Ci hanno messo la bellezza di tre lunghi anni dalla pubblicazione di quell'agrodolce e spaesante “All Our Cymbals”, che li fece conoscere alle platee indie mondiali e che ancor oggi rimane con ogni probabilità una delle più preziose e aguzze punte di diamante del rinascimento hypster newyorchese del dopo 11 settembre, ma alla fine anche gli Yeasayer sono sbarcati nel Bel Paese. Preceduto da una fitta nebulosa di chiacchiere piccate e malumori rumoreggianti che è andata ingrossandosi a macchia d’olio per tutta la blogosfera musicale, il quintetto di Brooklyn arriva a Roma per difendere con argomenti intelligenti e dialetticamente inoppugnabili la svolta synth-edonista del suo nuovo (e secondo) lavoro, fresco di stampa, il marpione “Odd Blood”, una sfacciata e radicale abiura di stile e concetto, rea di aver gettato non pochi estimatori della prima ora nello sconforto di una fede tradita dai suoi stessi fondatori.
Davanti ad un folla nutrita e battibeccante, prende così corpo l’esibizione degli apostati illustri, proiettata sulle superfici fosforescenti di una geometrica scenografia in bilico tra un tempio oracolare minimal astratto, un ginnasio di misterico neoplatonismo pop e lo studio 54. Quella che si compone è una sorta di ginnastica disco-pop tonificante, uno yoga fitness meditativo e carnale, o, ancora, un techno-pop vedantico perfettamente incastonato tra kamasutra e kebab, nel quale la band sguazza beata e partecipe quasi fosse il suo elemento naturale. Il chitarrista Ira Wolf Tuton (in tuta mimetica aperta sul petto glabro) ritaglia riff (soprattutto durante l’esecuzione di “Mondegreen”) con una mimica che sta tra Rambo, Siddharta e Jimi Hendrix, mentre il bassista Anand Wilder, con taglio di capelli a sfumatura alta da seminarista post-punk e canotta gay village, sfoggia un tocco insospettabilmente pastoso e raffinato, a pochi centimetri dal leader Chris Keating che smanetta con fare ombroso su synth e campionatori, berciando i suoi striduli vocalizzi da usignolo princeano. A questi va poi aggiunta la bizzarra figura di una sorta di factotum vestito come un dottorando in economia con laurea appesa nei corridoi lucidati di Harvard (in rigorosa camicia a quadretti e occhialoni spessi), che si sdoppia e poi triplica suonando tastiere, batterie elettroniche e chitarre per poi incitare il pubblico a chiamare il bis, trasformando di fatto il concerto in un trionfante comizio elettorale del Partito Democratico (quello americano).
Tra un’epica “Madder Red” e i ben noti singoli “Ambling Alp” e “O.N.E” (i veri corpi del “reato”), si susseguono melodie eroticamente sinuose e ritornelli spalmati come burro su un suono elettronico caldo e provocante. L’agilissima tracklist dell’ultimo album si grana così nella sua interezza come una sferica bolla di colori stroboscopici che viene fatta rotolare sulle facce degli ascoltatori rovesciando le sue inesauribili sfaccettature di geometrico smeraldo etno-pop che conquista e ammalia senza la minima difficoltà anche i più scettici.
A fronte di un numero forse eccessivo di basi preregistrate e di un repertorio che trascura troppo ingenerosamente l'irripetibile scaletta dell'irripetibile primo album (come non eseguire “2080”?), il gruppo dimostra comunque solidità e sicura padronanza, una presenza plastica e guizzante sul palco e un carisma iconico non da poco. Immaginatevi, se ci riuscite, i Pet Shop Boys che vanno a farsi dare ripetizioni di canto da un bramino salmodiante in un sottoscala abusivo di New York nel quale si allestiscono a tempo perso gallerie estemporanee di arte concettuale e forse avrete capito di cosa stiamo parlando. Forse non tutti potranno seguirli, ma chi lo farà avrai i suoi buoni motivi per essere felice.
Menzione speciale infine per l’opening act Hush Hush, barbuto mattatore berlinese che, col suo fare goffo e marionettesco, si monta lo steretto sul palco (con tanto di applausi registrati!) ed inizia a cantare e ballare a passo di robottino toccato il proprio solitario deliro di (im)potenza, all’ombra di Michael Jackson e George Michael. Provare per credere. Irresistibile.
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