Il modo più cretino di parlare di “The
woods”, settimo album delle Sleater-Kinney
in dieci anni, è di sottolineare che, dietro
a quello sferragliare violento, ci sono tre donne;
eppure, sottolinearlo è indispensabile.
Psicanalisti d’accatto vi diranno che la
chitarra è un simbolo fallico, che il rock
è associato al maschile e che l’assolo
è, in sostanza, un momento autoerotico
e che, anche per questi motivi, nessuna donna
può suonare perfettamente rock, neppure
volendo.
Bene. Ora, voi zittite questi idioti, e ascoltate.
Se arriverete alla fine (e non è detto,
perché “The woods” non si affronta
a cuor leggero, ti sfida e si impone), vedrete
che queste tre donne sono le prime ad essere entrate
nei luoghi sacri del rock al maschile, quell’hard-rock
stracolmo di fuzz, di ricordi blues e di psichedelia
heavy che apparteneva a Led
Zeppelin, Blue Cheer, Jimi
Hendrix, e lo hanno fatto consapevoli della
loro tecnica non eccezionale. “Forse gli
uomini hanno monopolizzato gli assoli?”,
si chiedeva Janet Weiss in un’intervista;
beh, lo avevano fatto finora.
Se “The woods” sia o meno una pietra
angolare del rock, questo lo dirà il tempo;
certamente è un disco importante e bellissimo
ma, va ripetuto, per niente semplice: il primo
scoglio da superare si chiama “The fox”,
dove il produttore-mago Dave Fridmann satura le
chitarre fino al punto di rottura, e la voce strilla
di gola un testo zeppo di metafore con un’energia
devastante. Tocca a “Wilderness” rilassare
le orecchie, ma il suo ritmo saltellante si fa
ancora più fisico, concede meno spazio
alle armonie vocali che erano il marchio di fabbrica
delle S-K; l’improvvisazione regna sovrana,
e il caos – per quanto controllato –
può divampare anche in mezzo a una canzone
quasi calma come “What’s mine is yours”,
sotto forma di un assolo hendrixiano. Se si cercano
tracce di pop, lo si troverà nell’altalena
triste e isterica di “Jumpers”, o
in quella “Modern girl” troppo ironica
per non ricordare la feroce parodia delle “typical
girls” allestita molti anni fa dalle Slits.
Il piglio è durissimo eppure variegato:
per quanto è lineare “Rollercoaster”,
così sono imprevedibili l’accelerazione
finale di “Steep air”, o il nucleo
improvvisativi da cui emergono gli undici minuti
di “Let’s call it love” (il
modo in cui Corin Tucker canta il titolo è
una citazione evidente di “Whole lotta love”
degli Zeppelin) o le meditazioni confuse di “Night
light”.
Revival, copie sbiadite, ribellione di maniera…
non c’è nulla di tutto questo, qui,
perchè “The woods” ridona al
rock la sua pericolosità. "Non siamo
qui per intrattenere”, canta il trio nella
favolosa “Entertain”, ma è
impossibile non rimanere stregati da tutta questa
energia. Un disco di grande forza, e maledettamente
importante.
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