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Elettronica
2005 di Paolo Bardelli
E così finisce che il migliore album del 2005
nel vasto mondo dell’elettronica (si è
consci dell’assoluta genericità e imprecisione
nel tratteggiare tale pianeta, ma ci è inevitabile
per essere onnicomprensivi), la galassia più
in movimento, più informe e fluida, quella che
dovrebbe essere di appannaggio dei diciottenni smanettoni
con le groove box e con il computer, è quello
di un gruppo che ha 25 anni di carriera sulle spalle:
i Depeche Mode. Disco a tinte electro-blues e
dark pop di grande intensità e classe il loro
“Playing The Angel”, come non erano né
“Exciter”
né “Ultra”. Ma è stato tempo
anche per l’esplodere dell’electroclash
degli LCD Soundsystem, seguiti sulla medesima
strada mista di citazione/reinvenzione degli Anni Ottanta
dai loro amici Soulwax (“Nite Versions”),
e di ritorni controversi di autentici punti di riferimento
come gli warpiani Autechre (“Untitled”)
e Boards Of Canada. Da entrambi probabilmente
ci si aspettava di più, ma al sottoscritto “The
Campfire Headphase” è piaciuto eccome.
Alla Corte del Re Sole, riposatisi in anno sabbatico
i prof. Air, hanno esercitato la docenza nella disco-danza
i Daft Punk con un “Human
After All” che ha diviso pubblico e critica.
Il kalporziano Meale, però, ha esultato e ha
chiuso la sua recensione con un bel “Evviva!”.
Sono spuntati peraltro un paio di nuovi cortigiani contendenti
all’insegnamento altrettanto techno e altrettanto
francese, tale Vitalic (“Ok Cowboy”)
su Pias e Jackson And His Computer Band (“Smash”)
su Warp, che hanno entusiasmato i più. Solo menzione
di uscita per la faccia più funky del french
touch dei Tahiti 80 (“Fosbury”) e
per quella più pop dei Télépopmusik
(“Angel Milk”).
Ma vogliamo davvero parlare di mostri sacri? Chemical
Brothers. “Push
The Button” ha lasciato più con l’acquolina
in bocca che soddisfatto la fame (chimica): sempre il
buon Meale lo ha definito “standard” e si
deve confermare il giudizio, anche se a parere di chi
scrive i Fratelli Chimici sono sempre stati dei campioni
nell’offrire tre/quattro pezzi epocali a cd e
il resto discreti brani gregari, e anche “Push
The Button” pare rientrare nel solco: i singoli
azzeccati ci sono (“Believe” su tutti)…
dunque? Rimaniamo in Inghilterra per citare le sperimentazioni
indietroniche di “Everything
Ecstatic” di Four Tet e, soprattutto,
l’alter ego di Damon Albarn Gorillaz, discreto
secondo album (“Demon Days”) con almeno
un brano stratosferico (“Dare”). Sempre
nomi noti alle prese con il “secondo difficile
album”: i Röyksopp ci hanno regalato
una riuscita prova con promessa di migliorarsi, “The
Understanding”. Solita eleganza trip-hip e
chill-out dei Thievery Corporation (“The
Cosmic Game”), mentre “Supernature”
degli ex fascinosi convertiti all’elettronica
Goldfrapp è stato messo impietosamente
nei bolliti dal fidato Paletta.
Passiamo ai veri e propri dj: il francese Laurent Garnier
ha spiazzato tutti con un “The Cloud Making Machine”
quasi ambient, sulla falsariga di roba alla Brian
Eno (tornato anch’esso con il suo disco definito
vocale “Another Day On Earth”), mentre
si sono riconfermati nei loro generi sia il dj olandese
che ha mixato in mondovisione alla Cerimonia d’Apertura
dei Giochi Olimpici, Tiësto, che il dj tedesco
Sven Vath: il primo con la sua trance di “In
Search Of Sunrise 4” e il secondo con la techno
di “The Sound Of Sixth Season”.
Italia? I Subsonica
con “Terrestre”
sono diventati meno alieni elettronici enfatizzando
il loro lato di umani con cuore e sangue – come
ci ha spiegato la regina Samantha – e si è
parlato un gran bene del pugliese Populous (“Queue
For Love”). Nuovo frontman ma uguale successo
hype per i Planet Funk (“The Illogical
Consequence”). Riconosciuto ma ormai forse logoro
Marco Passarani (“Sullen Look”).
Al momento in cui si scrive si sta metabolizzando la
spiazzante confusione ordinata di Mr. Oizo, che
lasciato il mitico pupazzo alla Levi’s si è
lanciato nel caleidoscopio computer music di
“Moustache (Half A Scissor)”, mentre già
digerito è l’ottimo must modaiolo di Madonna
(“Confessions
On A Dancefloor”) a cui ha collaborato Stuart
Price, anch’esso oggetto di ristampa nell’anno
con “Darkdancer” e il suo progetto Les
Rythmes Digitales.
E si vuole chiudere come si è iniziato, con
degli arzillissimi tirannosauri: i New Order
hanno ritentato a dare ordini nell’universo pop
incartato di elettronica, e ci sono riusciti solo in
parte ma hanno ruggito bene in alcune canzoni. Come
i Depeche hanno dimostrato di saper zittire –
solo che lo vogliano – i pischelli elettronici
più giovani. Quindi: più dentiere nell’elettronica,
nessun bisogno di badanti.
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Paolo
Bardelli Awards
Tra i 10 dischi dell'anno quello dei Blunoa,
pubblicato solo online dopo lo scioglimento della
band di Parma e qui recensito. Non solo musica
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