di Annalisa Califano 
Sabato 29 aprile si è inaugurata
a Perugia, nell'affollatissima cornice di Palazzo della
Penna, "Sound & Vision", una mostra
che ha lo scopo di indagare i biunivoci rapporti fra
musica ed arti visive. Il curatore Luca Beatrice volge
lo sguardo verso un macrocosmo multiforme, variegato
e trasversale a diverse discipline, sposando la tesi
della completa fusione tra cultura "alta"
e "bassa". Concetto questo che a partire dalla
seconda metà del Novecento si è via via
consolidato, sfatando diversi pregiudizi e diffidenze
e finendo per evidenziare un mutamento culturale-antropologico
di grande portata. Il percorso espositivo prende le
mosse dall'anno di grazia 1967 e conduce attraverso
quattro decenni, quattro stagioni musicali ed artistiche
ben distinte nelle loro peculiarità, ma che si
tramandano una comune eredità, quella dell'aspirazione
all'opera d'arte totale, allo sconfinamento disciplinare
come metodo e veicolo di un'urgenza espressiva che vuole
trascendere le categorie e i generi per dichiarare la
propria eteronomia.
In principio fu la Pop Art. Non solo
essa ha concretizzato (massificato) le rivoluzionarie
teorie delle avanguardie artistiche dei primi decenni
dello scorso secolo (dadaismo in testa), ma le ha fatte
reagire con gli sviluppi economici e mass-mediali di
un mondo in profonda evoluzione e ha catalizzato gli
impulsi culturali di un'epoca. Una figura imprescindibile
è Andy Warhol, egli ha saputo costituire
attorno a sé ed alla sua Factory un crocevia
di talenti e favorire programmaticamente quello scambio
di esperienze ed esperimenti dal quale fuoriuscirono
tra gli altri, com'è noto, i Velvet Underground
(rappresentati in mostra dalla famosa copertina
"con la banana" - fig. 1 - e con un ritratto
fotografico di Lou Reed scattato da Timothy Greenfield-Sanders).
Non bisogna però dimenticare che la Pop Art nasce
in realtà in Inghilterra con un collage di Richard
Hamilton, lo stesso artista che realizzerà
successivamente la copertina del "White Album"
dei Beatles e che è presente in mostra con due
opere dalla serie della "Swingeing London"
che ritraggono Mick Jagger ed il gallerista Robert Fraser
in manette (fig. 2). Un altro artista pop inglese che
collaborerà con la band di John Lennon è
Peter Blake che nel 1967 firma la copertina del
celeberrimo "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band".
Anche l'Italia ha il suo alfiere pop, Mario Schifano,
autore tra l'altro di uno sperimentale album rock-prog-jazz
in anticipo sui tempi ed intitolato "Dedicato a..."
la cui copertina era ispirata alla serie "Tuttestelle"
(fig. 3), ripresa in tempi recenti anche dai Julie's
Haircut ("Stars Never Looked So Bright").
Dalla Pop Art ci si inoltra nei territori
del punk e dintorni di cui vengono presi in considerazione
solo due esponenti, Patti Smith e David Byrne.
Di quest'ultimo sono esposte due interessantissime e
divertenti opere di anni recenti dal sapore decisamente
dada-surrealista (fig. 4). Bizzarri assemblage di oggetti
comuni che vengono umanizzati e sessualizzati e che
ricordano da vicino opere quali "Il Grande Vetro"
di Marcel Duchamp (1915-23). La parte più consistente
di questa sezione è però dedicata a Patti
Smith della quale vengono esposti alcuni ritratti
fotografici. In particolare si evidenzia lo strettissimo
rapporto di amicizia che ha legato la poetessa punk
al fotografo Robert Mapplethorpe, nome di punta
della comunità gay newyorkese di quegli anni,
con la quale la Smith ha convissuto e probabilmente
influenzato il lavoro indirizzandolo sui temi del corpo
e della sessualità e che per lei firma tre copertine
(figg. 5 e 6).
Questo introduce ad un'altra sezione
della mostra dedicata ai rapporti tra artista e musa
dove la distinzione tra i due ruoli va in realtà
assottigliandosi; vengono riportati due casi eccellenti,
quello storico di John Lennon e Yoko Ono
(presente con un'opera e due copertine) e quello recente
di Bjork e Matthew Barney. Due universi
eccentrici che conflagrano e si fecondano vicendevolmente,
in cui la musicista firma la colonna sonora ed interpreta
uno dei film del noto videoartista (fig. 7).
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Si rientra poi nell'alveo della storia
soffermandosi su di un periodo cruciale per i rapporti
tra arte e musica, quello dei primi anni Ottanta, della
new wave e dell'underground newyorkese in cui si elabora
un nuovo fare artistico che una volta per tutte annulla
la distanza tra cultura ufficiale e popolare. Gli impulsi
vengono dal basso, dalla strada. Il graffitismo, come
una nuova forma di espressionismo, entra nelle gallerie
che divengono il punto di incontro di una generazione
di "creativi" che passano con disinvoltura
dalla pittura, al video, alla performance, al cinema,
alla fotografia. Si trovano in questa sezione opere
e copertine di Jean-Michel Basquiat (per The
Offs, fig. 8), Keith Haring (per Malcom McLaren
e Sylvester, fig. 9), del fotografo e regista Edo
Bertoglio (per la band giapponese dei Plastics ed
il video documentario "Downtown 81") e del
pittore Robert Longo (per Glenn Branca).
