di Annalisa Califano 
Jeffrey Lee Pierce come Buffalo Bill.
Una figura memorabile, la seconda, che nel 1987 ispirò
la realizzazione di un album affascinante e selvaggio,
un progetto innovativo che per la prima volta vedeva
riuniti in studio i componenti di diverse band di culto
della scena post punk di metà anni ’80.
"I knew Buffalo Bill" fu il risultato
delle istintive sedute di registrazione di uno dei primi
“supergruppi” alternativi della storia del
rock che vantava la presenza di Jeremy Gluck
(Barracudas), Nikki Sudden (Swell Maps, Jacobites),
Epic Soundtracks (Swell Maps, Crime and the City
Solution), Rowland S. Howard (Birthday Party,
These Immortal Souls) e Jeffrey Lee Pierce (Gun
Club).
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| Fig. 1 -
CIRCO FANTASMA - I knew Jeffrey Lee (Lain
Records, 2006) |
Vent’anni dopo i Circo Fantasma
riallacciano i fili col passato con un album dal titolo
"I knew Jeffrey Lee" (Lain Records)
che vuole essere un omaggio alla musica di quel periodo
in bilico tra fermenti post punk, hardcore, new wave,
psychobilly, radici blues e ad uno dei suoi interpreti
più importanti, ma troppo poco ricordati. Quella
che Jeffrey Lee Pierce e i suoi Gun Club disegnarono
fu il prototipo della formazione aperta, con una line-up
diversa ad ogni disco e che intrecciò una felice
trama di relazioni con gruppi che avrebbero fatto storia
(Cramps, Bad Seeds, Sister of Mercy, Einsturzende Neubauten).
I Circo Fantasma fanno tesoro di questa lezione, trovandosi
così a poter contare sulla partecipazione niente
meno che di Nikki Sudden, Amaury Cambuzat,
Emidio Clementi, Manuel Agnelli e Cesare
Basile, solo per citare alcuni tra i numerosi ospiti
che hanno dato il loro contributo al disco.
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Fig. 2 -
JOHN LENNON, 2005
dalla serie "Saints Symphony"
color print sotto doppio plexiglas
100 x 100 cm |
Sin dal titolo si esplicita l’intento
rievocativo del progetto e rientra perfettamente in
questa ottica la collaborazione con una giovane artista
di origine albanese che vive e lavora a Milano. Gli
ultimi lavori di Venera Kastrati realizzati col
teatro delle ombre hanno infatti colpito Nicola Cereda
(cantante e chitarrista dei Circo Fantasma) che decide
di commissionarle la realizzazione della copertina (fig.
1), considerando questa tecnica particolarmente appropriata
a rendere visivamente lo spirito del disco, e centra
in pieno l’obiettivo. Da questo spunto ha peraltro
origine un’intera serie di opere: "Saints
Symphony" è una galleria di ritratti
dedicata a celebri icone della musica decedute. Vi sfilano
le immagini di John Lennon (fig. 2), Jim Morrison,
Joe Strummer, Ian Curtis (fig. 3), Kurt Cobain
e Jeffrey Lee Pierce, appunto. Appaiono e scompaiono.
Venera si appropria di scatti che sono nella memoria
di tutti, ne ricava delle sagome e le espone ad una
fonte luminosa; l’immagine che si disegna dalla
proiezione dell’ombra viene sottrata alla vacuità
dallo scatto fotografico. Il risultato è una
sorta di icona-santino, un tributo della memoria che
reca evidenti connotazioni elegiache e religiose e che
evidenzia un tratto peculiare della mitologia atea del
rock, quello in cui la morte si rovescia nel suo opposto
e suggella lo statuto di unicità dell’idolo
offerto alla venerazione. Una commemorazione che esige
silenzio, la musica è tutta al di qua dell’opera,
negli occhi e nella memoria dello spettatore.
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Fig. 3 -
IAN CURTIS, 2005
dalla serie "Saints Symphony"
color print sotto doppio plexiglas
100 x 100 cm |
Ciò che rende ancora più
interessanti queste opere è il discorso che si
produce sull’ombra. Nella cultura occidentale
essa è inscindibile dal tema del doppio, dall’inganno
degli occhi e della conoscenza (il mito della caverna),
insomma dalla perturbante emanazione della vita, che
si ritrova peraltro nelle radici filosofiche di fotografia
e cinema, nonché dell’arte visiva. Vuole
infatti la storia che la pittura abbia avuto origine
quando fu tracciato il profilo attorno alla sagoma scura
proiettata da un uomo. L’ombra sta quindi alla
base del primo atto di rappresentazione e di riproduzione
del mondo, con quanto di demiurgico questo comporta.
Ma le immagini di Venera non sono semplici ritratti,
la tecnica con la quale sono realizzate conferisce loro
una valenza simbolica più accentuata. L’ombra
è un’impronta del corpo, non solo una sua
raffigurazione; il carattere sostitutivo accentua il
valore affettivo rievocando l’opacità del
corpo tra presenza e assenza. Il teatro delle ombre
di Venera rilegge le origini della storia dell’arte
e del precinema (lanterne magiche, kinetoscopio) sviluppando
un gioco sull’incertezza della rappresentazione
e della visione, tra spirito e materia che transustanzia
la musica dei Circo Fantasma.
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