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WIRE
Concerto all'Init (Roma) (9 ottobre 2003)
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di Raffaele Meale scrivi un'email

Matmos - foto di Einar Snorri 2003

Esiste, da sempre, la particolare eccitazione mista a delusione che avvolge le serate passate in compagnia di gruppi storici. Miti musicali che, oramai imbiancati nei capelli e rugosi, cercano di mantenere un contatto diretto con il proprio popolo eletto all'ascolto. Spesso, spessissimo, questi eventi hanno nella loro anima il germe distruttore della pena; pena dovuta al ricongiungimento improvviso di Mito e Realtà - con il Mito a perdere -, pena dovuta alla vista dell'incedere inglorioso degli anni (ma gli eroi non erano tutti giovani e belli?).

Tutta questa aura di depressione a volte, magicamente, viene a cadere: è stato, stasera, il caso dei Wire, quartetto londinese che deve la sua gloria a tre album, usciti in appena tre anni tra il 1977 e il 1979, ovvero "Pink Flag", "Chairs Missing" e "154". Dopo aver attraversato gli anni '80 e'90 senza troppa fortuna, sono ripiombati quest'anno a devastare il mercato musicale con lo splendido "Send", opera della maturità.

Ad anticiparli sul palco di un INIT sufficientemente colmo di gente sono saliti i The Fever, gruppo italiano - ma con cantato inglese - che ha presentato una manciata di brani in bilico tra punk, noise, aperture gotiche delle tastiere e pura new wave: non sempre sembrano colpire nel segno, ma il loro impatto sonoro è di tutto rispetto e un paio di brani mostrano capacità confortanti. Da risentire in futuro, magari con più calma.

Calma che non mostrano invece i Wire, diavoli scatenati che arrivano sul palco e iniziano a inanellare brani ad una velocità difficile da descrivere: vedere cinquantenni saltare, urlare, contorcersi e perdersi in un deliquio di rumori senza risentirne per più di un'ora è uno spettacolo straordinario.

"Send" è logicamente saccheggiato, e i brani dal vivo mantengono un furore e una catarsi rumorista di eccezionale effetto, ma c'è spazio anche per il passato, omaggiato da un pubblico cosciente di trovarsi di fronte ad una serata da ricordare. Mentre Colin canta, urla, si dimena e maltratta la chitarra e Robert Gotobed sembra una sorta di drum-machine, a catalizzare realmente l'attenzione ci pensa Gilbert: in un angolo, di spalle al pubblico, crea riff rumorosi con la chitarra con una calma olimpica che cozza nettamente col furore dell'insieme.

Quando, dopo tre bis, i quattro se ne vanno definitivamente appoggiando gli strumenti agli amplificatori, lui si degna di alzare una mano verso il pubblico. Se non ci fosse stato questo gesto sarei stato portato a supporre che avesse vissuto l'ultima ora e mezza in un mondo alieno per noi irraggiungibile.

Se uno di questi giorni vi si proponesse l'occasione di vedere dal vivo quattro cinquantenni che furono una delle band storiche della new wave voi, fidatevi, accorrete in massa: dopotutto, gli eroi son tutti giovani e belli.


collegamenti su MusiKàl!
Wire - Send



23 ottobre 2003




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