Se valutiamo lo show col parametro quanto-hanno-fatto-muovere-il-culo, gli inglesi Wombats non se la sono cavata affatto male, anzi, una bella fetta di pubblico ha ballato e cantato con gusto. Eppure questo non basta a nascondere la pochezza di quanto si è visto, trovandosi al cospetto delle terze linee dell’ultima british invasion, dopo che le seconde sono rimaste spuntate (Ordinary Boys, Bloc Party, Kaiser Chiefs e compagnia bella).
Qualche numero: quindici euro di biglietto, un’ora, un minuto e quindici secondi lordi di esibizione, compresi quindi l’inevitabile pausa dei bis, le troppe chiacchiere tra una canzone e l’altra e qualche altro trucchetto per allungare il brodo, fanno circa venticinque centesimi a minuto (“Entertainment!” dei Gang of Four l’ho comprato a cinque euro). Nel conto non prendiamo in considerazione poi lo scialbo gruppo spalla che è meglio dimenticare (versione subsonica delle ultime tendenze d’albione, se avessero fatto pure una cover di Vasco per completare il quadro li avrei denunciati alla buoncostume). Il derby britannico se lo sono aggiudicato i Futurheads un anno fa (guarda caso prodotti dal chitarrista dei Gang of Four) con un secco tre a zero. Più dinamici, più concreti, più focalizzati nelle melodie.
E i Wombats? Alla fine sono risultati una macchietta poco rodata, con un suono scarno, per non dire vuoto, per non dire inesistente, approssimativi senza essere emotivi e per niente comunicativi nell’esecuzione, poco pregnanti in fase di scrittura. L’immagine è quasi il cinquanta per cento dello show, pubblico invaso da frangette spettinate e sospette e maglie a righe e occhiali da universitario di celluloide. Sul palco si sono presentati acclamati come rock star, ma a ben guardare erano solo un tipo identico a Robert Smith quando si sveglia struccato la mattina (comincio a vederlo ovunque, aiuto), un invasato col naso incredibilmente affilato e col dito puntato costantemente in alto durante i cori e un ceffo con lo stesso ciuffo, presumibilmente, del suo barboncino. Addirittura hanno stiracchiato l’intro del loro bel singolo “Moving to New York”, della serie lasciateci godere il nostro quarto d’ora di celebrità, per poi rovinarlo con una resa cacofonica. E se non si può non provare simpatia per l’anthem “Let’s Dance to Joy Division”, meritevole di farci sdrammatizzare la nostra passione morbosa per la band di Curtis (i cui dischi si trovano a meno di dieci euro, a momenti verranno inclusi nei fustini di detersivo), rimane il fatto che l’apice della serata è stato, per il sottoscritto, una delle solite risposte pungenti del pubblico romano: al chitarrista che chiedeva quanti li avessero già visti dal vivo, un mio vicino, mani a megafono intorno alle labbra, se n’è uscito con un perfetto e tempistico “chi te se ‘ncula!”.
E se questa sarà la cosa che ricorderò del concerto, potete immaginarvi il resto.
Poca cosa, decisamente poca cosa.
Due ultime note per concludere: oggi alla radio hanno passato “Dead Souls” dei Joy Division e mi pare proprio che non ci possa essere confronto (dissacriamo, sì, ma non montiamoci la testa con le stronzate). E poi a maggio vengono i Wire in tournee (quattordici euro pagai il loro essenziale “154”). Siete avvisati.
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