Avevo in mano il denaro ed ero indeciso: “In The Flat Field” dei Bauhaus oppure “154” dei Wire. Ero a San Lorenzo, da Disfunzioni Musicali (R.I.P.). Il commesso, capelli brizzolati e sguardo paternamente imbronciato sopra una maglietta dei MC5, mi consigliò il secondo. Avrei dovuto tornare a ringraziarlo: quella sera il mio stereo diffuse nell’aria, tra le altre, la cavalcata immobile di “I Should Have Known Better” e l’affresco lunare di “The 15th”. Chi le conosce può immaginare cosa abbia provato ad ascoltare quest’ultima suonata, direttamente dai suoi arte-fici, ieri sera al Circolo degli Artisti. I Wire, passata la boa dei trent’anni di carriera, si sono affacciati a Roma per tenere uno show intenso e memorabile. Non crediate che si tratti di una reunion per spacciare i vecchi dischi invenduti come se ne vedono tante. I Wire sono attivi, si autoproducono e portano avanti il loro percorso artistico totalmente svincolati e indipendenti.
La sala che li attende è divisa tra “vecchi” nostalgici e “giovani” smanettoni cui una ADSL ha permesso ascolti più vari. Trasversalmente diffusa la classica maglietta di “Unknown Pleasures”, se avessi indossato la mia avrei potuto organizzare una squadra di calcio per vedere se come divisa funziona.
Arrivano i Wire. Alla chitarra la guardinga Margaret Fiedler McGinnis (Laika, nonché chitarrista live di PJ Harvey) ha preso il posto del marziale Bruce Gilbert. Per il resto, formazione originale e in ottima forma, solo un pochino rilassata, forse, ma quadrata ed energica.
Eccetto qualche concessione ai classici sparsa qua e là, il corpus principale ha ruotato tutto attorno alle ultime egregie produzioni, sparate in un assalto di rock sintetico veloce e inesorabile come un treno lanciato in una galleria illuminata al neon, basato su un concetto di reiterazione quasi krauto e solidale con i figli industriali Nine Inch Nails.
Nei momenti più onirici, a dire il vero pochi, hanno ridato vita allo spessore e alla varietà del loro campionario di suoni ed invenzioni per accarezzare la mente degli spettatori, stremati dall’energia profusa in abbondanza.
Forte il confronto visuale tra la sfrontata energia quasi proletaria del bassista-cantante Graham Lewis e il taglio intellettuale del cantante-chitarrista Colin Newman, di nero vestito e con gli occhiali per leggere lo schermo del Mac che aveva di fronte e col quale dirigeva le basi (ma che finiva per sembrare un leggio inutilmente tecnologico). Queste le due anime da sempre dei Wire, la foga e l’irruenza del punk con la voglia di ampliare il discorso del post. Eppure nemmeno l’ombra di distacco: tra sorrisi e ringraziamenti sono tornati due volte sul palco per i bis senza dare l’impressione che li stessero concedendo dall’alto, suonandoli invece con riconoscenza per un’accoglienza tanto calorosa.
Nascosti in un’esibizione composta e stilosa alcuni segnali hanno fatto capire il peso della faccenda: il ghigno lamentoso e nichilista che a volte riaffiora sul volto di Newman, Lewis che urla i testi con smorfie di rabbia annoiata, Robert Gotobed che affronta partiture ritmiche quasi techno con la stessa tecnica elementare degli esordi, Newman che trasforma la magnifica “Mr Marx’s Tale” in un’infuocata tarantella suonando e saltellando all’indietro, lasciando ondeggiare la chitarra tra i lembi della giacca, Lewis che, dominato dall’energia della musica, manda a terra l’asta del microfono colpendola col basso (scusandosi poi con gli spettatori che se la sono vista cadere addosso) e ancora Newman che, sul finire, mima con palate di autoironia un ballo dance sopra una base elettronica. Solo briciole di un banchetto punk consumato in Inghilterra trent’anni fa, forse, ma di questi tempi sono sembrate pepite preziose. Un concerto vero, suonato da gente vera e sincera.
Cinquantenni che dall’aspetto giudichereste professori universitari e che riescono ancora a modellare una materia definibile rock con una forzatura molto meglio di tanti giovani epigoni che dovrebbero avere gli ormoni e la freschezza mentale per spazzare via le generazioni precedenti, cosa che loro, i Wire, fecero in buona compagnia (a proposito, posso dire col senno di poi che se anche avessi scelto i Bauhaus non avrei fatto chissà quale danno…).
collegamenti su MusiKàl!
Wire - Send
Wire - Concerto all'Init (Roma)
Joy Division - Unknown Pleasures
Joy Division - Speciali > L'amore ci strazierà. Ian Curtis e il mito dei Joy Division
Bauhaus - In The Flat Field
MC5 - Kick Out The Jams
PJ Harvey - la Kalporzgrafia
Nine Inch Nails - Year Zero
Nine Inch Nails - With Teeth