L’amore ci strazierà.
Ian Curtis e il mito dei Joy Divison.
Nei giorni della (non)
uscità (in
Italia) del biopic su Ian Curtis uno speciale sulla
band che ha avuto il coraggio e la follia di lasciarsi
uccidere dalla propria musica.
“Mi fa rabbia che
(…) non si rendano conto del fatto che ogni volta
che Johnny soffre, va in prigione, vuole ammazzarsi,
dà fuoco a una materasso o corre nudo per i corridoi
di un albergo, sta pagando qualcosa per loro, sta
morendo per loro.” Julio Cortazar, “Il Persecutore”, 1964 (traduzione
di Cesco Vian)
“La sua vita è questa mancanza della
sua vita. Quando esso non mancasse più di niente- ma
fosse finito, perfetto: possedesse sé stesso, esso avrebbe
finito d’esistere.” Carlo Michelstaedter, “La persuasione e la rettorica”,
1913.
di Francesco
Giordani
Se si dovesse portare l’esempio
di un gruppo musicale che negli ultimi vent’anni
non ha mai cessato di essere perfettamente attuale
e in sintonia costante con il perpetuo rinnovarsi delle
mode e delle tendenze musicali, questo gruppo risponderebbe
quasi certamente al nome di Joy Division. Una band
che in fondo rappresenta ancor oggi una vistosa (a
tratti scandalosa) questione irrisolta nella storia
del rock, un abisso di senso per ampi tratti ancora
inesplorato, per quanto fondamentale nelle innovazioni
che ha saputo senza dubbio introdurre oltre e aldilà di
quel punk da cui originariamente (come vedremo) aveva
preso le mosse. Un patrimonio di inestimabile valore
e mistero quello dei Joy Divison, a cui forse, ancora
oggi, dobbiamo imparare ad essere del tutto e compiutamente
contemporanei. L’influenza che questo gruppo
ha esercitato nel tempo è stata infatti ed è tuttora
vastissima, estendendosi sia in direzione di gran parte
della new wave ad esso successiva (a cominciare dai
decisivi New Order, che nacquero dalle ceneri dei Joy
Division per opera dei tre membri superstiti) sia verso
lidi via via più lontani: l’epopea di
Madchester e la breve ma significativa parentesi della
stagione trip hop, così come anche, perlomeno
in certi aspetti, l’industrial e il post rock,
passando attraverso lo slow core, per giungere poi
alle pagine più recenti delle cronache musicali
che a cominciare da quel fatidico 2002 (anno di pubblicazione
dell’album
di debutto dei newyorchesi Interpol, “Turn
On The Bright Lights”) hanno registrato uno
stordente e massiccio ritorno d’interesse da
parte di pubblico e stampa per una musica sottilmente
dark e disturbata, direttamente ispirata alle vicissitudini
estetiche della new wave, che ha saputo trovare proprio
nei Joy Division e nella loro irripetibile storia (presto
sfumata in leggenda) una sorta di ossessivo feticcio
o mito fondante. Resta infatti difficilmente contestabile
che nei già citati Interpol, così come
nei Tv On The Radio o nei vari ed eventuali Editors,
Bloc Party, Maximo Park, Rakes, Cinematics, We Are
Scientists (in alcuni frangenti anche Arcade Fire e,
in un modo più sottile, Lcd Soundsystem) sia
possibile scorgere, tanto in certe scelte stilistiche
quanto nella costruzione del suono, quantomeno un vaga
impronta “alla Joy Division”. La ritmica
regolare ed ipnotica di Stephen Morris, il tratteggio
geometrico delle linee di basso di Peter Hook, ordinate
e nitide come punti di sutura tracciati da un’infallibile
graffettatrice meccanica, le chitarre di Bernard Sumner,
mobili e aperte come lame di luce sulla superficie
di una lastra metallica, fino alla voce di Ian Curtis,
fredda e catacombale quanto l’urlo di un fantasma
intrappolato e senza pace: tutto ciò è diventato
oggi patrimonio comune di molte bands contemporanee
di area anglo-americana (ma in fondo anche italiana)
e basta accendere la radio o sfogliare le pagine di
qualche rivista per rendersene conto. La domanda fondamentale è allora:
perché?
