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PATRICK WOLF
Wind In The Wires (Tomlab / Wide, 2005)
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di Raffaele Meale scrivi un'email

Sono passati poco più di dodici mesi dall’esordio “Lycanthropy”, che aveva ammaliato e non poco per la sua capacità di mescolare la natura nuda e cruda del folk con la modernità oramai quasi vintage di un Atari ed ecco che il ventenne Patrick Wolf torna a far sentire la propria voce. E’ opinione sufficientemente diffusa affermare che l’opera seconda è sempre la più difficile da licenziare, ma Patrick regala alla storia della musica e a noi che ne stiamo vivendo in diretta una minima porzione, un vero e proprio capolavoro.

“The Libertine”, brano posto in apertura e scelto anche come singolo di lancio, delinea già con eccezionale chiarezza la grandezza dell’album: accenni di pianoforte, struggenti violini est-europei ad anticipare l’irrompere irruento e convulso della batteria mentre la voce incredibilmente matura e profonda del giovane cantautore che declama di aver deciso di “correre il rischio di essere libero”. Sembrerebbe la più classica dimostrazione di insoddisfazione e di clausura adolescenziale se non fosse che la frase sembra particolarmente adatta anche al contesto strutturale dell’album: la libertà ad esempio di abbandonare l’Atari che tanta critica aveva elevato a simbolo di una nuova genia di cantautori e di affidarsi quasi esclusivamente a strumenti cameristici come archi e pianoforte.

La capacità strabiliante del ragazzo di giocare con le matrici del pop è identificabile nel romanticismo estremizzato e senza compromessi di “Teignmouth”, nella title-track che sembra un Marc Almond educato negli anni ’90 ma soprattutto nel sussurrato e disturbato crescendo di “This Weather”, destinato a trovar sempre più corporeità e a esplodere. Anche quando è l’anima più attaccata all’essenzialità e alle radici del suono a prendere il sopravvento Wolf si dimostra lungimirante e odiosamente ispirato: ascoltare il canto arcaico di “Ghost Song” o lo scarno violino di “Eulogy” per credere. E perfino quando si incorre nei bozzetti, negli istanti, negli accenni (come in “Apparition” e “The Shadow Sea”) di canzoni si corre il rischio di commuoversi. E allora c’è bisogno di affidarsi alla scorza dura e compatta di “Tristan”, rabbiosa testimonianza di una mente che non ha ancora trovato la sua calma, o almeno non del tutto. C’è ancora tanto fragore, tanta malinconia, tanto pathos.

Patrick Wolf, inglese appena ventenne, ha le carte in regola per prendere le redini del pop contemporaneo e asservirlo alla sua volontà. Sempre che non preferisca continuare a “correre il rischio di essere libero” e stupirci di nuovo. Chissà…



27 aprile 2005


Track list:

1. The Libertine
2. Teignmouth
3. The Shadow Sea
4. Wind in the Wires
5. The Railway House
6. The Gipsy King
7. Apparition
8. Ghost Song
9. This Wheater
10. Jacobs Ladder
11. Tristan
12. Eulogy
13. Landsend



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