Assistere a un concerto dei torinesi Larsen è
come vedere un vaso di Pandora rovesciarsi davanti
ai propri occhi. Tutti i suoni di un palcoscenico
rock classico, rumori compresi, lì insieme,
in un grosso calderone senza ordine, in una specie
di bosco onirico e lontano, dove la struttura
non esiste. Un bosco che hai già visto,
ma non sapresti dire quando, non sapresti come.
Ci trovi tutte le canzoni, tutte le chitarre del
mondo e i microfoni, le pelli, i legni, i fiati,
le grida, i respiri esplosi in cielo e ricaduti
a terra. Ne senti risalire le ceneri e i vapori,
i moncherini zoppicanti, i piccoli pezzi irriconoscibili.
Non è la musica, è la memoria della
musica dopo la musica. E' il post-rock. Come in
tutti i ricordi qualcosa va perduto. Il basso
non c'è più. Senti una vecchia fisarmonica
rimessa a nuovo. I riverberi postatomici dei sintetizzatori.
Un vibratore finito a ronzare sulle corde di una
chitarra. Vecchi giri di rock 'n roll mutilati
e uno xilofono silvestre. La batteria non ha bisogno
d'altro che di una cassa, un piatto e un rullante.
Tutto sembra semplicemente esistere, chissà
da quando, e, nonostante tutto, tornare a vivere.
Al teatro Juvarra di Torino, davanti a un centinaio
di spettatori vibranti, i Larsen hanno messo in
scena la loro breve odissea nel suono, celebrando
la ristampa del loro ultimo cd, "Play",
andato velocemente esaurito.
Come in ogni odissea, dopo circa tre quarti d'ora
di viaggio senza direzione, arriva l'approdo,
che concide con l'ingresso in scena degli efebici
Jamie Stewart e Ae Caralee Mcalroy, vale a dire
gli americani Xiu Xiu, osannati da pubblico e
critica mondiali. Grazie alla voce di Jamie, e
a una violenta cantilena tratta dall'ultimo album
"La Forete", sembra di ritrovare un
certo ordine melodico e una bussola per orientarsi.
E così è, almeno in parte. Per una
ventina di minuti, Larsen e Xiu Xiu dividono il
palco, suonando alcuni dei brani che proprio in
queste settimane stanno registrando insieme e
che usciranno in un album nel prossimo inverno,
per Important Records.
Quindi il testimone passa definitivamente agli
Xiu Xiu. Il duo sposta l'attenzione sugli scenari
intimisti, autobiografici e malinconoci prodotti
dal genio multiforme di Jamie Stewart. Il mondo
degli Xiu Xiu è altro da quello dei Larsen
e si capisce subito. Mentre Ae Caralee è
impegnata al music box e alla cetra, Jamie alterna
chitarra e ukulele e lascia che la voce gli esca
dai polmoni disperata e commossa, scivolando sui
loop elettronici e i campanelli di bicicletta,
suonati ancora dalle dita nervose di Ae, che ora
percuote i piatti, ora scortica la pelle di un
rullante con un microfono nudo. C'è violenza
sulle cose, in cerca di suono a qualunque costo.
L'universo degli Xiu Xiu è doloroso, la
memoria della musica dopo la musica sembra
permeata di un'impossibilità di tornare
a vivere e di nostalgia profonda. La musica non
nasce da sola e va strappata alle cose con i denti.
E' difficile trattenere le lacrime durante uno
dei brani più intensi, quando Jamie e Ae
Caralee si avvicinano guancia a guancia, sorprendentemente
infantili e forti, piangendo a due voci un ricordo
che non c'è più, o una speranza
che non ci sarà mai. Sul gran finale tornano
anche i Larsen sul palco e come sempre, non cedono
alla parola durante i saluti. Solo Jamie sussurra
un timido “Grazie” e se ne va in fretta.
Il teatro viene giù e non potrebbe essere
altrimenti. Un bosco già visto, chissà
quando e chissà come. In cui sarebbe bello
tornare, molto molto presto.
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