Forse la risposta a questa domanda
risiede paradossalmente nell’irriducibile unicità dei
Joy Division, nell’impossibilità assoluta
di poter creare o essere qualcosa di simile a loro.
Un ruolo centrale viene giocato in questo senso dal
cantante Ian Curtis e da un fatto di non certo secondaria
importanza, ovvero il suo tragico suicidio, avvenuto
a Manchester la notte del sabato 18 maggio 1980, all’età di
appena ventitrè anni, poco prima dell’inizio
della prima tournè americana del gruppo e a
pochissimi giorni della concomitante pubblicazione
da parte della Factory del disco “Closer”,
destinato per altro ad un incredibile successo di classifica
in Inghilterra. Questo tragico evento si colloca alla
fine di un percorso esistenziale che fin dall’inizio
era stato caratterizzato dalla drammatica e totale
incapacità da parte di Ian Curtis di porre un
qualche tipo di distanza e di autotutela psichica tra
sé e la propria musica. In altre parole nella
parabola di Curtis si annulla totalmente la differenza,
lo scarto necessario tra personaggio e persona, il
personaggio tende ad annullarsi nella persona e viceversa,
fino a far coincidere il volto e la maschera in un’identificazione
inevitabilmente tragica e irreversibile. È possibile
notare quest’aspetto decisivo già osservando
le movenze convulse e sconnesse di Curtis durante le
esibizioni live della band, in cui (sulla falsariga
dei sanguinari contorcimenti ai limiti del masochismo
dell’amatissimo maestro Iggy Pop) andava componendosi
una danza macabra che risulta ancor oggi davvero difficile
districare dalla violentissime crisi epilettiche di
cui Curtis soffriva. Non bisogna infatti dimenticare
che Curtis fu una persona gravemente malata: la prima
crisi epilettica si manifestò il 27 dicembre
1978, di ritorno da un concerto londinese, mentre uno
degli attacchi più violenti si verificò il
4 aprile 1980, mentre il gruppo di spostava da un locale
all’altro di Manchester per due concerti previsti
nella medesima serata, triste prologo del nerissimo
segmento di esibizioni tenute dai Joy Division nell’aprile
1980, periodo in cui Curtis (che tentò un primo
suicidio con un’overdose di fenorbital) fu più volte
costretto ad abbandonare il palco e a interrompere
le esibizioni, suscitando spesso risse furibonde tra
le file del pubblico. È una tentazione davvero
forte pensare che Curtis più che riprodurre
artificialmente sul palco le proprie crisi epilettiche
con un accorto esercizio di finzione (Curtis era del
resto un grande estimatore di David Bowie e Johnny
Rotten), in qualche modo abbia travasato il dramma
lancinante e l’irriducibile verità della
propria malattia all’interno dell’arte
dei Joy Division, trasformando la malattia in un’opera
d’arte e l’arte in una malattia, come se
a forza di mimare la serpentina spezzata di una epilessia
vagamente dionisiaca, Curtis sia poi diventato epilettico
davvero, ammalandosi (attraverso un inquietante
capovolgimento) del gioco che stava giocando. Del resto
per un breve periodo (e ben prima del manifestarsi
della sua epilessia) Curtis aveva lavorato in un ufficio
pubblico preposto al recupero e alla ricollocazione
professionale di disabili e malati di epilessia e aveva
avuto modo di documentarsi più o meno approfonditamente
sull’argomento.
La figura di questo cantante ad ogni modo entra a far
parte di quella genealogia “maledetta” che
attraversa tutta la storia della musica moderna, genealogia
composta, tra gli altri, da Robert Johnson, Charlie
Parker, Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi
Hendrix, Billie
Holiday, Johnny Cash, Chet Baker, Jaco Pastorious,
Syd Barrett, Rocky Erickson, Albert Ayler, Tim e Jeff
Buckley, Skip Spence, Nick
Drake, Lou
Reed, Jason Pierce,
Syd Vicious, Kurt Cobain, Elliott Smith fino forse
a
Nick Cave e
Daniel Johnston, tutti nomi accomunati dal lacerarsi
del labile e fragilissimo confine tra arte e vita,
tra musica e verità. Ian Curtis
ha incarnato lo slancio mortale della sua musica con
una radicalità e una verità così spietatamente
coerenti da morirne, ha osservato a tal punto la bellezza
della distruzione da diventarne parte, si è sporto
lungo il bordo del vulcano (nutrendosi della sua fiamma)
fino a precipitarvi dentro come Empedocle. Ed è proprio
questo a marcare la distanza più netta e invalicabile
tra i Joy Divison e i loro epigoni contemporanei: quale
gruppo tra quelli precedentemente menzionati si è infatti
spinto fino ad un punto così estremo di non
ritorno e totale identificazione con la propria arte?
