di Paolo Bardelli 
Forse non ce n’era bisogno, dato
che la musica della più visionaria band dei nostri
tempi, i Radiohead, era già immaginifica di suo.
Però l’abbinamento visivo con l’opera
grafica e pittorica di Stanley Donwood fin dalla cover
di “The Bends” ha indubbiamente contribuito
ad alimentare il fascino della band di Oxford.
Donwood, al secolo Dan Rickwood, e Yorke si conoscono
sui banchi di scuola, o meglio di università.
Siamo ad Exter, entrambi sono allievi di arte. Thom
è fissato con Bacon e per dipingere usa solo
il rosso, il bianco e il nero. Donwood invece ama John
Constable, Robert Rauschenberg, Breugel, Bosch (vedi
intervista). Thom finisce l’università
nel ‘91 prendendo per il culo – è
letteralmente il caso di dirlo – i prof.: “Passai
allo scanner l’intera Cappella Sistina di Michelangelo
e la salvai su un hard disk; cambiai tutti i colori
e dissi che era opera mia” (1). Non chiama Stanley
per il progetto grafico del primo album “Pablo
Honey”, ma solo per il successivo “The
Bends”. In un modo forse ancora un po’
acerbo e non del tutto coerente, Donwood dà vita
visiva per “The Bends” ai temi della precarietà
umana e della meccanizzazione: in copertina l’immagine
di un manichino utilizzato per le lezioni anatomia preso
in prestito dal John Radcliff Hospital di Oxford (2),
nel booklet le interiora di un soldato, un uomo a cui
viene praticata la defibrillazione, immagini “mediche”
con un taglio post-urbano che si differenzia, ad esempio,
dall’artwork retrò degli atlanti
di medicina legale riportati in “Vitalogy”
dei Pearl Jam l’anno precedente (1994), e altre
più “moderniste” (una sala d’attesa
di un aeroporto, il globo della BBC delle prove di trasmissione,
ecc.),
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| Globo della
BBC nell’artwork di “The Bends”,
1995 |
che anticipano temi che saranno poi
superbamente rappresentati in “Ok
Computer”.
Per l’album del 1997, votato dai lettori della
storica rivista inglese “Q” come il miglior
disco di tutti i tempi, Donwood rappresenta in modo
vivido degli scorci di una moderna metropoli costruita
sulla velocità e sull’alienazione, governata
da segnali di allarme e attenzione tanto precisi quanto
contradditori, come se li avesse messi il Tyler di “Fight
Club” (libro di Palahniuk uscito, si badi bene,
l’anno prima, nel ‘96).
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| Cover del
singolo “Karma Police”, 1997 |
In ossequio al titolo e allo spirito
del disco, progetta tutto l’artwork al computer.
Ma il vero capolavoro di Donwood è, a parere
di chi scrive, il progetto grafico di “Kid
A” (2000), ancora di più di quello
di “Amnesiac”
(2001) la cui edizione speciale ha peraltro vinto nel
2002 il Grammy Award come “Best Recording Package”.
Prima di “Kid A” Donwood passa un sacco
di tempo in musei di guerra, oltre a soffermarsi ed
analizzare fotografie di montagne e scene di neve (2).
La copertina è sintetica, sempre più fredda
a voler anticipare la svolta elettronica del
quintetto, con paesaggi asettici post-war come se i
rifugi antiatomici rappresentati nella cover del singolo
di “Karma Police” (1997) avessero dovuto
essere usati per davvero. Un mondo che, nelle locandine
dei concerti estivi che precedono l’uscita dell’album,
è governato da demoni spaventosi
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| Locandina del tour di “Kid A”, 2000. |
che possono ricordare, nell’apparente
semplicità di tratto, certe creature mostruose
del fumetto “Devilman” di Go Nagai. Sotto
il cd, quasi una reliquia da scoprire o ritrovare come
degli appunti di adolescenza, un libretto nascosto con
frasi sconnesse opera di un cut and paste, durato
un anno (!), fatto da Stanley e Thom (che si accredita
accanto a Donwood con gli pseudonimi “Dr. Tchock”
o “Tchocky”). E’ poi dell’epoca
di “Kid A” – da non dimenticare per
la forza, potenza e riconoscibilità dell’immagine
– l’orso sghignazzante riprodotto su tante
magliette del gruppo.
