers LP" e "No Flashlight" (accompagnato dal folle "The Drums from No Flashlight", come da titolo esclusivamente riservato all'aspetto percussivo della sua musica) sono due immersioni a grado zero nel mondo delineato nel corso degli anni dall'ex-Old Time Relijun. Non esistono più compromessi possibili per Elvrum, non c'è più la reale possibilità di una cucitura delle suture procurate dalla sua musica. Il suo volto assomiglia sempre di più a quello di un Neil Young schizofrenico - a proposito, quanto si sente il peso degli anni e la mancanza di una reale ispirazione nel suo recente "Prairie Wind", trentatreesimo album di un'onoratissima carriera -, e non si sa quanto sia giusto parlare di semplice folk quando si ha a che fare con un genio talmente poliedrico e inafferrabile.

Così come Elvrum anche Conor Oberst aka Bright Eyes ha dato alla luce una coppia di gemelli durante il 2005 - anzi, il parto è stato addirittura trigemino, se si considera il live "Motion Sickness" uscito alla fine dell'anno -, ma se il folk è chiaramente la base portante di "I'm Wide Awake, It's Morning" lo stesso non si può dire di "Digital Ash in a Digital Urn" dove è il rock classico la matrice di partenza: comunque nel complesso due buoni lavori, nessuno dei due da strapparsi i capelli e probabilmente impossibilitati a lasciare un segno indelebile nella musica contemporanea. A conti fatti la mia preferenza personale va a "I'm Wide Awake, It's Morning"; questo solo per la cronaca. Se esiste un'etichetta che si è eletta madrina del folk quella è sicuramente la Young God di Michael Gira: proprio lui, con il suo progetto Angels of Light, ha dato il via alle danze con "Angels of Light Sings 'Other People'", lavoro di maniera composto comunque con straordinaria classe. Il risultato è cristallino, per quanto inferiore allo standard a cui il vecchio leader degli Swans ci aveva abituato, e rispetto ai lanci di pomodori ricevuti da buona parte della critica - anche nostrana, nonostante il nome di Gira continui a essere privilegio di pochi in Italia - io mi sento in dovere di difendere il risultato finale, anche grazie a perle nascoste come "Simon is Stronger Than Us". Ma il vero pezzo da novanta della scuderia statunitense è l'esordio omonimo degli Akron/Family, dove la purezza dello standard (ri)vive con una forza sbalorditiva senza diventare mai maniera, senza sapere mai di muffa. Uno degli album dell'anno, per quanto mi riguarda, come potrete leggere nella scheda della top ten. Il terzo tassello della Young God è l'album dei Mi and l'Au, due franco/finlandese composto da Mira (Mi) e Laurence (l'Au): questo esordio omonimo fa rivivere, senza affidarsi alla prassi freak di buona parte dei loro colleghi d'oltreoceano - ovviamente Animal Collective, Banhart, Black Forest/Black Sea, ma anche episodi meno lucenti come il Nick Castro di "Further From Grace" -, atmosfere ovattate, personali, quasi sussurrate, in un album che è una vera e propria carezza. Uscito a fine anno è stato il simbolo dell'inverno messo in musica, quell'inverno ideale in cui la neve cade fino a sommergere tutto e ci si rifugia nelle baite ad ascoltare racconti davanti al camino e ad addormentarsi per terra, infagottati in una coperta di pelle. Vabbè, ognuno ha i deliqui che mi merita, o no?