Un capitolo speciale viene successivamente
dedicato ai Sonic Youth, formazione che ha guardato
in modo particolare al mondo dell'arte pur conservando
nella musica un approccio del tutto anti-intellettualistico.
Kim Gordon proviene infatti da una formazione artistica,
ha studiato al college Cal Arts di Valencia, California,
con Tony Oursler (in seguito anche suo compagno
e presente in mostra con alcuni video) e Mike Kelley
(che firmerà la copertina di "Dirty",
fig. 10) ed ha gestito uno spazio espositivo a Soho.
Per loro viene rispolverata l'etichetta di Art Rock.
Altre collaborazioni importanti per la band sempre orientata
verso artisti che indagano con lucidità, ironia
e spietatezza la società americana, sono quelle
col regista Richard Kern (copertina di "Evol")
e con Raymond Pettibon (figg. 11 e 12), noto
per il suo sodalizio artistico con i Black Fag
e la SST Records.
Tra gli anni Ottanta e Novanta la fotografia
di moda assume una fisionomia propria ed entra dalla
porta principale nel mondo dell'arte. I protagonisti
agli estremi opposti di questo genere sono stati identificati
in Anton Corbijn e David LaChapelle. Dove
il primo privilegia ritratti intimistici e psicologici
delle rock star con le quali ha intrecciato una collaborazione
duratura (Depeche Mode e U2 su tutti,
per i quali ha realizzato copertine e videoclip, figg.
13 e 14), il secondo ammanta i soggetti di un glamour
ultrapatinato, eccessivo ed ironico che rende inconfondibile
il suo stile ed indimenticabili i suoi ritratti (presenti
in mostra due opere dedicate a David Bowie e
Shakira, fig. 15).
Naturalmente non manca una sezione
dedicata al videoclip, il nuovo linguaggio che ha rivoluzionato
le strategie di comunicazione commerciale ed
artistica della musica. Sono state selezionate le videografie
di due registi tra i più importanti del panorama
internazionale: l'italo-canadese Floria Sigismondi
che porta sullo schermo incubi gotici e postatomici
che flirtano con il surrealismo ed un certo citazionismo
(arcinoti i suoi lavori per
Marilyn Manson, Bowie (in cui si avvale della
collaborazione di Tony Oursler), Incubus e Sigur
Ros, figg. 16 e 17) e Chris Cunningham che
si è ritagliato un posto di un certo rilievo
nei luoghi deputati all'arte (ha partecipato alla Biennale
di Venezia con alcuni video) e che è anch'egli
affascinato dalla valicazione dei limiti del corpo,
dal suo rapporto con la tecnologia in chiave malata,
ma tutto sommato ironica (le reazioni contrapposte che
suscita la visione dei suoi video più famosi
per Aphex Twin, figg. 18 e 19).
Gli anni Novanta ed il primo scorcio
del nuovo millenio testimoniano di una scena frammentata
e multiforme, la parola d'ordine resta crossover.
Di tante collaborazioni si ricordano quelle tra Beck
ed il pittore losangelino Manuel Ocampo ("Odelay")
o Marcel Dzama ("Guero", fig. 20),
tra l'artista pop Yoshimoto Nara e i Fantômas
("Suspended Animation"), tra Maximilan
Hecker e la pittrice Liisa Lounila ("Infinite
Love Songs", "Lady Sleep"), i Rage
Against the Machine che riprendono Robert Indiana
("Renegades" fig. 21), gli affascinanti e
trasognati disegni del cantautore folk Devendra Banhart
(fig. 22). Presenti inoltre molte opere di giovani videoartisti
tra i quali Nico Vascellari, Joan Morey
e Carsten Nicolai.
Infine una sezione speciale viene dedicata
al panorama italiano che ospita tra gli altri opere
di Giacomo Costa (per Marco Parente, fig.
23), Marco Lodola (per i Timoria), Luigi
Ghirri (per i CCCP), Andrea Chiesi
(per i CSI), Occhiomagico (per Garbo
e Matia Bazar), Venera Kastrati (per i
Circo Fantasma), Robert Gligorov (per
i Bluvertigo, fig. 24) e Daniele Galliano
(per i Marlene Kuntz, fig. 25), ovvero opere
originali riprese o pensate su misura per relative copertine
di album; oltre a ciò alcune opere quali quella
di Maurizio Vetrugno, che tesse su tela le copertine
di celebri dischi, e l'installazione di Federica
Perazzoli + Daniele Innamorato, un omaggio al rock'n'roll
e all'estetica del do-it-yourself
In conclusione, "Sound & Vision"
riassume ottimamente la storia delle contaminazioni
tra musica ed arti visive, racchiude diversi interessanti
spunti di riflessione e rappresenta quindi un buon punto
di partenza per chi voglia avvicinarsi a questo argomento.
Per quanto riguarda l'allestimento va però annotato
che la chiarezza e la didatticità del percorso
espositivo vengono un po' penalizzate dall'insufficienza
di pannelli esplicativi che non chiariscono la scelta
di determinate opere ed il loro collegamento col mondo
della musica, mentre un approccio più multimediale
forse non avrebbe guastato a dare il giusto risalto
ai linguaggi del videoclip e della videoarte (confinati
ad un solo monitor). Comunque sia, una mostra di indubbio
interesse e valore consigliata ad un pubblico di appassionati
sia di musica che di arte.
16 giugno 2006
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