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XIU XIU + LARSEN
Concerto al Teatro Juvarra (Torino) (15 maggio 2005)
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di Matteo De Simone

Assistere a un concerto dei torinesi Larsen è come vedere un vaso di Pandora rovesciarsi davanti ai propri occhi. Tutti i suoni di un palcoscenico rock classico, rumori compresi, lì insieme, in un grosso calderone senza ordine, in una specie di bosco onirico e lontano, dove la struttura non esiste. Un bosco che hai già visto, ma non sapresti dire quando, non sapresti come. Ci trovi tutte le canzoni, tutte le chitarre del mondo e i microfoni, le pelli, i legni, i fiati, le grida, i respiri esplosi in cielo e ricaduti a terra. Ne senti risalire le ceneri e i vapori, i moncherini zoppicanti, i piccoli pezzi irriconoscibili.

Non è la musica, è la memoria della musica dopo la musica. E' il post-rock. Come in tutti i ricordi qualcosa va perduto. Il basso non c'è più. Senti una vecchia fisarmonica rimessa a nuovo. I riverberi postatomici dei sintetizzatori. Un vibratore finito a ronzare sulle corde di una chitarra. Vecchi giri di rock 'n roll mutilati e uno xilofono silvestre. La batteria non ha bisogno d'altro che di una cassa, un piatto e un rullante. Tutto sembra semplicemente esistere, chissà da quando, e, nonostante tutto, tornare a vivere. Al teatro Juvarra di Torino, davanti a un centinaio di spettatori vibranti, i Larsen hanno messo in scena la loro breve odissea nel suono, celebrando la ristampa del loro ultimo cd, "Play", andato velocemente esaurito.

Come in ogni odissea, dopo circa tre quarti d'ora di viaggio senza direzione, arriva l'approdo, che concide con l'ingresso in scena degli efebici Jamie Stewart e Ae Caralee Mcalroy, vale a dire gli americani Xiu Xiu, osannati da pubblico e critica mondiali. Grazie alla voce di Jamie, e a una violenta cantilena tratta dall'ultimo album "La Forete", sembra di ritrovare un certo ordine melodico e una bussola per orientarsi. E così è, almeno in parte. Per una ventina di minuti, Larsen e Xiu Xiu dividono il palco, suonando alcuni dei brani che proprio in queste settimane stanno registrando insieme e che usciranno in un album nel prossimo inverno, per Important Records.

Quindi il testimone passa definitivamente agli Xiu Xiu. Il duo sposta l'attenzione sugli scenari intimisti, autobiografici e malinconoci prodotti dal genio multiforme di Jamie Stewart. Il mondo degli Xiu Xiu è altro da quello dei Larsen e si capisce subito. Mentre Ae Caralee è impegnata al music box e alla cetra, Jamie alterna chitarra e ukulele e lascia che la voce gli esca dai polmoni disperata e commossa, scivolando sui loop elettronici e i campanelli di bicicletta, suonati ancora dalle dita nervose di Ae, che ora percuote i piatti, ora scortica la pelle di un rullante con un microfono nudo. C'è violenza sulle cose, in cerca di suono a qualunque costo.

L'universo degli Xiu Xiu è doloroso, la memoria della musica dopo la musica sembra permeata di un'impossibilità di tornare a vivere e di nostalgia profonda. La musica non nasce da sola e va strappata alle cose con i denti. E' difficile trattenere le lacrime durante uno dei brani più intensi, quando Jamie e Ae Caralee si avvicinano guancia a guancia, sorprendentemente infantili e forti, piangendo a due voci un ricordo che non c'è più, o una speranza che non ci sarà mai. Sul gran finale tornano anche i Larsen sul palco e come sempre, non cedono alla parola durante i saluti. Solo Jamie sussurra un timido “Grazie” e se ne va in fretta. Il teatro viene giù e non potrebbe essere altrimenti. Un bosco già visto, chissà quando e chissà come. In cui sarebbe bello tornare, molto molto presto.


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11 giugno 2005




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