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| “Bear”,
artwork di “Kid A”, 2000. |
Il mondo di “Kid A” si
fa – se possibile – ancora più cupo
nel fratellastro “Amnesiac”: è
come “entrare in casa di qualcuno, aprire un armadio
e trovare gli appunti di viaggio dei padroni di casa.
C’è una storia ma non una vera e propria
trama, bisogna estrarre dei frammenti. Ti rendi conto
che a queste persone successo qualcosa di così
importante da cambiare completamente le loro vite, ma
nessuno ti dice cosa sia esattamente”, dice Thom
(3). Lacrime, alberi inquietanti che neanche quelli
de “La Casa” di Sam Raimi (1982), facce
aliene che emergono da loculi, il tutto sotto cieli
e ambientazioni grevi e scurissime per ottenere l’effetto
delle quali Donwood utilizza una fotocopiatrice rotta.
E siamo a “Hail
To The Thief” (2003), l’album del “crepuscolo”.
Rappresentando cartine stradali di diverse città
(Los Angeles, dove i Radiohead hanno inciso, ma anche
luoghi di guerra come Kabul e Grozny) con all’interno,
su colori vivissimi, parole e frasi che Thom si era
annotato per mesi da notiziari radio ad inizio 2002,
Donwood sembra immaginare una mappa che non serva ad
uscire dal “crepuscolo”, piuttosto ne sia
l’agglomerato di strade per entrarvi. Il risultato,
sebbene lontano dal neoespressionismo di Basquiat che
si affida a parole caotiche e criptiche nei suoi quadri,
è allo stesso modo disorientante, quasi che ogni
parola sia talmente pesante da fuoriuscire dai contorni
nettamente identificati della cartina.
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| “Kabul”,
artwork di “Hail To The Thief”, 2003. |
Da ultimo Stanley Donwood ha firmato
anche il cartonato di “The
Eraser” (2006), album solista – freddo
e distruttivo – di Thom Yorke, mostrandoci con
pochi tratti avvolgenti e disorientanti una Londra che
viene spazzata via da inondazioni e incendi. L’artista
era rimasto affascinato dagli allagamenti in Cornwall,
due anni fa, e li rappresenta in “London Views”,
una serie di quattordici stampe in legno intagliato
in mostra nella galleria Lazarides, in Soho, a Londra,
nel maggio 2006. L’ultimo pezzo, “Cnut”,
è quello che è stato scelto per la copertina:
“C’era qualcosa in questo immenso
torrente che lavava via tutto, e l’inutile figura
che cerca di tenere a freno l’onda (o che ne viene
inghiottito) funzionava in relazione al disco”,
spiega Stanley a Billboard.
E sul cartonato: “Entrambi (lui e Thom n.d.a.)
volevamo evitare di usare la plastica, eccetto il cd
in sé ovviamente”.
Nella presentazione del cd Donwood trasla la scena dell’allagamento
e degli edifici in fiamme sul palcoscenico che diventa
perciò rappresentazione della tragedia.
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| Artwork
di presentazione di “The Eraser”, 2006. |
Ormai non solo gli appassionati di musica
si sono accorti dell’inquietudine moderna di Donwood:
dopo Londra, anche una galleria di Barcellona gli ha
aperto le porte. In mostra all’Iguapop Gallery,
dal 22 novembre fino al 16 dicembre 2006, una personale
di Stanley Donwood con un titolo allegro: “Dead
Children Playing”.
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| Locandina
della mostra di Donwood a Barcellona, 2006. |
Note:
(1) Mac Randall, “Exit Music, La Storia dei Radiohead”,
(Arcana, 2005), pag. 46;
(2) Monica Melissano, “Le canzoni dei Radiohead.
Commento e traduzione dei testi” (Editori Riuniti,
2003), pag. 39;
(3) James Doheny, “Radiohead. La storia, le canzoni”,
(Giunti, 2004), pag. 113;
7 dicembre 2006
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