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NINE INCH NAILS
With Teeth (Interscope, 2005)
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di Raffaele Meale scrivi un'email

1989: “Pretty Hate Machine”.
1992: “Broken” (EP).
1994: “The Downward Spiral”.
1999: “The Fragile”.
Fino a pochi mesi fa Trent Reznor poteva tranquillamente e a ragion veduta essere considerato lo Stanley Kubrick della musica, o anche il David Lynch – con il quale non a caso aveva collaborato all’epoca di “Lost Highway” -. Come i due celebri cineasti viveva una vita solinga, misteriosa e pubblicava poche opere, tutte a straordinari livelli di eccellenza. Fino a pochi mesi fa, per l’appunto: perché un lavoro banale e sciatto come “With Teeth” i registi citati non lo avevano mai sfiorato. Neanche il Kubrick inesperto e pesantemente metaforico di “Fear and Desire”, neanche il Lynch sottovalutato di “Hotel Room”.

Perché l’ultima fatica partorita dalla mente geniale di Reznor è francamente inqualificabile. Ho provato in tutti i modi a cercare un punto di appoggio che potesse salvare “With Teeth” dalla bocciatura più totale, ma è stato inutile: chi cerca di nascondere le pochezze dell’album dietro la scusa della classe casca male, a meno di voler considerare di classe una canzone agghiacciante come “The Collector”. D’altro canto chi si arrampica sugli specchi definendolo “l’omaggio di Reznor alle melodie pop” prende un parziale abbaglio; l’album è effettivamente uno dei più melodici della sua ristretta discografia ma questo non equivale automaticamente a un pregio. Di fatto, le melodie presenti nel seguito di “The Fragile” sono monche, prive di qualsiasi forza come espone prepotentemente “The Hand That Feeds”, scelto come singolo di lancio e paradigma della postura contorta di Reznor che qui appare come l’Eddie Vedder più banale visto in circolazione.

Difficile dunque comprendere il perché di un lavoro del genere, visto e considerato che di tempo a disposizione il simpatico Trent se n’era preso a sufficienza per partorire un doppio di ottimo livello: verrebbe naturale ipotizzare l’esaurimento delle scorte d’inventiva, anche fisiologico ma che a questo punto ci metterebbe davanti alla necessità di considerare l’uomo/Nine Inch Nails come niente più che una splendida meteora. È abbastanza netta la sensazione di trovarsi di fronte a un clone malriuscito di “The Fragile”, musica continuamente ritorta su se stessa, del tutto priva di originalità e anche incapace di straziare e squarciare i veli della normalità come eravamo abituati ad ascoltare. Qui tutto suona falsamente pacificato, encefalogramma piatto che copre come una coperta protettiva la genialità di un tempo; a tratti è possibile commuoversi e lasciarsi trascinare via da “Right Where It Belongs” (sicuramente il miglior brano del lotto), ma anche in questo caso sembra venire meno il tassello fondamentale per concludere il mosaico. E quando lo sguardo diventa retrospettivo (“Only”, “You Know What You Are”) la puzza di stantio e di marcio si fa insostenibile.

Avrei voluto salutare il ritorno sulle scene dei Nine Inch Nails dopo un’assenza di sei anni con peana e grida di giubilo, mi trovo costretto a storcere il naso e a bocciare, senza dare possibilità di replica. Aspetterò con pazienza il nuovo lavoro di Trent Reznor, ma forse sarà l’ultima possibilità concessa. Nella speranza – certezza? Non più purtroppo – che non mi deluda ulteriormente.

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4 agosto 2005


Track list:

1. All the Love in the World
2. You Know What You Are
3. The Collector
4. The Hand That Feeds
5. Love is Not Enough
6. Every Day is Exactly the Same
7. With Teeth
8. Only
9. Getting Smaller
10. Sunspots
11. The Line Begins to Blur
12. Beside You in Time
13. Right Where It Belongs
14. Home



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