Nel discorso sulle etichette che vale la pena citare per il loro interessamento al genere si torna volenti o nolenti a parlare di Bianca Casady e Devendra Banhart: la prima, con lo pseudonimo Red Bone Slim divide con Shimko la guida della Voodoo-Eros, piccola label newyorchese che ha prodotto quest'anno i già citati "Countless Times" della Cluck e la raccolta "Enlighted Family"; per quanto timido, è comunque un buon inizio. Il prolifico cantautore ha invece fondato, in compagnia di Andy Cabic dei Vetiver la Gnomonsong, che ha fatto uscire sul mercato "Blank Unstering Heirs of Doom" di Jana Hunter.
Tornando ai gruppi che mettono in pratica i dettami del folk o che quantomeno ne assorbono l'abc come non parlare di Sean Beam/Iron and Wine; quest'anno lo si è visto in solitaria dare alle stampe il bell'EP "Woman King" e in compagnia divertirsi - ma non divertire particolarmente - con i Calexico in "In the Reins" uscito per la Overcoat Recordings. Rimanendo nel campo - al giorno d'oggi vastissimo - dei moniker ecco Bill Callahan/Smog e il suo ultimo "A River Ain't Too Much To Love" (uscito come tradizione per la Drag City); l'ex ragazzo prodigio che ai tempi di "Julius Caesar" e "Wild Love" fece scalpore non ha più i guizzi che lo caratterizzarono come uno dei migliori songwriter in circolazione - ma parliamo di dieci anni e otto album fa! - ma continua a poter contare su una classe innata. Così, come da previsione, "A River Ain't Too Much To Love" non è un capolavoro e nemmeno un album essenziale per la nostra sopravvivenza ma ascoltarlo non fa mai male. Anzi. C'è poi Jason Molina il quale, svestiti i panni dei Songs:Ohia, affida le carte rimastegli nella manica alla sigla Magnolia Electric Co. dandosi fino all'eccesso ai suoi fan, con un album ottimo ("What Comes After the Blues") e un EP gradevole ma che lascia il tempo che trova ("Hard to Love a Man"). E c'è addirittura Dave Berman/Silver Jews, ovvero colui che tutti davano per smarrito (i più pessimisti anche per prossimo al suicidio) e che ha sfornato il non completamente riuscito "Tanglewood Numbers" - anche se Santià si è sbilanciato con termini ben più entusiastici dei miei -.

Insomma, chi più chi meno tutti hanno voluto dire la loro in questo duemilacinque: i grandi vecchi (già citati Young e Bunyan, ma dove lo mettete voi il Bruce Springsteen sempre uguale a sè di "Devils & Dust"? Io non me la sento di promuoverlo, ma i fan sfegatati sono andati in sollucchero) hanno ruggito non sempre con forza adeguata, i nuovi 'padri' (Bonnie 'Prince' Billy ad esempio, promosso sia in studio - "Superwolf", condiviso con Matt Sweeney - che live - "Summer in the Southeast" -, Smog, Magnolia Electric Co. e Iron and Wine, ma anche il Matt Elliott di "Drinking Songs", l'Andrew Bird di "Mysterious Production of Eggs", il Ryan Adams che ha sfornato addirittura tre titoli, francamente senza troppi perché) possono finalmente ereditare la carica di reggenti dai loro predecessori, i nuovi adepti (il Sufjan Stevens di "Illinois", lo straordinario Patrick Wolf di "Wind in the Wires", tanto per fare i due nomi più acclamati dalla critica - io personalmente prediligo di gran lunga il secondo -, gli ottimi esordienti Birch Book oppure Boduf Songs, ma anche il non compiuto "Picaresque" dei Decemberists) si sono fatti decisamente le ossa. Mentre intorno c'è il macrocosmo di chi sfrutta le dinamiche del folk per tracciare nuovi sentieri alla musica contemporanea: su tutti valga l'esempio dei sempre straordinari Xiu Xiu capitanati da Jamie Stewart che con "La foret" scoccano l'ennesimo dardo verso il cuore della musica, colpendo l'obiettivo, magari senza la precisione assoluta di "Knife Play", "A Promise" e "Fabulous Muscles", ma queste sono minuzie e mi interessano ben poco. Gli Xiu Xiu dunque, ma non solo: come tacere dei Low di "The Great Destroyer", degli Eels di "Blinking Lights and Other Revelations", del Lou Barlow di "Emoh", di "Metal Cares" dei giovani canadesi Picastro, il mitico Jandek di "Raining Down Diamonds" e "Khartoum" e soprattutto dell'esibizione live (sì, proprio lui che non si era mai mostrato in pubblico!) immortalata in "Glasgow Sunday"?

