E' trascorso un solo anno dallo splendore di
"Crooked Rain, Crooked Rain", quando
i Pavement
danno alle stampe il loro terzo disco. Si intitola
"Wowee Zowee" esattamente come un brano
contenuto nel celebre "Freak Out" delle
Mothers Of Invention di Frank Zappa e questo sembra
un indizio dell'umore del disco. Infatti l'album
è il più difficile e schizofrenico
dell'intera discografia dei Pavement, diciotto
brani per un'ora scarsa di musica che si aprono
a tutte le sfaccettature toccate dal mondo musicale
di Malkmus e compagni.
L'apertura ha il tocco romantico di "We
Dance", ballata limpida e classica come mai
prima in un disco firmato dal gruppo di Stockton.
Poi "Wowee Zowee" regala un marasma
di suoni e atmosfere, tanto che le idee e gli
spunti sembrano perfino troppi per essere racchiusi
in un solo disco. Trovare brani incantevoli non
è comunque difficile anche in questo caso.
Si è detto della memorabile ballata che
apre il disco, ma altrettanto pregevoli sono "Kennel
District", che coniuga energia e armonia
in modo pressoché perfetto, e "Father
to a Sister of Thought", altro episodio incantevole
che testimonia l'amore del gruppo per le ballate.
Certo è che "Wowee Zowee" mostra
tutto il proprio eclettismo in ogni situazione,
un disco di passaggio in cui il gruppo imbocca
ad ogni brano una nuova direzione. Così
il lavoro è segnato da tracce che sembrano
schegge impazzite, tanto brevi quanto piene di
follia. Prima "Brinx Job" con il suo
caracollare divertito, poi "Serpentine Pad"
e "Flux=Rad", frammenti di furia punk
rock, si alternano alla flemma leggera di "Motion
Suggests" o di "Grave Architecture".
Si lascia spazio a soluzioni inedite come "Half
a Canyon", brano costruito su giro blues
che viene via sfilacciato e frantumato fino all'approdo
ad atmosfere psichedeliche, o "Western Homes",
breve episodio di elettronica minimale.
Ma si scoprono anche brani che affiorano lentamente,
in modo quasi svogliato, crescendo fino a sfociare
in deliziose melodie. Si intitolano "Rattled
by the Rush", "Black Out", "Grounded"
e "Pueblo", momenti in cui il gruppo
dà l'impressione di voler dilatare i propri
suoni.
E' insomma l'album in cui i Pavement rischiano
di più, producendo continui strappi e stravolgimenti.
Succede anche quando prendono le distanze da tanti
stereotipi sulla propria generazione con "Fight
This Generation", che dopo un inizio fatato,
impreziosito dall'intervento di un violoncello,
finisce per sfociare in un andatura nervosa e
spezzata.
Nel complesso non un capolavoro, ma un disco pieno
zeppo di sorprese, opera di un gruppo che dimostra
tutta la propria inesauribile creatività.
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