Sono passati poco più di dodici mesi dall’esordio
“Lycanthropy”, che aveva ammaliato
e non poco per la sua capacità di mescolare
la natura nuda e cruda del folk con la modernità
oramai quasi vintage di un Atari ed ecco che il
ventenne Patrick Wolf torna a far sentire la propria
voce. E’ opinione sufficientemente diffusa
affermare che l’opera seconda è sempre
la più difficile da licenziare, ma Patrick
regala alla storia della musica e a noi che ne
stiamo vivendo in diretta una minima porzione,
un vero e proprio capolavoro.
“The Libertine”, brano posto in apertura
e scelto anche come singolo di lancio, delinea
già con eccezionale chiarezza la grandezza
dell’album: accenni di pianoforte, struggenti
violini est-europei ad anticipare l’irrompere
irruento e convulso della batteria mentre la voce
incredibilmente matura e profonda del giovane
cantautore che declama di aver deciso di “correre
il rischio di essere libero”. Sembrerebbe
la più classica dimostrazione di insoddisfazione
e di clausura adolescenziale se non fosse che
la frase sembra particolarmente adatta anche al
contesto strutturale dell’album: la libertà
ad esempio di abbandonare l’Atari che tanta
critica aveva elevato a simbolo di una nuova genia
di cantautori e di affidarsi quasi esclusivamente
a strumenti cameristici come archi e pianoforte.
La capacità strabiliante del ragazzo di
giocare con le matrici del pop è identificabile
nel romanticismo estremizzato e senza compromessi
di “Teignmouth”, nella title-track
che sembra un Marc Almond educato negli anni ’90
ma soprattutto nel sussurrato e disturbato crescendo
di “This Weather”, destinato a trovar
sempre più corporeità e a esplodere.
Anche quando è l’anima più
attaccata all’essenzialità e alle
radici del suono a prendere il sopravvento Wolf
si dimostra lungimirante e odiosamente ispirato:
ascoltare il canto arcaico di “Ghost Song”
o lo scarno violino di “Eulogy” per
credere. E perfino quando si incorre nei bozzetti,
negli istanti, negli accenni (come in “Apparition”
e “The Shadow Sea”) di canzoni si
corre il rischio di commuoversi. E allora c’è
bisogno di affidarsi alla scorza dura e compatta
di “Tristan”, rabbiosa testimonianza
di una mente che non ha ancora trovato la sua
calma, o almeno non del tutto. C’è
ancora tanto fragore, tanta malinconia, tanto
pathos.
Patrick Wolf, inglese appena ventenne, ha le
carte in regola per prendere le redini del pop
contemporaneo e asservirlo alla sua volontà.
Sempre che non preferisca continuare a “correre
il rischio di essere libero” e stupirci
di nuovo. Chissà…