Poche emozioni nel 2004. Mi troverò in disaccordo
con molti kalporziani, ma il 2004 non è come
il maiale: se ne butta via una buona parte. Credevo
di fare veramente fatica a trovare dieci titoli, poi
tutto sommato qualcosa si può salvare. Più
che altro è l’assenza totale di una spinta
di un movimento musicale ben definito a preoccupare:
sparuti i picchi che attraversano generi trasversali
senza che si possa ben capire che “tempo musicale”
stiamo vivendo. Un piccolo humus uniformante
però mi sembra di averlo intravisto: l’elettronica.
Il nuovo rock del 2004, e ciò sarà
probabilmente ancora per qualche anno, non può
fare a meno dell’elettronica. Ben dosata, magari
non invasiva perché scindere il rock dalle chitarre
è blasfemo anche per un ateo, ma presente.
Quattro i titoli su tutti, che hanno distanziato anni
luce gli altri per la completezza e la maturità:
Kasabian perché è una sferzata
di vento pop-psycho inglese che ti porta via come la
bora, Blonde
Redhead perché la delicatezza nella disarmonia
è fregio di pochissimi, Soulwax perché
adesso sono loro il trait d’union tra distorsioni
e club culture, Air perché, se lo stile
si vendesse, loro potrebbero aprire un mercato.
Tra gli altri vorrei solo sottolinearne uno, ingiustamente
bistrattato dai soliti critici che fra una decina d’anni
torneranno sui loro passi: gli U2.
Per quella regola non scritta che ciò che è
vecchio di dieci anni è out mentre ciò
che ne ha venti torna di moda, un disco che suona quasi
come "Achtung Baby!", la loro miglior prova
da allora, viene tralasciato di principio. Da quegli
alternativi, come ha detto qualcuno, che incensano Devendra
Banhart poi magari fischiettano di nascosto “Vertigo”.
Buon 2005!
(Pierpaolo Bardelli)
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