Esiste, da sempre, la particolare eccitazione
mista a delusione che avvolge le serate passate
in compagnia di gruppi storici. Miti musicali
che, oramai imbiancati nei capelli e rugosi, cercano
di mantenere un contatto diretto con il proprio
popolo eletto all'ascolto. Spesso, spessissimo,
questi eventi hanno nella loro anima il germe
distruttore della pena; pena dovuta al ricongiungimento
improvviso di Mito e Realtà - con il Mito
a perdere -, pena dovuta alla vista dell'incedere
inglorioso degli anni (ma gli eroi non erano tutti
giovani e belli?).
Tutta questa aura di depressione a volte, magicamente,
viene a cadere: è stato, stasera, il caso
dei Wire, quartetto londinese che deve la sua
gloria a tre album, usciti in appena tre anni
tra il 1977 e il 1979, ovvero "Pink Flag",
"Chairs Missing" e "154".
Dopo aver attraversato gli anni '80 e'90 senza
troppa fortuna, sono ripiombati quest'anno a devastare
il mercato musicale con lo splendido "Send",
opera della maturità.
Ad anticiparli sul palco di un INIT sufficientemente
colmo di gente sono saliti i The Fever, gruppo
italiano - ma con cantato inglese - che ha presentato
una manciata di brani in bilico tra punk, noise,
aperture gotiche delle tastiere e pura new wave:
non sempre sembrano colpire nel segno, ma il loro
impatto sonoro è di tutto rispetto e un
paio di brani mostrano capacità confortanti.
Da risentire in futuro, magari con più
calma.
Calma che non mostrano invece i Wire, diavoli
scatenati che arrivano sul palco e iniziano a
inanellare brani ad una velocità difficile
da descrivere: vedere cinquantenni saltare, urlare,
contorcersi e perdersi in un deliquio di rumori
senza risentirne per più di un'ora è
uno spettacolo straordinario.
"Send" è logicamente saccheggiato,
e i brani dal vivo mantengono un furore e una
catarsi rumorista di eccezionale effetto, ma c'è
spazio anche per il passato, omaggiato da un pubblico
cosciente di trovarsi di fronte ad una serata
da ricordare. Mentre Colin canta, urla, si dimena
e maltratta la chitarra e Robert Gotobed sembra
una sorta di drum-machine, a catalizzare realmente
l'attenzione ci pensa Gilbert: in un angolo, di
spalle al pubblico, crea riff rumorosi con la
chitarra con una calma olimpica che cozza nettamente
col furore dell'insieme.
Quando, dopo tre bis, i quattro se ne vanno definitivamente
appoggiando gli strumenti agli amplificatori,
lui si degna di alzare una mano verso il pubblico.
Se non ci fosse stato questo gesto sarei stato
portato a supporre che avesse vissuto l'ultima
ora e mezza in un mondo alieno per noi irraggiungibile.
Se uno di questi giorni vi si proponesse l'occasione
di vedere dal vivo quattro cinquantenni che furono
una delle band storiche della new wave voi, fidatevi,
accorrete in massa: dopotutto, gli eroi son tutti
giovani e belli.
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Wire - Send