In molti mal digeriscono la definizione “musica
inutile”, dato che tutta la musica sarebbe
“inutile” per definizione. In effetti
non serve per mangiare e per le altre funzioni
vitali, ok, allora se vogliamo rendere vagamente
il concetto possiamo usare l’aggettivo “innocuo”?
Sì, così sembra anche più
rispettoso. Ecco, il terzo album di Yorkston,
“The Year Of The Leopard” è
innocuo. Non dà nulla ma nemmeno la toglie.
Un album pacifico come le acque che (non) muove,
quell’indie-folk alla Devendra Banhart (che
viene omaggiato fin dallo stile di copertina…)
intimistico e acustico, troppo mite e placido
per averne bisogno.
Non si contesta l’urgenza e lo stomaco
che ci mette il nostro James, si avverte che la
chitarra acustica è il miglior amico dell’artista
della Domino, meglio di un Bushmills scolato davanti
ad un bancone in un pub dell’Ulster. Ma
proprio per questo assale una malinconia da mancanza
di amici che nemmeno il secchione della classe.
E poi, bisogna citare Nick Drake o avete capito
lo stesso che qui ci si muove esattamente sugli
stessi passi? “Summer Song” e “5
a.m” potrebbero essere opera del depresso
anglo-birmano, ulteriore crocetta nella lista
dei tanti (troppi) che hanno cercato di ispirarsi
a Drake senza ottenere risultati palpabili. Per
di più Yorkston non convince appieno nemmeno
quando lascia un minimo quei sentieri, come in
“Woozy With Cider”, esperimento spoken
in punta di piedi con un bel loop ovattato: si
apprezza la confidenza senza però che vengano
toccate quelle corde che regolano le nostre emozioni.
Sorry, ma pensandoci bene il sottoscritto deve
ammettere che la musica è necessaria per
la propria salute mentale, perciò è
più che utile. E, in questo senso, “The
Year Of The Leopard” potrebbe essere inutile
per l’equilibrio psicofisico di chi la pensi
allo stesso modo.
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