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WOLFMOTHER
Concerto al Rolling Stone (Milano) (3 settembre 2006)
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di Gabriele Maruti scrivi un'email

Motorpshyco - Live a Bologna (Festa de l'Unità)

Arrivi al Rolling Stone e ti guardi in giro. Inizi a scorgere orrende magliette tamarre dei Led Zeppelin, magari con un osceno dragone. Vedi qualche capellone sporco e altre magliette dei Black Sabbath, magari indossate da nostalgici anziani. A quel punto i casi sono due: o ti ricordi di esserti prenotato per l’ultima imbarazzante incarnazione dei Deep Purple, o realizzi che siamo nel 2006 e stai andando a vedere i Wolfmother.

Aprono lo show i Mojomatics, duo voodoobilly-country-blues’n’roll (che forse vuol dire nulla ma fidatevi che rende bene l’idea) a me sconosciuto. Due pezzi e già mi sento in tasca la sicurezza che sia valsa la pena di esserci. I ragazzi picchiano e trascinano, e anche se le canzoni sembrano tutte uguali il sottoscritto si ritrova automaticamente al banchetto per comprare il disco. Un ottimo acquisto per un’ottima band. Segnateveli all’istante.

Alle 22:10 precise i Wolfmother salgono sul palco fra urla e applausi appassionati e già al primo sguardo si capisce che non se lo aspettavano. Il locale non è esageratamente colmo, ma il pubblico è sorprendentemente caldo. È la loro prima volta in Italia e vogliono farsi sentire. Dopo un inizio da manuale con “Dimension” e “Pyramid”, arriva “Apple Tree” e scatta il pogo che durerà da qui alla fine del concerto con le esaltanti “Woman” e “Joker & The Thief” (fra le migliori del lotto). A un metro da me i soliti denudati raccapriccianti si strusciano fra di loro e forse è meglio guardare il palco. I ragazzi ci sanno fare. I volumi sono abbastanza esosi (nonostante gli orrendi limiti del locale in materia di acustica) e la presenza c’è eccome. Andrew Stockdale, oltre a non sbagliare neanche una delle stordenti note che la sua ugola ci tira in faccia, capello e baffetto alla Lucio Battisti, è il riassunto vivente di quel rock caciarone da stadio che appena può incita il coro, saltella come uno sciamano, alza il dito al cielo e scuote la testa estasiato durante un assolo. E a contendergli il trono Chris Ross, esaltata macchina da guerra che nel momento del bisogno spicca il volo, si sfila il basso e atterra su un organetto sbattuto a destra e manca per il palco come fosse “nuovo Boosta”.

Eppure in mezzo a tutto questo entusiasmo è ben chiara la differenza fra loro e i grandi vecchi. Perché quelli erano brutti, sporchi e cattivi. I Wolfmother sono buoni. Ma buoni sul serio. Sono felici di essere lì e non hanno le facce dei navigati rudi bastardi, quanto piuttosto quelle dei giovani divertiti con in mano il giocattolo tanto agognato. Al punto che nel momento in cui la chitarra decide di non funzionare (precisamente su “Colossal”), ne approfittano per un’improvvisazione “organetto - batteria - ugola d’oro” e per sfottersi un po’ per le proprie sfighe. E a fine concerto non se ne vogliono andare. Vogliono sentire l’abbraccio della folla. I bravi ragazzi rimangono lì a ridere con le prime file. A ringraziare e ringraziare e ringraziare. Troppo buoni questi Wolfmother.

Certo, un po’ di ritmo in più avrebbe giovato. Troppa, davvero troppa pausa fra una canzone e l’altra. Alla fine di ogni pezzo Myles Heskett si alza da dietro le pelli e si fa una camminata per il palco, gironzola dietro gli ampli e si scola una bottiglia di chissà cosa. Così ha tutto l’atmosfera di una festa fra amici, ma ritmi così blandi uniti al tecnico luci peggiore della storia, che ad ogni fine pezzo accende tutto a giorno, rovinano un po’ le basi di quello che può diventare un gran bello show di rock vecchia scuola.

Se cancelliamo i silenzi e ricordiamo il rumore, i Wolfmother non solo hanno le canzoni, ma anche tutte le carte da giocarsi sapientemente per perfezionare uno spettacolo ancora più coinvolgente. Io ci credo.

collegamenti su MusiKàl!
Wolfmother - Wolfmother
Led Zeppelin -
la Kalporzgrafia
Deep Purple - Made In Japan

 



15 settembre 2006




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