Sono ormai passati trent’anni da quando il giornalista britannico Michael Zilkha e lo studente d’arte di origine francese Michel Esteban mescolavano i propri sogni e le proprie pazzie, dando vita ad una piccola etichetta indipendente che sarebbe riuscita a far parlare di sè: la ZE Records. Erano gli anni ruggenti di una New York tutta da bere e da respirare e proprio nell’aria si percepiva una frizzante tempesta di idee: arte, musica, cinema, letteratura e moda facevano a gara a chi ce l’aveva più lungo, contaminandosi a vicenda, quasi fossero impastate con lo stesso cemento che colava copioso tra le fondamenta dei grattacieli chiamati a disegnare lo sky-line più maestoso del mondo.
Trent’anni appena, eppure musicalmente sembra passato più di un secolo, tanto è stata rapida l’evoluzione che la musica ha saputo attraversare ed i mutamenti che ne hanno caratterizzato il percorso fino ad arrivare al giorno d’oggi, attraverso un sentiero solitario che l’ha portata (a malincuore) a distaccarsi dalle altre forme d’arte.
Eppure i ragazzi della Ze Records in pochi anni erano riusciti in un’impresa mica da poco, andando a scovare e prendendo sotto la propria ala protettrice un manipolo di talentuosi artisti, folli e decisamente originali, che in pochi anni avrebbero dato vita ad movimento musicale nuovo di zecca, ri-battezzato col termine “No Wave”. Una sorta di punto di incontro/scontro tra la New Wave dei Talking Heads e dei Television (che di questi tempi sembra essere tornata tanto di moda) e la scatenata disco-funk music che si ballava di nascosto nei club più svergognati della Grande Mela.
Ecco che adesso la Strut Records rende omaggio a quei felici anni d’oro con la raccolta “ZE 30”, una compilation che regalerà più di un sorriso agli appassionati del genere (e non solo).
Quattordici artisti tutti da ri-scoprire, quattordici canzoni che rappresentano a modo loro uno spaccato musicale di un periodo artistico e culturale mai così in fermento e che dimostrano che si riusciva a ballare anche prima che iniziasse a dilagare la disco-music. Nel mezzo, tre perle assolute: “Jukebox Babe”, irresistibile vagito “post-preasleyano” riletto in chiave trash (non si sa quanto volontariamente) da un assurdo e quanto mai irresistibile Alan Vega, la beat-mutant-disco di “Bustin’Out”, cantata da Nona Hendryx in collaborazione con i Material, sorretta da uno dei riff più azzeccati e contaminati che io possa vantarmi di ricordare ed infine una strafottente ed ipnotica long-version di “Dream Baby Dream” dei Suicide, un qualcosa che si muove ciondolando tra punk, new wave, trash e psichedelia.
E vi pare poco?
collegamenti su MusiKàl!
Talking Heads - 77
Talking Heads - Remain In Light
Television - The Blow-Up
Television - Marquee Moon