di Annalisa Califano 
Di Devendra Banhart si potrebbe dire
che rappresenta in pieno quelle persone che non potresti
immaginarti in un modo diverso da ciò che sono
diventate, una di quelle persone il cui percorso era
già in qualche modo tracciato in maniera imprescindibile.
Devendra Banhart a soli 26 anni ha già alle spalle
cinque dischi di successo registrati in pochi anni (dal
2003 al 2005) e si è conquistato un posto del
tutto particolare nella scena musicale ed artistica
che lo ha involontariamente portato a divenire il punto
di riferimento e di sintesi di un movimento.
Da subito è stato battezzato dalla critica musicale
come una delle migliori espressioni del New Folk Revival
Movement, per lui espressamente aggiornato in Pre-War
Folk. Evidentemente una certa autorevolezza conquistata
sul campo lo ha messo nelle condizioni di essere chiamato
a curare la selezione di una raccolta dedicata appunto
a questo genere musicale, “The Golden Apples of
the Sun” (Bastet, 2004). Non stupisce quindi che
qualcosa di analogo sia accaduto nell’altra sfera
espressiva da lui frequentata, quella dell’arte
figurativa. Anche in questo campo Devendra ha saputo
in pochi anni andare affermandosi e consolidando la
propria credibilità artistica facendosi notare
in diverse gallerie al di qua ed al di là dell’oceano
Atlantico. Sicuramente avvantaggiato dalla buona sorte
che ha accompagnato l’uscita dei suoi album, non
si può però negare che questo giovane
ragazzo dall’aspetto di un hippie postmoderno
e dalla voce vibrante possegga un fascino ed un carisma
del tutto particolari, una “questione di karma”
si potrebbe affermare.
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Devendra
Banhart
Untitled, 2006
Inchiostro su carta, 57x76 cm |
Tra le sue personali si ricordano quella
alla Andrew Roth Gallery di New York nel 2004 (che ha
avuto il merito di lanciarlo) e quella alla Galleria
Emilio Mazzoli a Modena l’estate scorsa. Nel mezzo
è stato chiamato nuovamente in veste di curatore
a selezionare i migliori interpreti artistici della
scena folk/psichedelica per una mostra collettiva all’Atelier
Cardenas Bellanger di Parigi nel 2005, dal titolo “Yo
mire un garza mora dandole combate a un rio”.
In questa occasione si è rivelato una sorta di
vincolo espressivo che lega questo genere musicale ad
una tecnica poco frequentata dai circuiti ufficiali
dell’arte contemporanea, quella del disegno.
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Devendra
Banhart
dal booklet di “Rejoicing in the Hands”,
2004 |
Devendra
Banhart
Untitled, 2004
Inchiostro su carta, 57x70 cm
Collezione privata, Los Angeles |
Come è logico, per Devendra
il primo e più naturale strumento di comunicazione
sono le copertine ed i booklet dei suoi album. Essi
sono il mezzo per riallacciare le due correnti che si
dipartono dalla medesima sorgente, l’urgenza espressiva
pura e semplice che è il tratto distintivo della
sua musica e della sua arte. «Canto ciò
che non posso disegnare e disegno ciò che non
posso cantare», una dichiarazione che non necessita
di spiegazioni. Canzoni e disegni vivono dei medesimi
principi di immediatezza, semplicità e spontaneità.
Così come le 22 tracce di “Oh Me Oh My...”
(Young God Records, 2003) sono per buona parte brevissimi
sketches di 30 secondi incisi in maniera artigianale
su scassati registratori a 4 piste e nelle occasioni
più disparate, così i disegni di Devendra
sembrano distratti schizzi fatti da qualcuno intento
in qualcos’altro che improvvisa sulle prime cose
che gli capitano sottomano (scontrini, ritagli di giornale,
fogli ingialliti e macchiati). Un senso di genuinità,
di emozioni e visioni private che non necessitano di
alcuna mediazione tecnologica e che anzi vengono riportate
al grado zero dell’espressione: voce e chitarra,
carta e penna. Probabilmente è per questo motivo
che le sue opere emanano un vitalismo così intenso.
Le creature scivolano via dalla sua mente e vanno ad
osservare il mondo dalla superficie di foglietti sgualciti.
Questa sorta di flusso di coscienza trascina con sè
e conserva intatta tutta la sua carica di onirismo e
fantasia. Il rapporto realtà/finzione è
giocato sul piano del sogno, delle forme elementari
che si riproducono all’infinito e che permeano
di simbolismo l’intera sua opera.
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Devendra
Banhart
”Oh Me Oh My”, 2003
Cd cover |
Devendra
Banhart
Untitled, 2004
Inchiostro su carta, 12x20 cm
Collezione privata, Los Angeles |
Se infatti da un lato i disegni di
Devendra sembrano il frutto accidentale di un discorso
libero senza mediazioni, proprio per questo motivo sprigionano
un’energia emotiva e psichica profonda che incrina
la solarità della sua musica e l’infantile
innocenza dei suoi disegni. Montagne sacre, creature
dagli occhi cavi, scuri grumi di colore attorno ai quali
si addensa uno sciame fitto di segni spiraliformi parlano
un linguaggio pregrammaticale che riporta ad una religione
arcaica, o se si preferisce ad un misticismo che galleggia
sul fondo bianco del foglio. Cerchi, triangoli ed un
folto tratteggio descrivono figure piatte e fortemente
decorative che giocano sul contrasto di pieni e di vuoti
in un continuo divenire, una sorta di riproduzione organica.
Raramente le forme sono riconoscibili eppure l’universo
di Devendra è popolato di esseri fitomorfi e
zoomorfi che vanno e vengono in continuazione. Talora
portano con sè delle parole che prendono il sapore
di formule magiche e che si inscrivono nella raffigurazione
comprimendosi negli spazi consentiti dal disegno e fondendosi
completamente con esso. Si abbatte così in un
sol colpo il primato della parola nella cultura occidentale.
Quando accade che la scrittura contagi tutta la pagina,
essa assume un carattere ipertrofico che suggerisce
un grande senso di horror vacui, di terrore del vuoto.
Se “parola” deve essere allora non può
lasciare margini all’indefinito.
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Devendra
Banhart
dal booklet di “Rejoicing in the Hands”,
2004 |
Devendra
Banhart
dal booklet di “Nino Rojo”, 2004 |
Apparentemente quindi i disegni di
Devendra esprimono lo iato tra natura e cultura, ma
nulla è mai come appare ed in ultima analisi
l’enigmaticità delle sue immagini resta
il punto di partenza e di arrivo per ogni sua interpretazione.
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