Ma se proprio dovessi scommettere su un nome nuovo ora, senza pensarci troppo, direi che gli Espers, dopo aver prodotto in due anni l'esordio omonimo e "The Weed Trees", promettono più che bene. In attesa di conferme, smentite, insulti, ripensamenti, congratulazioni, baci & abbracci, autodistruzione e memorie collegiali, ecco un piccolo ripasso per capire di chi ho parlato qui sopra:

AA.VV. - Enlightened Family (Voodoo-Eros)
Ryan Adams
- Cold Roses (Lost Highway)
Ryan Adams - Jacksonville City Nights (Lost Highway)
Ryan Adams - 29 (Lost Highway)
Akron/Family - Akron/Family (Young God)
Angels of Light - Angels of Light Sings 'Other People' (Young God)
Animal Collective - Feels (Fat Cat)
Devendra Banhart - Cripple Crow (XL Recordings)
Lou Barlow - Emoh (Domino)
Birch Book - Birch Book (Bluesanct Musak)
Andrew Bird - Mysterious Production of Eggs (Righteous Babe)
Boduf Songs - Boduf Songs (Kranky)
Bonnie 'Prince' Billy - Summer in the Southeast (Sea Note)
Bonnie 'Prince' Billy and Matt Sweeney - Superwolf (Domino)
Bright Eyes - Digital Ash in a Digital Urn (Saddle Creek)
Bright Eyes - I'm Wide Awake, It's Morning (Saddle Creek)
Bright Eyes - Motion Sickness (Saddle Creek)
Vashti Bunyan - Lookaftering (Fat Cat)
Nick Castro - Further From Grace (Strange Attractors)
Diana Cluck - Oh Vanille/Ova Nille (Important)
Diana Cluck - Countless Times (Voodoo-Eros)
CocoRosie - Noah's Ark (Touch & Go)
Decemberists
- Picaresque (Kill Rock Stars)
Eels - Blinking Lights and Other Revelations (Vagrant)
Matt Elliott - Drinking Songs (Ici d'Ailleurs)
Entrance - Wandering Stranger (Sketchbook)
Espers - The Weed Trees (Locust)
Fursaxa - Lepidoptera (ATP)
Iron & Wine - Woman King (Sub Pop)
Iron & Wine and Calexico - In the Reins (Overcoat Recordings)
Jana Hunter - Blank Unstering Heirs of Doom (Gnomonsong)
Jackie-O Motherfucker - Flags of the Sacred Harp (ATP)
Jandek - Raining Down Diamonds (Corwood)
Jandek - Glasgow Sunday (Corwood)
Jandek - Khartoum (Corwood)
Low - The Great Destroyer (Rough Trade)
Magnolia Electric Co. - What Comes After the Blues (Secretly Canadian)
Magnolia Electric Co. - Hard to Love a Man (Secretly Canadian)
Mi and l'Au - Mi and L'Au (Young God)
Mount Eerie - Singers LP (K Records)
Mount Eerie
- No Flashlight (K Records)
Picastro - Metal Cares (Polyvinyl)
Silver Jews - Tanglewood Numbers (Drag City)
Six Organs of Admittance - School of the Flower (Drag City)
Skygreen Leopards - Life & Love in Sparrow's Meadow (Jagjaguwar)
Smog - A River Ain't Too Much To Love (Drag City)
Bruce Springsteen - Devils & Dust (Sony)
Sufjan Stevens
- Illinois (Rough Trade)
Patrick Wolf - Wind in the Wires (Tomlab)
Xiu Xiu - La foret (5 Rue Christine)
Neil Young - Prairie Wind (Reprise)

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