Ormai si è già detto e scritto
tutto su “X & Y”, l’album
più atteso dell’anno nel mondo mainstream
che – in quanto tale – è stato
ascoltato, sezionato, valutato da più e
più parti immediatamente all’uscita,
con la grande ingordigia di riascoltare un prodotto
da nuovi U2 o
Police, gente che metteva d’accordo pubblico
e critica. O meglio - dal punto di vista dei discografici
- con l’impazienza di rifarsi le tasche
piene con le uniche, attuali galline dalle uova
d’oro del pop. E solo il fatto che lo slittamento
dell’uscita di qualche mese dell’album
abbia causato perdite alla quotazione del titolo
della Emi in Borsa lo sta ad attestare.
Non è male dunque recensire “X &
Y” adesso, a mente fredda, senza orpelli
a latere, per considerarlo compiutamente nel suo
essere e solamente per la musica e per quello
che trasmette. Premessa d’obbligo: i Coldplay
sono riusciti nell’ardua impresa di riconfermarsi
nell’Olimpo, e qualcuno potrà anche
dire che hanno fatto un cicinino di più
di “A
Rush Of Blood To The Head”, che era
già un album consapevole dei propri mezzi.
Gli passiamo un cicinino, però, non troppo.
La scrittura di Chris Martin rimane difatti su
ottimi livelli, mentre gli arrangiamenti continuano
ad essere funzionali con qualche tocco di diversivo:
il charleston totalmente kraut di “Square
One”, il soffio caldo d’organo di
“Fix you”, i cucchiai-campanule che
emergono dopo il primo ritornello in “Low”,
piccoli esempi di come in “X & Y”
non sempre ci si imbatte in ciò che ci
si poteva aspettare dai quattro bravi ragazzi
londinesi. Non una fotocopia del precedente cd,
insomma.
La strada maestra è quella che i Coldplay
si sono dati anche a parole, sbandierandolo in
ogni intervista: l’essere i nuovi U2. Quelli
di “The Unforgettable
Fire”, aggiungeremmo noi. Ogni pezzo
è infatti infarcito di suoni strutturati
di synth celestiali che, al primo ascolto, potrebbero
rimandare alla pomposità di certe orchestrazioni
della title-track dell’album di Bono &
soci dell’84, ma ad andare più in
profondità lì i Coldplay compiono
il loro primo, vero, inesorabile errore. O Brian
Eno (che collabora a questo album) aveva una diversa
classe negli anni Ottanta o si è rincitrullito
o ci ha messo solo il nome, fatto sta che tutto
ciò che metteva in più agli irlandesi
era qualcosa di cui si sentiva davvero il bisogno,
mentre i Coldplay (o gli altri produttori Danton
Supple e Ken Nelson) imbottiscono tutto con questi
suoni che sembrano usciti dai peggiori Pink
Floyd di “A
Momentary Lapse Of Reason” e lo fanno
anche quando non ce ne sarebbe l’esigenza.
Per questa via i Coldplay si trasformano in quello
che non sono: epici, mentre in realtà sono
molto più confidenziali. E quel che è
peggio è che diventano pomposi con indolenza,
perdendo del tutto quell’essenzialità
che contraddistingueva invece “Parachutes”
(la riprendono solo nella parte iniziale di “A
Message”: sentite come si gode quell’intro
intima che poi – purtroppo – viene
risucchiata nel solito vortice gonfio e tronfio).
Non è dato di sapere se tutta questa enfasi
sia farina del sacco dei Coldplay stessi (che
nei concerti si riappropriano un po’ di
se stessi e di sonorità leggermente più
lineari), o se - più probabilmente - di
chi gravita attorno al gruppo, di chi vuole che
il prodotto Coldplay sia insomma infarcito di
tanta panna montata come una torta che si presenti
bene. Tutti sanno però che la panna montata,
seppure buona, in massicce dosi copre i sapori
e non li fa distinguere.
E’ un peccato, perché le canzoni
sono belle, sono decisamente belle. “Low”
sembra uscita dalla migliore new-wave degli Echo
& The Bunnymen, un incedere deciso e dritto
con i classici due colpi di cassa ogni battuta
a far da binari di un treno che trasporta la mente,
gli iniziali fraseggi trasversali di “X
& Y” avrebbero potuto essere opera di
Thom Yorke, “White Shadows” viene
sostenuta da un riff tanto semplice quanto azzeccato.
Tutto funziona alla perfezione come una macchina
oliata a dovere, con l’eccezione di qualche
concessione al sentimentalismo (“The Hardest
Part”) e del folk scontato della ghost-track
“Til Kingdom Come” (che era stata
scritta per Johnny Cash ma che - per fortuna –
lui non ha fatto in tempo a cantare, essendo stucchevolmente
Cash senza un briciolo di pathos; ma alla fin
fine è una hidden-track e quindi si potrebbe
dire che tanto è solo un bonus).
Fin qui il critico che vuole essere obiettivo.
Da qui in poi chi scrive deve ammettere di averlo
ascoltato molto questo “X & Y”,
e di avere in certi periodi anche anelato per
ascoltarlo quando non lo si aveva a portata di
mano. Evidentemente si è di quelli che
poi, davanti a cotanto ben di dio, non si sanno
trattenere e fanno indigestione di una torta con
tanta panna montata. Per cui: “X & Y”
è un cd da avere/sentire, se non altro
per capire l’evoluzione del pop inglese
e perché le melodie si canticchiano volentieri
e senza nessuna remora. Finché c’è
la sostanza la forma tronfia si può sopportare.
Non vorremmo però che nel prossimo futuro
rimanga solamente la seconda: di panna montata
ne abbiamo mangiata abbastanza.
collegamenti su MusiKàl!
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