Arrivi al Rolling Stone e ti guardi in giro.
Inizi a scorgere orrende magliette tamarre dei
Led Zeppelin,
magari con un osceno dragone. Vedi qualche capellone
sporco e altre magliette dei Black Sabbath, magari
indossate da nostalgici anziani. A quel punto
i casi sono due: o ti ricordi di esserti prenotato
per l’ultima imbarazzante incarnazione dei Deep
Purple, o realizzi che siamo nel 2006 e stai andando
a vedere i Wolfmother.
Aprono lo show i Mojomatics, duo voodoobilly-country-blues’n’roll
(che forse vuol dire nulla ma fidatevi che rende
bene l’idea) a me sconosciuto. Due pezzi e già
mi sento in tasca la sicurezza che sia valsa la
pena di esserci. I ragazzi picchiano e trascinano,
e anche se le canzoni sembrano tutte uguali il
sottoscritto si ritrova automaticamente al banchetto
per comprare il disco. Un ottimo acquisto per
un’ottima band. Segnateveli all’istante.
Alle 22:10 precise i Wolfmother salgono sul palco
fra urla e applausi appassionati e già al
primo sguardo si capisce che non se lo aspettavano.
Il locale non è esageratamente colmo, ma
il pubblico è sorprendentemente caldo. È
la loro prima volta in Italia e vogliono farsi sentire.
Dopo un inizio da manuale con “Dimension” e “Pyramid”,
arriva “Apple Tree” e scatta il pogo che durerà
da qui alla fine del concerto con le esaltanti “Woman”
e “Joker & The Thief” (fra le migliori del lotto).
A un metro da me i soliti denudati raccapriccianti
si strusciano fra di loro e forse è meglio
guardare il palco. I ragazzi ci sanno fare. I volumi
sono abbastanza esosi (nonostante gli orrendi limiti
del locale in materia di acustica) e la presenza
c’è eccome. Andrew Stockdale, oltre a non
sbagliare neanche una delle stordenti note che la
sua ugola ci tira in faccia, capello e baffetto
alla Lucio Battisti, è il riassunto vivente
di quel rock caciarone da stadio che appena può
incita il coro, saltella come uno sciamano, alza
il dito al cielo e scuote la testa estasiato durante
un assolo. E a contendergli il trono Chris Ross,
esaltata macchina da guerra che nel momento del
bisogno spicca il volo, si sfila il basso e atterra
su un organetto sbattuto a destra e manca per il
palco come fosse “nuovo Boosta”.
Eppure in mezzo a tutto questo entusiasmo è
ben chiara la differenza fra loro e i grandi vecchi.
Perché quelli erano brutti, sporchi e cattivi.
I Wolfmother sono buoni. Ma buoni sul serio. Sono
felici di essere lì e non hanno le facce
dei navigati rudi bastardi, quanto piuttosto quelle
dei giovani divertiti con in mano il giocattolo
tanto agognato. Al punto che nel momento in cui
la chitarra decide di non funzionare (precisamente
su “Colossal”), ne approfittano per un’improvvisazione
“organetto - batteria - ugola d’oro” e per sfottersi
un po’ per le proprie sfighe. E a fine concerto
non se ne vogliono andare. Vogliono sentire l’abbraccio
della folla. I bravi ragazzi rimangono lì
a ridere con le prime file. A ringraziare e ringraziare
e ringraziare. Troppo buoni questi Wolfmother.
Certo, un po’ di ritmo in più avrebbe giovato.
Troppa, davvero troppa pausa fra una canzone e
l’altra. Alla fine di ogni pezzo Myles Heskett
si alza da dietro le pelli e si fa una camminata
per il palco, gironzola dietro gli ampli e si
scola una bottiglia di chissà cosa. Così
ha tutto l’atmosfera di una festa fra amici, ma
ritmi così blandi uniti al tecnico luci
peggiore della storia, che ad ogni fine pezzo
accende tutto a giorno, rovinano un po’ le basi
di quello che può diventare un gran bello
show di rock vecchia scuola.
Se cancelliamo i silenzi e ricordiamo il rumore,
i Wolfmother non solo hanno le canzoni, ma anche
tutte le carte da giocarsi sapientemente per perfezionare
uno spettacolo ancora più coinvolgente.
Io ci credo.
collegamenti su MusiKàl!
Wolfmother - Wolfmother
Led Zeppelin - la Kalporzgrafia
Deep Purple - Made
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