Il rischio che si corre con il nuovo disco dei
Wilco è prestare troppa attenzione al rumore
che ne ha anticipato la pubblicazione più
che alla musica che contiene. Del resto è
innegabile che "Yankee Hotel Foxtrot"
porti i segni inconfondibili del disco di culto:
il rifiuto da parte della Sire di pubblicarlo
perché considerato troppo sperimentale,
nonché il coinvolgimento nelle registrazioni
di Jim O'Rourke, una figura chiave nella musica
alternativa americana degli ultimi tempi. Così
per appropriarsi fino in fondo di questo disco,
bisogna scansare queste voci e dimenticarle. E
poi immergersi completamente negli undici brani
che costituiscono "Yankee Hotel Foxtrot".
Perché sono proprio le canzoni a rendere
grande questo disco. La penna di Jeff Tweedy,
il principale compositore dei Wilco, è
sempre stata eccellente già quando militava
nel gruppo con cui ha iniziato a farsi conoscere,
gli Uncle Tupelo. Solo che la sua scrittura si
è fatta più moderna, abbandonando
i richiami alle radici del suono americano, al
folk e al country. Certo, qualche traccia del
passato è ancora presente. "I'm the
Man Who Loves You", per esempio, ha l'andamento
di una ballata country, e la splendida "Jesus,
Etc.", nasce dal suono di un violino prima
di approdare ad uno splendido soul, in cui tra
l'altro Tweedy scrive uno dei testi più
belli del disco e intona "Avevi ragione a
proposito delle stelle, ciascuna è un sole
che tramonta". Ma più che altro i
Wilco guardano oltre.
Lo si capisce sin da "I Am Trying to Break
Your Heart", sospesa a mezz'aria in un'atmosfera
onirica che sembra prossima agli ultimi Radiohead,
appoggiata su tastiere liquide e qualche rumore
in sottofondo. Un'aria straniante e piena di fascino
che si ritrova più volte nel resto del
disco, ma che nasconde una vena melodica splendente.
E' lo stesso per gli abissi che svela "Radio
Cure", in cui Tweedy confessa "There
is something wrong with me", che si appoggiano
soltanto su un leggerissimo tappeto percussivo,
su una chitarra acustica e su qualche nota di
piano, eppure lasciano segni profondi. La stessa
inquietudine affiora in "Poor Places",
una cantilena che cresce sulle note di tastiere
e piano, e nella conclusione struggente
di "Reservations".
Il resto del disco è invece una manciata
delle migliori canzoni pop ascoltate negli ultimi
anni. Tweedy dimostra di avere una scrittura asciutta
ed efficace, e offre brani senza fronzoli e ottime
melodie, come stanno lì a dimostrare l'eccellente
"Kamera", la ballata beatlesiana "Ashes
of American Flags" e il ritmo incalzante
di "Pot Keattle Black". Ma costruisce
anche brani che sanno colorarsi d'improvviso come
l'incedere sicuro di "War on War" o
il caracollare allegro di "Heavy Metal Drummer",
una cosa buffa che sprigiona allegria e racconta
di vecchie canzoni dei Kiss suonate in gioventù.
Così, dopo aver ascoltato tutto, si comprende
che "Yankee Hotel Foxtrot" è
in effetti un grande disco. Per le canzoni di
cui è fatto e per nessuna altra ragione.
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