Chi oggi ha il coraggio e la follia di lasciarsi
uccidere dalla propria musica?
Questo non è privo di
ricadute stilistiche sulla musica dei Joy Division,
che risulta come attraversata, intimamente ferita da
una tensione e da una frattura insanabili tra una volontà di
restare dentro la musica e un desiderio di andare oltre la musica, di costruire una musica così precisa
e fulminate da spingersi aldilà della musica
stessa: una vocazione (dai risvolti tragici) a dire
e pronunciare un “inesprimibile” che sgretola
e disgrega ogni tentativo di catturarlo, piegando la
musica al folle progetto di udire (e far udire) l’inaudito.
Questo scarto (questo “Passover”) è forse
una prerogativa di tutta la musica davvero grande ed è percepibile
in gran parte dei maggiori capolavori della band, in “Shadowplay”, “She’s
lost Control”, “Dead Souls”, “Trasmission”, “Atmosphere”, “Love
Will Tear Us Apart” fino all’album “Closer”,
gelido e richiuso su sé stesso e sul suo irresolubile
e perfetto cubo di rubik di nove canzoni come una lastra
tombale: creare una nuova musica (possibile) che sia
capace dell’impossibile. La grandezza dei Joy
Division è proprio quella di restituire frammenti
e schegge (“giochi d’ombra”) di quella
deflagrante bellezza in cui la musica riesce quasi
a sfiorare con la punta delle dita e a dire quello
che noi siamo veramente, al prezzo però di implodere
in un’afasia e in una saturazione appunto epilettiche,
che si contorcono nell’autismo e negli spasimi
di un silenzio contrito e urlante (e l’impossibilità tragica
dei Joy Divison può essere forse questa: un
tentare di dire il rumore, la
musica del silenzio).
Del resto una parabola del genere la si ritrova in
molto cosiddetto “post rock”, così come
nel percorso dei Radiohead, che forse non sono mai
stati messi troppo in rapporto con i Joy Division.
Fatto sta che la migliore esemplificazione della musica
dei mancuniani ce la fornisce forse la copertina del
loro primo album, “Unknown
Pleasures”:
la trascrizione dell’urlo (una richiesta d’aiuto?)
di una stella morente attraverso lo schema di linee
contorte di una spettrografia di Fourier, schema che
cerca di articolare l’incommensurabile fino a
lasciarsene distruggere. Tutte le cose appena dette
appaiono ancora più sensate se si pensa che
i Joy Division sono un “prodotto” e una
conseguenza della musica punk (tra l’altro i
membri del gruppo si conobbero per tre quarti ad un
concerto dei Six Pistols il 20 luglio 1976 al Free
Trade Hall di Manchester). Che cosa aveva compiuto
infatti il punk se non azzerare ogni ambizione salvifica
o missionaria della musica (una rabbiosa anti Summer
Of Love), producendo un vuoto pneumatico di valori
che più che in una ritrovata verginità finiva
con il confluire nella scoperta della grande menzogna
morale del mondo, musica compresa? Ebbene, non è un
caso allora che proprio i Joy Division abbiano avvertito,
a partire da questo vuoto, l’esigenza non trattabile
di attingere una pienezza e una verità, forse
una bellezza, ancora spendibili e incorrotte.
L’incapacità di
conciliare, di riunificate in un tutto armonico la
vita, l’impossibilità di trovare un senso
univoco all’esistenza e di coincidere con essa,
si riflette in modo ancora più inquietante nelle
vicissitudini di Ian Curtis e soprattutto nelle due
relazioni amorose che alla fine lo distrussero: quella
con Deborah, che Curtis sposò il 23 agosto 1975
e da cui ebbe una figlia, Natalie, il 16 aprile 1979,
e quella più contrastata con la giornalista
belga Annik Honorè, conosciuta a Bruxelles durante
un concerto dei Joy Division nell’ottobre 1979.
