Dopo quasi un mese di ascolto ricorre ancora
nella mente il celebro epiteto fantozziano riservato
a “La corazzata Potemkin”. Non che
ci si aspettasse chissà cosa dal forzato
ritorno sulla scena degli Smashing Pumpkins, o
meglio di quello che è ormai diventato
un acronimo di Billy Corgan, ma un fiasco di tale
portata, e una volta tanto, condiviso da chiunque
ne parli, non era così prevedibile.
Un acronimo oltre che un giocattolo in mano al
dispotico leader di quella formazione di Chicago
che – è doveroso ammettere pur col
senno di poi, a dispetto dei detrattori –
ha segnato le difficili e contraddittorie sorti
dell’agonizzante rock degli anni 90. Il
giocattolo si era rotto con quel salutare e dignitoso
tour d’addio quando Corgan, dopo i due controversi
“Machina” del 2000, aveva deciso di
gettare simbolicamente la spugna contro l’involuzione
musicale della mtv-generation.
Perché ricostruirlo? La sua crisi d’identità
– e di visibilità – era già
palese dopo il deludente capitolo-Zwan e il coraggioso
esordio solista in cui aveva provato senza infamia
né lode a dare la sua chiave di lettura
all’inflazionato revival anni Ottanta degli
ultimi anni. Sarà pure incazzato nero con
il mondo, come rivelano dichiarazioni alla stampa,
testi e la stessa copertina, sarà pure
tornato alla base lo storico batterista Jimmy
Chamberlain insieme a due new-entry semisconosciute
(Jeff Schroeder alla chitarra e Ginger Reyes al
basso), ma “Zeitgeist” affonda ineluttabile
insieme alla Statua della Libertà dell’apocalittica
copertina. Senza neanche però un barlume
di speranza come l’accecante luce di sfondo
che si staglia all’orizzonte nell’illustrazione
di Shepard Feiray.
Sarebbe inutile persino una carrellata dettagliata
dei brani.
Il singolo apripista “Tarantula”,
anacronistico rigurgito rock registrato alla maniera
di quelle band emo che spopolano su mtv con video
improponibili, non era certamente un buon presagio.
La batteria c’è, Chamberlain picchia
duro, elargisce rullate alla sua maniera, cambi
di tempo, stop’n’go. Ma è maniera
la parola chiave. E dalla maniera emerge il nulla.
Le melodie si trascinano pesanti e monotone tra
chitarroni che lambiscono lo stoner (un genere
che ormai ha stancato un po’ tutti, anche
gli stessi capofila come i QOTSA) e psichedelia
sciorinata tra ritornelli e peculiari distorsioni
in un clima nu-metal poco consono alle zucche.
“Doomsday Clock”, “7 Shades
Of Black”, “That’s The Way”
sembrano brani tutti uguali.
La produzione che si avvale, non a caso, della
collaborazione di Thomas Baker (un curriculum
che va dai Queen ai Darkness) e Terry Date (Deftones,
Pantera, Dream Theater, Limp Bizkit) oltre a dare
un tono plastificato e monocorde deturpa il sound
degli Smashing Pumpkins di quella leggerezza agrodolce
che non è mai mancata neanche nelle fasi
meno difendibili della loro carriera.
“Bleeding The Orchid”, una sorta di
rivisitazione corganiana degli Alice In Chains,
prova a dare un lampo di dignità, restando
però mestamente isolata. La sostanza non
cambia, passando da “Starz”, cafonesco
momento arena rock pericolosamente glam (nel senso
meno onorevole e anni 70 del termine) all’ostinata
lungaggine di “United States” che
potrebbe offrire un interessante parallelismo
tra la manifesta crisi socio-politica che attraversa
gli Stati Uniti del nuovo decennio e la crisi
di idee degli Smashing Pumpkins. Arrivare alla
fine dell’album è davvero arduo tra
ballad scarto degli scarti (“Neverlost”,
“Bring The Light”), granitici quanto
pleonastici scorci hard-rock vecchio stampo e
viscerali rockettini in cui la voce e la chitarra
di Corgan non graffiano più come un tempo.
Nulla da aggiungere. Resta da capire solo il senso
di tutto ciò. Se tutto questo ha veramente
un senso.
Forse voleva fare un disco consapevolmente e deliberatamente
brutto per chissà quale intento provocatorio
oppure – con un giro di parole stupido ma
efficace – di sale in zucca all’ormai
quarantenne leader degli Smashing Pumpkins ne
è rimasto davvero poco.
L’epiteto ricorre, si diceva sopra. Con
la differenza che il leggendario lungometraggio
di Eizenstein, al di là dell’ironia
di Paolo Villaggio, resiste a ormai ottantadue
anni di storia, “Zeitgeist” rifletterà
letteralmente lo spirito del tempo, e dunque
– si spera - la tipica fugacità dei
nostri tempi finendo presto nel dimenticatoio.
Se non si fosse capito tutte queste parole sono
soltanto un modo gentile ed educato per dire che
questo “Zeitgeist” è una cagata
pazzesca.
collegamenti su MusiKàl!
Smashing Pumpkins - Concerto
al Columbiahalle (Berlino)
Smashing Pumpkins - Earphoria
Smashing Pumpkins - Greatest
Hits
Smashing Pumpkins - Siamese
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Queens Of The Stone Age - Era
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Queens Of The Stone Age - Lullabies
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Queens Of The Stone Age - Songs
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