Una situazione insostenibile e tipicamente romantica
che raggiunge il suo culmine nella modalità scelta
da Curtis per il suo suicidio, l’impiccagione,
e che quasi predispone una scena ottocentesca, dostoijevskiana
(secondo accreditate testimonianze sul giradischi giaceva
una copia di “Idiot” di Iggy Pop, mentre
la televisione proiettava immagini di “La ballata
di Stroszek” di Werner Herzog) e che ripropone
ancora una volta la tragica tensione tra gli opposti
e l’incapacità di ricomporli. Anzi si
sarebbe tentati (forse lui stesso l’ha pensato)
di considerare il suicidio di Curtis il necessario
e rigoroso compimento della sua arte, un piccolo capolavoro
scenografico e romanzesco che in effetti ha saputo
consegnare il suo artefice alla storia, forse al mito.
L’insieme complesso e instabile di questi elementi
lo si ritrova più o meno completamente all’interno
di “Control”, pellicola firmata da Anton
Corbijn e presentata nel maggio di quest’anno
al sessantesimo festival di Cannes, dove è stata
accolta da entusiasmo e unanimi consensi. Il regista
olandese, apprezzato fotografo (si pensi al lavoro
con gli U2) e importante autore di videoclip di successo
(i Depeche Mode su tutti) è legato a doppio
filo al mito dei Joy Division, già a livello
biografico, se è vero che nel 1979, in seguito
all’uscita di “Unknown pleasures”,
decise di lasciare l’Olanda per seguire l’allora
nascente new wave inglese più da vicino, arrivando
a fotografare i Joy Division in diversi contesti, anche
durante le riprese del video di “Love will tear
us Apart”. Il film, basato sulla biografia di
Curtis scritta dalla moglie Deborah, “Touching
From A Distance” (traduzione italiana: “Così vicino,
così lontano”, edizioni Giunti) per una
precisa scelta del regista, che ha finanziato di tasca
propria la promozione della pellicola, non è stato
girato principalmente a Manchester ma a Nottingham,
città che ha mantenuto ancor oggi una forte
connotazione “industriale” e che nell’economia
narrativa del film (così come in fondo nella
musica stessa dei Joy Division) riveste un’importanza
inferiore solo a quella del protagonista stesso. Per
il ruolo di Curtis è stato scelto un attore
quasi esordiente, l’inglese Sam Riley che, oltre
a vantare una somiglianza fisica davvero notevole,
ha già interpretato Mark E. Smith dei Fall nel
film “24 Hour People Party” e milita attivamente
nella band 10,000 Things (per la colonna sonora ha
tra l’altro inciso insieme ad altri membri del
cast una versione di “Trasmission”). Alla
produzione del film hanno partecipato anche Tony Wilson,
fondatore dell’etichetta discografica Factory
che ha pubblicato diverso materiale dei Joy Division
e la stessa Deborah Curtis, interpretata dall’attrice
Samantha Morton. La vicenda umana e artista di Ian
Curtis e del suo gruppo viene ripercorsa in modo lineare
e disadorno fino al suo drammatico epilogo, attraverso
una narrazione tersa e al contempo partecipata, sostenuta
da un profondo pudore che evita le semplicistiche spettacolarizzazioni
tipiche del genere “biopic”, ma anche il
taglio troppo cronachistico dei documentari. Particolarmente
efficace risulta la scelta di un rigoroso e tesissimo
bianco e nero, il quale da un lato vuole, secondo la
visione di Corbijn, richiamarsi alla grafica delle
riviste musicali dell’epoca, e dall’altro
esemplifica alla perfezione l’irriducibile tensione
tra purezza assoluta e disperazione che tanta importanza
aveva rivestito nella ricerca musicale dei Joy Division,
arrivando a catturare lo spirito lacerato di un’epoca
intera. Nonostante l’apprezzamento di gran parte
della critica internazionale, purtroppo il film non
ha ancora trovato una distribuzione italiana.